RASSEGNA STAMPA

25 GENNAIO 2001
RICCARDO DOTTORI
GADAMER IL REVISIONISTA
Il filosofo dà ragione allo storico Nolte: "Se i nazisti non avessero iniziato la guerra, l'avrebbe fatta Stalin"
Com'è stato possibile? Come è accaduto che il popolo tedesco ("che non era antisemita") cadesse nella trappola del nazismo e diventasse collettivamente responsabile degli orrori più pesanti del secolo scorso? La domanda continua a tormentare una delle menti più lucide e profonde del pensiero contemporaneo, quella del filosofo Hans Georg Gadamer. Il pensatore ultracentenario (compie 101 anni l'11 febbraio prossimo) concede un lungo dialogo a Riccardo Dottori, che pubblica l'intervista nel nuovo volume "L'ultimo Dio. La lezione filosofica del XX secolo" (I libri di Reset, pp. 160, £. 22.000). Il colloquio spazia dagli orizzonti della filosofia moderna al dibattito tra etica e metafisica, dalla politica alla funzione delle religioni, ed è ricco di particolari autobiografici relativi all'amicizia di Gadamer con numerosi intellettuali; in questa pagina ne proponiamo alcuni stralci relativi all'interpretazione della storia del "secolo breve". Gadamer rivede alcuni "luoghi comuni" della storiografia nel senso già indicato da Ernst Nolte, per esempio escludendo un consenso di massa dei tedeschi all'ideologia nazista e sottolineando il ruolo di Stalin e della Russia comunista nell'origine della seconda guerra mondiale.
Professor Gadamer, se alla fine dell'ormai trascorso XX secolo ci gua
diamo indietro, e ne ripensiamo la storia, il primo pensiero va all'immane tragedia che è stata per l'Europa il nazionalsocialismo. Come pensa che ciò sia potuto avvenire, contro il volere della stragrande maggioranza?
"Da una parte v'è l'ignoranza, e il fatto che nessuno avrebbe immaginato una cosa del genere.
Dall'altra parte v'era già il "militarismo"? Questa è forse una parola troppo semplicistica. Ma, nel complesso, si trattava di una cosa simile; chi è abituato all'obbedienza, a eseguire degli ordini, obbedisce; ma chi obbedisce esegue gli ordini senza approvarli. Questa è l'essenza dell'ordine. E questo è quel che ora mi dà enormemente da pensare, e mi fa sentire profondamente colpevole; non intendo con questo semplicemente me, o i tedeschi della mia generazione. Quel che mi chiedo è come sia stato possibile che la storia universale sia potuta trascorrere in questo modo sulla Germania, già divisa profondamente tra cattolicesimo e protestantesimo; una profonda scissione spirituale che ha dato luogo comunque a tanto fiorire della teologia: come avrebbe potuto svilupparsi altrimenti tanta teologia, senza questa situazione di concorrenzialità tra le due Chiese? Lei mi chiede dunque come è stata possibile una storia del genere? Già, come è stato possibile che i generali dopo il putsh contro Röhm e la "Notte dei lunghi coltelli" non vedessero a che cosa si andava incontro e potessero sopportare una cosa del genere? Schleicher, ex comandante in capo dell'esercito ed ex capo del governo, venne ucciso, fucilato; anche il giornalista che aveva scritto il discorso del 1935 di Papen a Marburgo fu ucciso, e via dicendo. Perché si sopportò tutto questo? Forse perché c'erano tanti ufficiali che erano stati licenziati dopo la prima guerra mondiale, e che aspettavano nuovi posti; l'esercito, che deteneva il potere delle armi, vedeva ora l'occasione propizia per dettare le proprie condizioni; questa è stata la cosa terribile, ed è su questo che rifletto ora continuamente, e che non riesco a sopportare".
Lei crede forse che nel putsh contro Röhm, Hitler si sia avvalso dell'aiuto o della complicità dell'esercito?
"Non della complicità dell'esercito, ma naturalmente avendo l'esercito come alleato. I nazisti stessi fecero assassinare i propri uomini delle Sa, ma non fu l'esercito, furono essi stessi a farlo, e a disarmare le Sa".
Ma era possibile disarmare le Sa, quasi tre milioni di uomini, senza l'esercito?
"Forse no, non lo so; non si trattava comunque di tre milioni di soldati, regolarmente arruolati e che sapessero maneggiare le armi. Certo, in ogni caso l'esercito doveva essere dalla sua parte. Vede, quando Hitler riuscì, con il patto di Monaco del 1938, a concordare con gli altri Paesi europei l'occupazione della Cecoslovacchia e poté marciare su Praga senza sparare un colpo, non si può negare che i generali e ufficiali dell'esercito persero la loro funzione, e potevano perdere il loro ufficio, i loro posti; e questo non lo volevano. Quando poi la guerra prese quelle enormi proporzioni che uscivano fuori da ogni logica e ogni ragione, nessuno di essi pensò più di risolvere la cosa con un paio di colpi ben tirati. E perché? Questa è la questione: si può eliminare chi crea violenza senza violenza? Questo fu anche l'errore di Gördeler, fino all'ultimo egli non voleva fare del male a Hitler; voleva solo togliergli il potere.
Ma che razza di cose sono queste? Come si poteva pensare a una cosa del genere? Non lo so. Tutti noi, io stesso, quando mi risvegliai da quell'incubo, ci chiedevamo come fosse stato possibile. All'inizio, avevo molti amici ebrei attorno a me che pensavano: "Non aver paura, più di un anno questo tipo non dura". Io ero, come loro, e come tutti gli intellettuali, più che convinto di questo. Poi, piano piano, piano piano, cominciò a riscuotere più credito, all'inizio presso i commercianti, i banchieri; ma tutti costoro da soli, non fanno una volontà popolare.
