RASSEGNA STAMPA

17 GENNAIO 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Newton
Così un oscuro fisico stupì la scienza del suo tempo
Ritratto di un genio
Nel gennaio 1684 l’astronomo Edmond Halley, dal quale prende il nome la famosa cometa, riceve una sfida da quaranta scellini: dimostrare entro due mesi l’espressione matematica della forza con cui il Sole attrae i pianeti.
Nell’agosto, persa la sfida per decorrenza dei termini, Halley la gira all’oscuro matematico Isaac Newton, che gli dà una risposta sospetta: aveva già pensato al problema tempo prima, ma non ricorda dove ha messo la soluzione.
Halley se ne va incredulo, ma a novembre riceve una lettera di poche pagine in cui Newton dimostra che il Sole attrae i pianeti con una forza inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.
L’astronomo è talmente impressionato dalla precisione del risultato e dall’eleganza della dimostrazione, da incitare il matematico a scrivere un libro sull’argomento. Nel giro di tre anni Newton gli invia quattrocentosessanta pagine piene di formule e diagrammi, scritte febbrilmente in una delle più impressionanti esplosioni creative del pensiero umano.
Halley le legge, le corregge, e ne finanzia personalmente la pubblicazione. Nel 1687 esce, in 350 copie, il libro più importante di tutta la storia della fisica: i Principi matematici della filosofia naturale. Secondo il mito, Newton avrebbe intuito la soluzione del problema della gravitazione quando, da giovane, gli era caduta in testa una delle famose mele che punteggiano le favole dell’umanità: da Eva a Biancaneve, da Paride a Guglielmo Tell.
In questo caso qualcosa di vero c’è, ma non molto. Fra il 1664 e il 1666 Newton aveva già avuto un’altra esplosione creativa, dalla quale era nato il calcolo infinitesimale che ancor oggi si studia nelle scuole. Una delle sue tante scoperte di allora era stata che se i pianeti avessero delle orbite circolari, allora il Sole li attrarrebbe effettivamente con una forza inversamente proporzionale al quadrato del raggio. Purtroppo il sogno che i pianeti circolassero per gli spazi celesti, accarezzato da tutti gli astronomi classici da Tolomeo a Copernico, era già stato infranto da Giovanni Keplero. Sulla base delle osservazioni astronomiche compiute da Tycho Brahe in Danimarca, egli aveva dedotto nel 1609 due famose leggi: la prima stabiliva appunto che le orbite dei pianeti sono ellissi, cioè cerchi schiacciati, con il Sole in uno dei fuochi; la seconda, che aree uguali dell’orbita vengono spazzate in tempi uguali.
Una terza legge fu aggiunta da Keplero nel 1619, nell’opera di teoria musicale L’armonia del mondo: il rapporto fra il quadrato dell’anno planetario e il cubo della distanza media tra un pianeta e il Sole è lo stesso per tutti i pianeti. Il ruolo della musica è presto detto: i numeri che intervengono negli esponenti, cioè 3 e 2, sono gli stessi che nella teoria pitagorica identificano una quinta musicale (ad esempio, l’intervallo tra do e sol). Come dichiarava il titolo della sua opera, Keplero credeva infatti che Dio fosse il direttore dell’Opera del Cosmo, e che i pianeti eseguissero armoniosamente la sua musica.
Proprio dalla terza legge di Keplero il giovane Newton aveva facilmente dedotto la forma matematica dell’attrazione solare per orbite circolari, ma il caso delle orbite ellittiche era di ben altra difficoltà. Ci vollero vent’anni perché un maturo Newton arrivasse al suo capolavoro, svelando il legame fra le tre leggi di Keplero da un lato, e la legge di gravitazione dall’altro.
La sorprendente soluzione del mistero è la seguente.
L’esistenza di una forza, attrattiva o repulsiva, tra il Sole e un pianeta è solo un modo diverso di esprimere la seconda legge. Il fatto che la forza sia inversamente proporzionale al quadrato della distanza è solo un modo equivalente di dire che l’orbita è una sezione conica, cioè una delle tre figure che si ottengono tagliando un cono con un coltello: parabola, iperbole e, come appunto nella seconda legge, ellisse (il quadrato deriva dal fatto che le sezioni coniche sono le curve descritte da equazioni quadratiche). La terza legge implica poi che la forza esercitata dal Sole sia sempre la stessa, indipendentemente dal pianeta.
