Conoscenze più certe della scienza| Un bilancio del programma fenomenologico |
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| Edmund Husserl, "Fenomenologia e teoria della conoscenza", a cura di Paolo Volonté, Bompiani, Milano 2000, pagg. 306, L. 17.000. | Può sembrare sacrosanto sostenere che noi siamo più sicuri di quello che pensiamo (è lì, in noi) che non di quello che vediamo (è là, fuori di noi), e che la sola cosa di cui possiamo essere davvero certi è del fatto che dubitiamo, dunque che pensiamo. Ma, detto questo, è un fatto che, tanto per dirne una, siamo soliti annotare i nostri impegni, e persino i nostri pensieri, su agende e taccuini. A questo punto, se fossimo davvero coerenti, dovremmo buttare via taccuini e agende, che stanno in un mondo esterno, dubbio, trascendente. Invece non lo facciamo. Perché? E' solo un vizio, una debolezza, un cedimento naturalistico, oppure si tratta del riconoscimento di un carattere proprio della realtà, e di una realtà che ha la proprietà di esistere prima di noi e dopo di noi, e comunque in modo coerente e indipendente dalla nostra coscienza? Malgrado questo, gli idealisti hanno continuato a negare che il mondo esterno sia qualcosa di più certo delle nostre interne rappresentazioni, i realisti hanno continuato a ritorcere questo e altri controesempi, e intanto le scienze della natura hanno continuato imperterrite il loro cammino.
Nel 1916-17, Husserl, da poco chiamato a Friburgo, aveva composto due testi rimasti incompiuti, Fenomenologia e psicologia e Fenomenologia e teoria della conoscenza. Il problema di fondo, a cui Husserl tenta di rispondere, è in che modo si possa avere un sapere filosofico rigoroso, e che parli del mondo, senza dipendere dalle acquisizioni delle scienze empiriche. Cioè, in altri termini, come sia ancora possibile fare una filosofia con qualche pretesa conoscitiva autonoma, senza imboccare la via facile, e in quegli anni già aperta, del vedere nella filosofia l'organo delle scienze dello spirito, ossia un metodo per organizzare le conoscenze storiche, che come tali sfociano necessariamente nel relativismo.
Per Husserl, diversamente che per il positivismo, non si tratta di riconoscere l'unica realtà nel mondo indagato dalle scienze della natura; e, diversamente dallo storicismo, non si tratta di trovare un campo parallelo, il mondo dello spinto, da contrapporre al mondo fisico. Si tratta piuttosto di indagare il reale, sia fisico sia psichico, cercando di stabilire leggi necessarie e superiori alle stesse leggi delle scienze della natura, perché queste ultime sono si più esatte di quelle storiche (la storia si ripete molto più approssimativamente di quanto non faccia la natura), però sono congetturali in un modo ancora più insidioso e decisivo. Mentre infatti il mondo dello spirito (non di quello di Giulio Cesare, ma di ognuno di noi quando si osserva) è indubitabilmente presente, il mondo della natura è lì fuori, ci sembra che ci sia, ma in realtà non ne sappiamo niente. E dunque tutto ciò che dicono le scienze della natura potrebbe essere radicalmente falso.
Il gesto non è nuovo, ed è anzi una tipica manovra storicista, come quando Vico dice che noi possiamo sapere tutto della storia, fatta dall'uomo, e niente della natura, fatta da Dio; o come quando Gentile (proprio all'epoca di Husserl) sostiene che Hegel ha commesso solo un errore, quello di presupporre qualcosa, la solita natura, al pensiero. Ma la soluzione è nettamente diversa, per due motivi.
