che cosa vuol dire essere oggi illuministi| il buonsenso non ci basta |
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È assai interessante il moto di reazioni filosofiche attivato da
Eugenio Scalfari con la sua recensione filoilluminista del
libro di Berlin; ancora una volta, la Repubblica si qualifica
come un giornale culturalmente maturo grazie al suo
fondatore, nonostante il grottesco contrasto con il suo
supplemento del venerdì che indulge in oroscopi sin dalla
copertina. Comunque, Volpi, Maffettone, Eco, Givone,
Vattimo ed Esposito hanno dato seguito, cercando di tenere
alto il dialogo pur «facendosi leggere» dal lettore comune.
Ma c’è qualcosa che non va, nel fondo del discorso: ahimé!
Rischio di dire «gavagai» senza che nell’erba sia apparso
alcun coniglio; ma devo tentare. In molte delle cose scritte
negli interventi or ora detti, riecheggiando le parole
«ragionevolezza», «senso comune» e analoghe. Queste
espressioni sono ormai superate da tempo come
inadeguate, insufficienti: ciò che è intuitivamente ragionevole,
senso comune, non è detto che sia adeguato sul piano della
conoscenza e dell’interpretazione della realtà.
Il linguaggio umano ha fatto progressi incredibili e, in alcune
sue forme speciali (quelle delle scienze dette «dure») ha
acquistato una operatività autonoma che lo porta a
descrivere o addirittura a predire aspetti estremamente
riposti della realtà che, spesso, fanno a pugni proprio con il
senso comune. Negli anni ‘30 del secolo scorso sono state
fatte scoperte sconvolgenti: riguardano, è vero, i settori in
cui la realtà (pensata o osservata) si presenta nelle sue
forme più schematicamente elementari, con i problemi della
logica matematica e quelli della fisica microscopica e della
cosmologia, ma ciò non toglie che facciano da battistrada
ad altre possibili estensioni che riguardano la psiche, la
morale o i sentimenti estetici. È davvero così ripugnante
(scientista? È spesso usato spregiativamente) pensare che
una rete neurale possa svelare i misteri della mente e di ciò
che chiamiamo pensiero, che un comportamento altruista si
affermi come biologicamente vantaggioso o che si trovi un
motivo fisiologico forte ai piaceri che un cervello educato
riesce a scoprire senza averne precedente esperienza? Ma,
probabilmente, per arrivare a tanto dovremo rinunciare a
ciò che mi sembra giusto chiamare «realismo classico», così
come è accaduto, appunto, nelle scienze «dure».
In quei celebri anni Trenta, Kurt Gödel bestemmiò sulla
completezza delle strutture formali assiomatiche, Albert
Einstein aveva già bestemmiato sulla percezione dello spazio
tempo ma aveva poi denunciato la natura paradossale,
dissacrante, della meccanica quantistica che lo obbligava a
rinunciare con sofferenza al realismo classico. Giustamente il
compianto collega Alan Cromer scrisse pochi anni fa uno
splendido libro dal titolo più che appropriato nell’originale
(Uncommon sense; in italiano è diventato L’eresia della
scienza, per l’editore Raffaello Cortina) nel quale il carattere
innaturale del modo scientifico di pensare è assai
minuziosamente illustrato allo scopo di mostrarne
l’eccezionalità e la deperibilità. Che il linguaggio che
accompagna e sostiene quel modo di pensare sia astratto e
non spontaneo non è una buona scusante per ignorarlo e
per ritenere che le virtù generali di quel linguaggio siano
ghettizzabili in discipline poco umane.
Essere illuminati, oggi, significa forse soprattutto aver voglia
di indagare sugli strumenti con cui il pensiero si "realizza", si
impadronisce del reale senza pretendere di adattarlo a un
senso comune che è solo misura dei meccanismi più banali e
ineducati di autoconvincimento e che è tuttora intriso di
quelle tradizioni con cui la ragione è costretta a misurarsi.
Se c’è da storcere il naso, semmai, è sul linguaggio con cui
si esprime ancora oggi la filosofia, specie «continentale»: o
forse basta motteggiare come fa Paolo Nori alle spalle di
Vattimo nel divertente Bassotuba non c’è (Einaudi).
Passano gli anni, le conoscenze crescono a dismisura, si
potrebbe e dovrebbe acquistare una capacità di analisi
molto evoluta, che superi il «buonsenso»; ma non sembra
sia così: gli illuministi ci sono, ma viaggiano tra la folla a lumi
spenti, mormorando precetti poco compromettenti. Non
sembrano in grado di contrastare alcuno dei lati deboli
dell’animo umano, di quei lati che gli spregiudicati
governano con il mistero, il soprannaturale, le illusioni, le
paure e le promesse. La folla sembra invariante,
superstiziosa, festaiola, spiritualmente credulona, poco
interessata ai fatti della cultura, disposta ad apprezzare un
megamanifesto in cui un faccione melenso dice di amare la
natura, i pensionati e le città sicure. Nessuno si preoccupa
di gettare il seme dei problemi di cui varrebbe la pena
occuparsi, perché chi li risolverà avrà un posto nella storia
infinitamente più alto di quello dell’uomo più ricco del
mondo, dell’uomo più potente del mondo o dell’uomo più
seducente del mondo. Suggerisco di leggere, di
Michelangelo Bovero, Contro il governo dei peggiori,
appena uscito da Laterza. A me basterebbe che si
incominciasse — e mi rendo conto di averlo già detto e
scritto infinite volte — dalla lettera di una meravigliosa
affermazione di Guillaume de Conches: «So benissimo che
Dio, se vuole, può trasformare un vitello in un albero; a me
interessa soltanto sapere perché non lo fa mai». Più
tollerante di così nel definire il valore di ciò che ha interesse
non mi riesce di essere. |