RASSEGNA STAMPA

12 GENNAIO 2001
CARLO BERNARDINI
che cosa vuol dire essere oggi illuministi
il buonsenso non ci basta
L’intervento di Carlo Bernardini prende spunto da un articolo di Eugenio Scalfari uscito il 3 dicembre scorso con il titolo I lumi del nostro secolo non sono più di moda. Nella discussione sono intervenuti Franco Volpi, Sebastiano Maffettone, Umberto Eco, Sergio Givone, Gianni Vattimo, Roberto Esposito e Sergio Moravia.
È assai interessante il moto di reazioni filosofiche attivato da Eugenio Scalfari con la sua recensione filoilluminista del libro di Berlin; ancora una volta, la Repubblica si qualifica come un giornale culturalmente maturo grazie al suo fondatore, nonostante il grottesco contrasto con il suo supplemento del venerdì che indulge in oroscopi sin dalla copertina. Comunque, Volpi, Maffettone, Eco, Givone, Vattimo ed Esposito hanno dato seguito, cercando di tenere alto il dialogo pur «facendosi leggere» dal lettore comune.
Ma c’è qualcosa che non va, nel fondo del discorso: ahimé! Rischio di dire «gavagai» senza che nell’erba sia apparso alcun coniglio; ma devo tentare. In molte delle cose scritte negli interventi or ora detti, riecheggiando le parole «ragionevolezza», «senso comune» e analoghe. Queste espressioni sono ormai superate da tempo come inadeguate, insufficienti: ciò che è intuitivamente ragionevole, senso comune, non è detto che sia adeguato sul piano della conoscenza e dell’interpretazione della realtà.
Il linguaggio umano ha fatto progressi incredibili e, in alcune sue forme speciali (quelle delle scienze dette «dure») ha acquistato una operatività autonoma che lo porta a descrivere o addirittura a predire aspetti estremamente riposti della realtà che, spesso, fanno a pugni proprio con il senso comune. Negli anni ‘30 del secolo scorso sono state fatte scoperte sconvolgenti: riguardano, è vero, i settori in cui la realtà (pensata o osservata) si presenta nelle sue forme più schematicamente elementari, con i problemi della logica matematica e quelli della fisica microscopica e della cosmologia, ma ciò non toglie che facciano da battistrada ad altre possibili estensioni che riguardano la psiche, la morale o i sentimenti estetici. È davvero così ripugnante (scientista? È spesso usato spregiativamente) pensare che una rete neurale possa svelare i misteri della mente e di ciò che chiamiamo pensiero, che un comportamento altruista si affermi come biologicamente vantaggioso o che si trovi un motivo fisiologico forte ai piaceri che un cervello educato riesce a scoprire senza averne precedente esperienza? Ma, probabilmente, per arrivare a tanto dovremo rinunciare a ciò che mi sembra giusto chiamare «realismo classico», così come è accaduto, appunto, nelle scienze «dure».
In quei celebri anni Trenta, Kurt Gödel bestemmiò sulla completezza delle strutture formali assiomatiche, Albert Einstein aveva già bestemmiato sulla percezione dello spazio tempo ma aveva poi denunciato la natura paradossale, dissacrante, della meccanica quantistica che lo obbligava a rinunciare con sofferenza al realismo classico. Giustamente il compianto collega Alan Cromer scrisse pochi anni fa uno splendido libro dal titolo più che appropriato nell’originale (Uncommon sense; in italiano è diventato L’eresia della scienza, per l’editore Raffaello Cortina) nel quale il carattere innaturale del modo scientifico di pensare è assai minuziosamente illustrato allo scopo di mostrarne l’eccezionalità e la deperibilità. Che il linguaggio che accompagna e sostiene quel modo di pensare sia astratto e non spontaneo non è una buona scusante per ignorarlo e per ritenere che le virtù generali di quel linguaggio siano ghettizzabili in discipline poco umane.
Essere illuminati, oggi, significa forse soprattutto aver voglia di indagare sugli strumenti con cui il pensiero si "realizza", si impadronisce del reale senza pretendere di adattarlo a un senso comune che è solo misura dei meccanismi più banali e ineducati di autoconvincimento e che è tuttora intriso di quelle tradizioni con cui la ragione è costretta a misurarsi.
Se c’è da storcere il naso, semmai, è sul linguaggio con cui si esprime ancora oggi la filosofia, specie «continentale»: o forse basta motteggiare come fa Paolo Nori alle spalle di Vattimo nel divertente Bassotuba non c’è (Einaudi).
Passano gli anni, le conoscenze crescono a dismisura, si potrebbe e dovrebbe acquistare una capacità di analisi molto evoluta, che superi il «buonsenso»; ma non sembra sia così: gli illuministi ci sono, ma viaggiano tra la folla a lumi spenti, mormorando precetti poco compromettenti. Non sembrano in grado di contrastare alcuno dei lati deboli dell’animo umano, di quei lati che gli spregiudicati governano con il mistero, il soprannaturale, le illusioni, le paure e le promesse. La folla sembra invariante, superstiziosa, festaiola, spiritualmente credulona, poco interessata ai fatti della cultura, disposta ad apprezzare un megamanifesto in cui un faccione melenso dice di amare la natura, i pensionati e le città sicure. Nessuno si preoccupa di gettare il seme dei problemi di cui varrebbe la pena occuparsi, perché chi li risolverà avrà un posto nella storia infinitamente più alto di quello dell’uomo più ricco del mondo, dell’uomo più potente del mondo o dell’uomo più seducente del mondo. Suggerisco di leggere, di Michelangelo Bovero, Contro il governo dei peggiori, appena uscito da Laterza. A me basterebbe che si incominciasse — e mi rendo conto di averlo già detto e scritto infinite volte — dalla lettera di una meravigliosa affermazione di Guillaume de Conches: «So benissimo che Dio, se vuole, può trasformare un vitello in un albero; a me interessa soltanto sapere perché non lo fa mai». Più tollerante di così nel definire il valore di ciò che ha interesse non mi riesce di essere.
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