RASSEGNA STAMPA

27 GENNAIO 2001
SEBASTIANO MAFFETTONE
La gentilezza dell'anarchia

La straordinaria apertura umana e intellettuale del filosofo di Harvard appena scomparso

Ma il suo pluralismo non ha impedito di attaccare il soggettivismo postmoderno

La morte di Robert Nozick non ci ha colto di sorpresa.  Dal 1994 egli combatteva una guerra conti­nua, austera e serena contro un cancro allo stomaco.  Sarà difficile togliersi dalla mente il suo sorriso dolce e il suo modo di muovere le mani, quando articolava un argomen­to filosofico.  E filosofo era Ro­bert Nozick, filosofo grandissi­mo e per destino.  La sua com­petenza teorica era a dir poco strabiliante.  Spaziava con la stessa facilità da Maimonide e Socrate a Rawls e Quine.  Nato a Brooklyn, amava molto l'Ita­lia, che visitava spesso e dove si sentiva a casa, perché ­diceva - «sono cresciuto in mezzo agli italiani».  Aveva scoperto la filosofia quasi per caso, trovando una copia de La Repubblica di Platone, ma aveva avuto in seguito un'educazione filosofica di prim'ordi­ne: prima a Columbia e poi a Princeton.  Era stato nominato, prima di avere 30 anni, profes­sore di Filosofia a Harvard.

Pur filosofo, per formazione non meno che per vocazio­ne, Nozick aveva una voracità culturale sconfinata: leggeva di tutto, dalla fisica alla religio­ne, dalla matematica al diritto, dalla psicologia alla genetica.  E di questa impressionante ca­pacità di controllo intellettuale cercava di rendere conto, attra­verso la filosofia, come si ve­de nel suo ultimo grande libro: Invariances: The Structure of the Objective World.  Contro le frivolezza del relativismo po­stmoderno, Nozick presenta

un argomento filosofico gene­rale a favore dell'oggettività, che lui spiega da par suo attra­verso una sorta di metafisica delle invariate, che poi altro non è che la possibilità stessa di comunicare tra umani.

Il suo libro sicuramente più noto e discusso - Anarchia, Stato e Utopia (1974), che ave­va scritto di getto e quasi per caso - era nato dalla volontà di discutere criticamente il concetto di giustizia, illustrato pochi anni prima nel capolavo­ro di John Rawls Una teoria della giustizia (1971).  Questo libro presenta una «teoria del­lo Stato minimo», a favore dei diritti individuali che vanno protetti da ogni ingerenza del Governo.  Anarchia, Stato e Utopia è un libro libertario, e non semplicemente liberista. Il che vuol dire che Nozick, anche quando sostiene il mer­cato, lo fa per difendere i dirit­ti individuali, al contrario - come diceva lui - di molta Destra americana, che apprezza il ruolo del mercato ma spesso disprezza, per esempio, i diritti dei gay e delle mino­ranze.

Anarchia, Stato e Utopia provocò una sorta di tempesta filosofica e una discussione cri­tica senza fine.  Nozick mi par­lò spesso, negli anni seguenti, di quella discussione e delle tesi che aveva mantenuto e di quelle che aveva cambiato rispetto al 1974, ma, significativamente, non volle quasi mai farlo in pubblico. Il suo libro seguente - Spiegazioni filoso­fiche (1981) - è un libro, co­sa oggi rarissima, di filosofia generale.  A qualcuno potrà an­che sembrare strano, ma ora­mai anche la filosofia costituisce un sapere assai specialisti­co, ed è molto difficile uscire dai generi senza essere troppo vaghi. Nozick era forse l'uni­co al mondo a saperlo fare, mantenendosi sempre a un li­vello di profondità estrema.  Per queste ragioni a mio pare­re, Spiegazioni filosofiche è il miglior libro di filosofia scrit­to nell'ultimo quarto del Nove­cento.  Ciò non tanto per la proclamata intenzione di pren­dere sul serio la pluralità dei percorsi filosofici, quanto per le superiori capacità di analisi che l'autore esibisce pagina per pagina.

Questa capacità è evidente anche nel successivo volume - La natura della razionalità (1995), libro che tratta temi legati ai fondamenti decisiona­li ed epistemologici nei proces­si di formazione della coscien­za. Se Socratic Puzzles (1997) è un'interessante raccolta di saggi a testimonianza di aspet­ti anche curiosi delle competenze filosofiche di Nozick, a cominciare dall'interesse teore­tico per la religione, un libro unico nel suo genere è di certo La vita pensata (1 9 89).  Si trat­ta, né più né meno, che di un tentativo filosofico di dare un quadro categoriale compiuto delle esperienze, non solo in­tellettuali, più importanti della vita: «l'amicizia, l'amore, la comprensione intellettuale, il piacere sessuale, ottenere ciò che si desidera, l'avventura, il gioco, il lusso, la fama, il pote­re, l'illuminazione, e il gela­to».  C'è un bellissimo capitolo sulla morte, in cui tra l'altro si dice che il rimpianto per la morte deve essere inversamen­te proporzionale a quanto la persona scomparsa è riuscita a realizzare dei suoi progetti fon­damentali.  L'unica consolazio­ne che riesco a provare in que­sto momento di lutto e tristez­za consiste nella consapevolezza che Bob, nel corso della sua vita, aveva realizzato, più di quanto ognuno possa spera­re, le sue straordinarie potenzialità intellettuali e umane.
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