No, no, c'è una sola risposta: è stato semplicemente un errore dell'antica attitudine prussiana all'obbedienza. Questo ha portato avanti le cose. E si tratta di una cosa molto, molto seria.
Questo è stato determinante".
Lei crede che l'esercito appoggiasse Hitler perché aveva pattuito con lui di essere poi il solo a portare le armi, una volta liberatosi delle Sa?
"Certo l'esercito voleva essere il solo a portare le armi, e questo fu il motivo per cui appoggiò il putsh, e dovette però giurare fedeltà a Hitler. Un giuramento a cui rimase poi legato fino alla fine, e che impedì alla coscienza dei soldati, formata dal rigorismo e dal militarismo prussiano, di ribellarsi e di eliminarlo. Se avessero avuto una vista più acuta avrebbero potuto puntare su Schleicher, che aveva certamente in mente di far fuori Hitler, invece di lasciarlo uccidere. Se Schleicher non avesse aspettato, sarebbe certamente stato lui il vincitore. Comunque, come le ho già detto, nella storia molto spesso gli uomini prendono le decisioni sbagliate. Questo debbo pur ammetterlo. D'altra parte debbo richiamarmi anche al fatto che l'antisemitismo era assolutamente impopolare presso il popolo tedesco. Non è neanche da parlare del fatto che i tedeschi volessero una cosa del genere".
V'è stato uno storico russo che ha sostenuto che Stalin, nonostante il patto di non aggressione, stesse preparando una guerra contro Hitler, nell'intento di propagare il comunismo in Europa; egli sostiene ancora che Hitler fosse al corrente di ciò, e che decise per questo di attaccare per primo anche se, nonostante il vantaggio iniziale, Stalin lo aveva con ciò costretto a un attacco suicida, poiché la Germania non poteva combattere su due fronti.
"Questo è certo. Ed è anche questo che mi tormentò durante l'invasione della Russia, perché, mi dicevo: "Abbiamo perso adesso una guerra; vogliamo fare ancora guerra? Perdere un'altra guerra?". Certamente se Hitler non avesse fatto la guerra, l'avrebbe fatta Stalin. I russi avevano infatti preparato, con altissimi costi, un esercito gigantesco, anche dal punto di vista tecnico, ed era del tutto chiaro, e lo sapevamo anche, che avrebbero attaccato; e se non fossero venuti gli americani, a quest'ora avremmo avuto anche noi, in Europa, una serie di Stati di stampo marxista".
Rimaneva ancora la carta che voleva tentare Gördeler, e da ultimo anche l'esercito, cioè la pace separata con l'Ovest.
"Questo lo avremmo voluto tutti volentieri, ma nulla era stato fatto al proposito. Ciò sarebbe stato possibile quando lo volevano gli Stati dell'Ovest, che a un certo punto lo hanno tentato tramite la Svezia e ogni sorta di altro modo. Anche Hitler mandò a un certo punto un alto ufficiale dell'aviazione in Inghilterra, simulando una sua fuga; ma tutti i tentativi del genere fallirono. Non si può infatti pretendere da popoli che hanno combattuto e sacrificato vite umane per tanti anni che facciano la pace come se nulla fosse".
Anche Thomas Mann era contrario; in un suo discorso pronunciato in America nel 1944 da una radio americana escluse nel modo più assoluto che si dovesse arrivare a una pace separata con Hitler, o con la Germania.
"Una tale discussione non potè svilupparsi da noi; non se ne parlò mai pubblicamente; e comunque a quel punto sarebbe stato troppo tardi. Alla fine dobbiamo dire che la storia è andata come doveva andare".
Qual è dunque, di nuovo, l'insegnamento che dobbiamo trarre dalla terribile esperienza di questo secolo?
"Oggi siamo di fronte al fatto che non vi è più soltanto una comunità di minoranze all'interno di una società, ma diverse comunità, che tendono ad integrarsi ma che mantengono un forte senso di appartenenza al loro interno. Il problema diventa, allora, non soltanto il possibile conflitto tra la società che accoglie le minoranze e le minoranze stesse, ma anche quello di comporre il conflitto delle minoranze tra di loro; questo sembra essere il compito che spetta ancora alla società che accoglie e ospita le minoranze, ma su quale base? Non so se la sola base dello Stato laico o dello Stato di diritto possa bastare per questo, là dove le comunità di minoranze che vengono a crearsi provengono da tradizioni e costumi completamente altri. È per questo che io penso di nuovo che solo un dialogo tra le grandi religioni, le quali costituiscono una delle basi essenziali di quell'elemento di appartenenza delle minoranze, possa portare alla mutua tolleranza e al rispetto reciproco. Nel mio libro L'eredità dell'Europa ho già messo in evidenza come l'autentico motivo della civiltà europea, e la sua grande eredità civile e culturale, consista proprio in questo senso della tolleranza, a sviluppare il quale ci sono voluti secoli di guerre e di lotte, ma che alla fine del Settecento, nel secolo dei Lumi, si è imposto con L'Editto sulla Tolleranza di Maria Teresa d'Austria; e tutto questo non sulla base del semplice rifiuto delle religioni o delle diverse tradizioni culturali, ma sulla base del senso della propria forza e dell'eccellenza della propria identità culturale. Questa fa sì che non si temano le minoranze e le diversità, ma che si accettino, nella certezza che l'eccellenza delle proprie qualità non solo non risulti indebolita, o risulti vincente, ma che possa servire da sostegno alla mutua comprensione e accettazione, in quel dialogo continuo che è lo stesso rapporto sociale".
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vedi anche
Filosofia (e) politica