In primo luogo, Husserl non pensa assolutamente di appoggiarsi alla storia come alternativa alla natura, visto che ha capito qualcosa che non è chiaro né a Vico né a Gentile, ossia che non esiste l'Uomo, ma altri uomini, che ci sono essenzialmente estranei tanto quanto le piante, le pietre e gli animali. In secondo luogo, l'intento husserliano non è di relativizzare la scienza della natura (come fanno gli storicisti, e come farà, di nuovo, Heidegger), bensì di fondarla in modo ancora più rigoroso. La domanda, ovviamente, è come, e la risposta consiste nella creazione di una scienza eidetica. Se noi prendiamo le cose, diciamo che sono fenomeni cioè rappresentazioni interne a noi, e non ci occupiamo della loro esistenza esterna, come tale imperscrutabile, possiamo trovare delle leggi certe che regolano queste rappresentazioni (o per l'appunto "eide", immagini). E' strano? No, perchè i matematici agiscono in questo modo, e si trovano benissimo.
Anche Einstein, però, sarebbe stato scontento se le osservazioni dell'universo avessero smentito i suoi calcoli, mentre per Husserl, la fenomenologia pura "varrebbe anche se tutte le osservazioni e gli esperimenti fatti da qualsiasi psicologo non fossero mai stati fatti o fossero interamente sbagliati" (Fenomenologia e psicologia), L'idea di Husserl è che qualora la conoscenza eidetica contrasti con l'esperienza, si deve correggere l'esperienza, mentre nelle leggi di natura si tratta per l'appunto di correggere la legge qualora quest'ultima risultasse in contrasto con l'esperienza. Nel paragrafo 19 di Fenomenologia e teoria della conoscenza, troviamo una affermazione rivelativa: "Quanto grande sia il servizio che le scienze eidetiche realmente costituite possono offrire, e sono chiamate a offrire, alle corrispondenti scienze empiriche, quanto vero sia che solo esse hanno reso ovunque possibile la trasformazione della ricerca empirica di grado inferiore in ricerca "esatta" sulla natura, lo insegna l'osservazione delle discipline eidetiche appena citate, la geometria e le dottrine pure del tempo e del movimento". Cioè, oltre alla geometria, la foronomia di cui Kant parla nella Critica della ragion pura. Ora, se la foronomia non ha fatto molta strada, non è che la fenomenologia ne
abbia fatta molta di più, E se l'albero si riconosce dai frutti, si capisce per quale motivo la fenomenologia, nella sua formulazione husserliana, appaia oggi come un grande progetto incompiuto al limite come una macchina inutile, anche se risultano perfettamente condivisibili i motivi che presiedono alla sua genesi.
Già negli anni in cui Husserl scrive questi lavori, uno psicologo, Theodor Elsenhans gli aveva obiettato che è assurdo pretendere di conoscere delle datità senza avere a che fare con l'esperienza. Se Husserl non poteva acconsentire a una simile osservazione difficilmente contestabile è perché identificava l'esperienza con la scienza, sicché ogni riferimento a dati gli sarebbe apparso come un cedimento di fronte alla fisica, e riteneva d'altra parte che fuori della scienza l'esperienza restava un terreno vago e contingente, quasi che la colpa del fatto che può succedere che quando premo l'interruttore non si accenda la luce dipenda dall'occhio, e non dalla circostanza, infaffibilmente registrata dall'occhio anche se non ricondotta alla sua causa, che la lampadina è fuhminata o che hanno staccato la spina. E tutte queste cose non dipendono semplicemente dalla mia psiche, ma hanno leggi interne, che non sono peraltro l'oggetto delle scienze della natura. A una scienza della natura importa abbastanza poco constatare che un quadrato di un certo colore appare, infallibilmente, più chiaro o più scuro a seconda dello sfondo su cui è posto; ma a chi voglia parlare delle proprietà del mondo esterno questo importa eccome. Così, la fenomenologia, che ha fawto nel suo progetto più deliberatamente cartesiano-kantiano, come fenomenologia trascendentale, ha trovato uno spazio del tutto legittimo e praticabile proprio in quella fenomenologia sperimentale che a Husserl sarebbe apparsa come un controsenso, e che viceversa, attraverso la percettologia (quella che potremmo chiamare legittimamente una "psicologia del mondo esterno") ha fornito alcuni dei contributi più rilevanti alla ontologia del Novecento. |