RASSEGNA STAMPA

14 GENNAIO 2001
UMBERTO BOTTAZZINI
Sulla Tecnica solo cattive idee
I filosofi non hanno capito il tema da loro stessi definit cruciale
Andando in cerca dell'«essenza», molti umanisti alla Heidegger, hanno perso ogni sensibilità per la pluralità deisapewro scientifici
Michela Nacci, «Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni»,Laterza, Roma-Bari2000,pagg. 344, L. 48.000.
Come è stata percepita e interpretata la tecnica dagli intellettuali del Novecento? Ecco la domanda alla quale cerca di rispondere il libro di Michela Nacci. La questione è tutt’altro che peregrina. Anzi, ha ragione Gianni Vattimo ad affermare nella prefazione di questo libro che «il problema della tecnica non è un problema tra gli altri, sia pure importante, delle riflessioni del Novecento, ma è il tema dominante, per lo più esplicito ma presente anche là dove non appare, di tutta la riflessione e della cultura del secolo». Salvo rare e occasionali eccezioni appartenenti al mondo della scienza, gli intellettuali cui Nacci pensa e dà voce sono rappresentanti, grandi e piccoli, della cultura umanistica. In primo luogo scrittori e filosofi, da Spengler ad Heidegger e Hannah Arendt, da Mumford a Wells e Orwell, a Horkheimer e Adorno, a Lyotard e lo stesso Vattimo. Sono insomma gli esponenti di quella cultura «che più di ogni altra si è sentita minacciata dalla tecnica». Facendo propria la tesi di Heidegger che «l’essenza della tecnica non sia qualcosa di tecnico», filosofi e sociologi vi hanno tutti cercato un’essenza.
Da questo punto di vista, le diverse tecniche che si sono succedute nella storia si sono così ridotte a essere la tecnica. Le differenze sono state banalizzate in categorie generalissime come la tecnica antica e la tecnica moderna come se, in particolare, si potesse parlare al singolare di tutte le tecniche moderne. Queste ricerche sull’essenza della tecnica, pur con diverse sfumature, hanno portato tutte alle stesse conclusioni. Che la tecnica «è coeva del costituirsi del mondo o natura in oggetto e dell’uomo in soggetto». Che la tecnica nasce con la modernità, e la sua essenza stessa è sinonimo di modernità. E la modernità è descritta coi caratteri della precisione, della matematizzazione, dell’oggettività, del dominio, dello sfruttamento, del progresso, della democrazia e della sua antitesi.
Come la modernità, la tecnica celebra i fasti del progresso e delle conquiste dell’uomo sulla natura, induce a un consenso dettato dai miglioramenti delle condizioni di vita. Alla critica della modernità si sovrappone la critica della tecnica. Così la tecnica è stata vista di volta in volta come nichilismo, come contrapposta al pensiero. È stata considerata come complice o responsabile di società totalitarie e oppressive, addirittura della fine della civiltà occidentale.
Emblematico è il caso della radio, che dagli anni Venti al secondo dopoguerra, fino al trionfo della televisione, è stata per così dire l’incarnazione della tecnica presso intellettuali e pubblico. «Anche i nazisti sapevano che la radio dava forma alla loro causa come la stampa alla Riforma», hanno scritto Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’Illuminismo, un testo che è ormai un classico della filosofia del Novecento. Nella Germania nazista «la radio diventa la bocca universale del Führer». Nelle società capitalistiche «il diktat della produzione» che la radio veicola «mascherato dalla parvenza di una possibilità di scelta, la réclame specifica, può trapassare nell’aperto comando del capo». Per Horkheimer e Adorno la radio esemplifica la tesi della sostanziale identità tra regimi autoritari come il nazismo e società capitalistiche, dove il dominio del profitto non è che un travestimento della stessa illibertà che caratterizza i primi, dove non c’è libertà di scelta perché non ci sono differenze in quello che viene offerto. Nell’opera di Horkheimer e Adorno, osserva Nacci, la radio si carica di valori e (pre)giudizi che anticipano solo di pochi anni giudizi analoghi enunciati (da Popper, per esempio) sulla televisione, mentre alla sua perniciosa influenza viene curiosamente contrapposta la radio, quale modalità di comunicazione non totalizzante. Se in generale gli intellettuali hanno giudicato la tecnica in maniera negativa, non sono mancate, d’altra parte, valutazioni positive e quasi entusiaste.
La tesi di Nacci è che «salvo poche eccezioni, la filosofia di questo secolo ha interpretato la tecnica in modo distorto, deformato: ne ha fatto il demiurgo onnipotente che può tutto in ogni situazione». Si può essere d’accordo con Michela Nacci quando sostiene che gli intellettuali del Novecento «non hanno capito la tecnica». E che sopra di essa hanno creato una quantità di equivoci e fraintendimenti.
Gli argomenti che porta in questo volume sono convincenti, al punto da spingere Vattimo a «cercarne una conciliazione almeno con gli aspetti meno tecnofobici del pensiero heideggeriano». La via indicata da Vattimo è di pensare che «se c’è un’essenza della tecnica, essa consiste proprio nel disseminarsi in molteplici tecniche irriducibili a unità».
Le domande poste da Nacci si traducono in nuove domande. «Per pensare la tecnica in modo "adeguato" — si chiede Vattimo — abbiamo bisogno solo di liberarci del mito di una sua essenza unitaria, o anche di una prospettiva che ne colga la portata complessiva in quanto fonte di trasformazioni epocali?». Secondo Vattimo, cui «sta a cuore» salvare la tesi di Heidegger, si possono trovare in alcune pagine del filosofo tedesco «elementi non trascurabili» per cominciare a dare una risposta. Per chi non si limita a «sospettare di ogni ontologia della tecnica», come è solo tentata di fare Michela Nacci, ma crede che quella non sia la strada da percorrere, si tratta di cambiare radicalmente il punto di vista, di cominciare a guardare alla tecnica, o meglio, alle tecniche, dal punto di vista degli uomini di scienza. Abbandonando l’idea tradizionale e semplificatrice che la tecnica sia subordinata alla scienza, che sia la traduzione in pratica di scoperte e teorie scientifiche, e cominciando a indagare le reciproche interazioni tra scienza e tecnologia. Per esempio, di fronte a una trasformazione davvero epocale come quella prodotta dalle moderne tecnologie informatiche, come sono cambiate le forme del conoscere? Che cosa hanno detto intellettuali come von Neumann e Wiener, per citare due tra i padri dei moderni computer? Cosa hanno da dire intellettuali di formazione scientifica? «Per essere all’altezza della tecnica complessa nella quale viviamo senza saperlo — conclude Nacci — sarebbe indispensabile formare un sapere nel quale la competenza tecnologica non sia separata da altri saperi, come di fatto continua ad accadere». Non si può non essere d’accordo. Si tratta di passare dal condizionale all’indicativo.
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