Le tre leggi sperimentali di Keplero ricevono così la loro giustificazione teorica: esse catturano esattamente l’informazione necessaria e sufficiente a descrivere l’azione del Sole sui pianeti. A questo punto, però, Newton è ormai lanciato nella sua corsa e, fedele al principio d’inerzia che ha posto alla base del suo sistema, non accenna a fermarsi.
Anzitutto, nota una strana analogia: se lui ha appena dimostrato che il Sole esercita lo stesso tipo di attrazione su ogni pianeta, Galileo aveva già dimostrato, nel famoso esperimento dalla torre di Pisa, che la Terra esercita lo stesso tipo di attrazione su ogni corpo terrestre. Newton deduce che la forza in gioco dev’essere la stessa: ha scoperto la gravitazione universale che ciascun corpo esercita su ciascun altro. Dirà Lagrange un secolo dopo: «Beato Newton. C’era una sola legge universale di natura, e l’ha scoperta lui!». A questo punto, però, le cose si complicano: se il Sole attira i pianeti, a loro volta i pianeti attirano il Sole. Come Keplero aveva mostrato che le orbite circolari di Copernico erano solo approssimazioni di più complicate orbite ellittiche, così Newton dimostra che anche le leggi di Keplero sono solo approssimazioni: la terza legge fallisce già nel caso di un sistema di due corpi che si attraggono reciprocamente, e anche le prime due leggi falliscono quando i corpi sono tre o più (ad esempio, le orbite dei pianeti non sono affatto chiuse). Nel 1916 verrà anche il turno di Newton, quando Einstein dimostrerà che la stessa legge di gravitazione universale è solo un’approssimazione di un’altra più complicata.
Per ora, comunque, Newton può trarne frutti immediati e risolvere problemi di ogni genere: dalla massa del Sole alla forma della Terra, dalle cause delle maree alla precessione degli equinozi, dalle perturbazioni del moto della Luna alle orbite delle comete. Naturalmente, ci sono questioni che neppure lui riesce a risolvere: in particolare, quale sia la natura di questa misteriosa forza che agisce istantaneamente a distanza, e che i suoi detrattori vedono come un ritorno a qualità occulte aristoteliche. Newton dichiara onestamente: «non sono ancora riuscito a dedurre la gravità dai fenomeni, ma non invento ipotesi». La risposta dovrà attendere il 1916, quando Einstein spiegherà la gravità come l’effetto della curvatura dello spaziotempo prodotta dalla materia.
Un altro dei problemi che Newton non riesce a risolvere è un vero e proprio paradosso: come mai la volta celeste non collassa? Ci dovrebbero infatti essere infinite stelle perché esse appaiono uniformemente distribuite nello spazio infinito; ma infinite stelle dovrebbero produrre un’attrazione gravitazionale infinita. Prima di essere risolto, ancora una volta da Einstein, il paradosso diventerà la prima antinomia della Critica della ragion pura di Kant. La cosa non deve stupire: lo stesso Newton aveva infatti esortato i filosofi a studiare la matematica, oltre che i matematici a filosofare. E aveva scritto il suo libro geometricamente, alla maniera degli Antichi, e non analiticamente, alla maniera dei Moderni, proprio perché voleva che a leggerlo fossero anche i filosofi, e non soltanto i matematici.
Il primo a prenderlo sul serio fu Locke, che fece seri sforzi per capire i Principi, e al quale Newton stesso fornì una dimostrazione semplificata dell’equivalenza fra la legge di gravitazione e le leggi di Keplero. Il Saggio sull’intelletto umano inaugurò nel 1690 non soltanto l’empirismo inglese, ma un’intera corrente della filosofia, che attraverso Hume e Kant arriva fino agli analitici dei giorni nostri. Una filosofia sensibile alle problematiche e ai metodi della scienza. Una filosofia che, come lo stesso Newton ebbe a dire di sé rispetto a Galileo e Keplero, vede lontano perché siede sulle spalle dei giganti.
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