| «Siamo della natura delle foglie che reca Primavera odorosa» | «Siamo della natura delle foglie che reca Primavera odorosa» dice Mimnermo
in una struggente lirica di venticinque secoli fa. Siamo veramente della natura
delle foglie, non solo al livello di individui, mortali per eccellenza, brotòi dice Omero,
ma anche a livello delle nostre cellule. Ogni cellula del nostro corpo ha la potenzialità di
suicidarsi a ogni istante e sopravvive soltanto perché, e finché, non lo fa. Questa la
conclusione di più di dieci anni di esperimenti di biologia cellulare e questo è il tema del
libro di Jean Claude Ameisen Al cuore della vita che sta per uscire da Feltrinelli.
Insomma, la sopravvivenza delle nostre cellule è la conseguenza di una loro decisione di
non morire di propria mano. Le cellule degli animali sono infatti programmate per morire in
qualsiasi momento, in risposta a un segnale convenuto. A volte lo fanno; più spesso non lo
fanno. Questa è la vita di una cellula. Al cuore di questa vita c’è il rifiuto della morte. Il
suicidio programmato delle varie cellule viene chiamato «apoptòsi», un termine della tarda
grecità che designa proprio la caduta delle foglie. L’uomo ha sempre assistito, ammirato e
incuriosito, allo spettacolo della caduta delle foglie alla prima ventata d’autunno. Per lungo
tempo si è ritenuto che si trattasse di un accidente, una risposta passiva alla violenza degli
elementi, anche se ciò accade solo per certi tipi di piante, quelle appunto che d’inverno
perdono le foglie. Oggi sappiamo che non è così. La caduta delle foglie è un fenomeno
attivo e programmato. Quando è tempo, le cellule alla base del picciolo di ogni foglia
cominciano spontaneamente a morire una dopo l’altra, finché non c’è più materia viva che
tenga la foglia avvinta al ramo e la prima brezza se la porta via. La caduta annuale delle
foglie è divenuta, così, il prototipo dei fenomeni connessi con la morte cellulare
programmata e a questa curiosa proprietà della materia vivente ha prestato il suo nome.
Vita, quindi, come non morte. Ci si chiederà quale può essere l’utilità di un meccanismo
biologico così contorto e del tutto estraneo alla nostra intuizione. Il punto è che la morte
programmata delle cellule è necessaria. E’ necessaria durante lo sviluppo embrionale (per
perfezionare le strutture corporee dell’individuo che si sta formando e per la più
appropriata strutturazione del suo sistema nervoso) ed è necessaria durante tutta la vita, allo
scopo di eliminare quelle cellule del corpo che potrebbero danneggiarci. Prendiamo, ad
esempio, la formazione delle dita di una mano o di un piede. Nell’embrione di una certa età
le dita sono unite fra di loro da un setto dermico, una sorta di membrana palmare. Le cellule
di questo setto andranno poi incontro a un processo di morte programmata e le dita si
separeranno l’una dall’altra. Questo fenomeno è controllato geneticamente: le dita della
zampa di un pollo si separano, come le nostre, prima della nascita, mentre quelle di un
papero o di un cigno restano unite per tutta la vita. Con un meccanismo analogo si
separano anche il radio e l’ulna nell’avambraccio e si forma l’avvallamento cutaneo
corrispondente alle pinne del nostro naso. La morte cellulare serve cioè a rifinire la forma
del corpo, scolpendone i dettagli più minuti nel quadro di una fantastica, raffinata opera di
cesello. In questi casi le cellule che sono destinate a morire, o meglio a suicidarsi, sono
stabilite fin dall’inizio con precisione e non possono essere altro che quelle. Esistono invece
altre situazioni nelle quali è prevista una certa quantità di morte cellulare programmata, ma
non è stabilito a priori quale cellula deve morire e quale no. Si è accertato, ad esempio, che
un buon 15% di tutte le cellule nervose, o neuroni, che si originano nel sistema nervoso
centrale di un mammifero va incontro a morte nelle prime fasi del suo sviluppo. In certe
specifiche regioni del cervello non meno del 60% dei neuroni muore, obbligatoriamente. In
questo caso è stabilito geneticamente che qualcuno deve morire e vengono forniti gli
strumenti necessari per mettere in atto questa decisione, ma non è stabilito con precisione
chi deve morire. Per molti neuroni si accende una vera e propria competizione. Ciascuno di
loro tenta di raggiungere mediante una sua propaggine, chiamata assone, il proprio tessuto
bersaglio. Quelli che raggiungono prima l’obiettivo previsto sopravvivono, gli altri muoiono
per strada. Il fattore limitante è la concentrazione locale di alcune sostanze, come ad
esempio l’Ngf, il nerve growth factor , scoperto da Rita Levi Montalcini. Queste sostanze
si comportano come veri e propri fattori di sopravvivenza. Il neurone che riesce a sistemare
le proprie propaggini in maniera da usufruire di una sufficiente quantità di questi fattori
sopravvive, mentre gli altri muoiono. Questo processo serve a stabilire una volta per tutte i
dettagli delle nostre connessioni nervose. Si tratta di un’altra opera di cesello, realizzata
nell’organo più complesso e raffinato che possediamo e portata a termine durante le ultime
fasi della vita embrionale e immediatamente dopo la nascita. C’è chi pensa, a questo
proposito, che qualche dettaglio di questa rifinitura finale sia scolpito anche sulla base delle
nostre prime esperienze di vita. Un altro esempio di morte programmata ma non
determinata si ha nella maturazione delle cellule T, quei globuli bianchi del sangue che
controllano le nostre difese immunitarie (e che sono selettivamente colpiti dal virus
dell’Aids). Solo il 2-3% di quelle che nascono raggiungono la maturità e riescono a entrare
in ballo. Questo processo di maturazione e di «educazione» delle cellule T implica perdite
enormi, però la posta in gioco è pure enorme. Fra le cellule T immature che vengono
prodotte quotidianamente figurano anche quelle pronte ad attaccare alcune parti
dell’organismo stesso e che sono dette cellule T autoreattive. Queste cellule vanno
bloccate, nell’età infantile e per tutta la vita. Esistono vari sistemi per bloccare la
proliferazione di ceppi cellulari indesiderati, ma uno dei più sicuri è la loro eliminazione
fisica. Questo è proprio quello che succede alle progenitrici delle cellule T autoreattive
durante il processo di maturazione. L’eliminazione di queste cellule è necessaria per la
sopravvivenza dell’intero organismo, anche se non è stabilito a priori quali cellule saranno
sacrificate e quali no. Quando le istruzioni di morte arrivano a una determinata cellula T,
qualunque essa sia, questa si suicida, secondo un protocollo prestabilito e controllato da
geni specifici, che cominciamo oggi a conoscere uno per uno.
Una delle cose più interessanti di tutta questa storia, narrata con molto rigore e maestria nel
libro di Ameisen, è che tutti questi geni sono stati originariamente individuati in organismi
estremamente diversi da noi, come i vermi nematodi e il moscerino dell’aceto, organismi
che si sono rivelati e si rivelano d’enorme importanza per la comprensione della nostra
biologia, e in definitiva della nostra stessa natura.
«Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», per dirla con un altro poeta. Ma si sta. E si
indaga e ci si interroga, come si addice a un orgoglioso giunco pensante. |