Le magie scientifiche di un eretico| Escono oggi le «Opere magiche» del filosofo finito al rogo: tre di esse sono tradotte per la prima volta in italiano. Anticipiamo un
brano dalla «Lampada delle trenta statue» |
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| «Opere magiche» di Giordano Bruno, Adelphi, pagg. 1.600, lire 200.000. | Può accadere che i testi di una figura chiave della storia delle idee (e
divenuto un’icona del libero pensiero) come Giordano Bruno (1548-1600) vengano
ignorati per tre secoli e pubblicati solo nel 1891? E che tre di essi siano tradotti
dal latino solo nel 2001? È accaduto ai sette scritti magici del monaco nolano
bruciato vivo a Campo dei Fiori dall’Inquisizione; e l’oblio è legato alla parola
«magia», che l’Illuminismo aveva espulso dalla storia delle idee. Per chi
considerava Bruno un padre della modernità e un antesignano di Cartesio, le Opere
magiche erano banalità irrazionalista. «Ma nel ’900, il paradigma cambia e la magia ottiene
un’apertura di credito», dice Michele Ciliberto, presidente dell’Istituto nazionale di Studi sul
Rinascimento, che ha guidato un’équipe (Simonetta Bassi, Elisabetta Scaparrone, Nicoletta
Tirinnanzi) nell’impresa editoriale che ha portato alla stampa delle Opere magiche e alla
ciclopica ricostruzione delle ampie glosse, dei marginalia , che l’irrequieto Giordano
Bruno apportava per correggere il fluire magmatico delle idee: una straordinaria avventura
culturale che inaugura la pubblicazione delle opere latine di Bruno da parte di Adeplhi
(seguiranno gli scritti mnemonici).
Nel secondo Novecento gli studiosi compresero che magia, astrologia, ermetismo erano
parte organica dell’idea rinascimentale di ragione, natura, esperienza: così, le Opere
magiche tornarono al centro, grazie, per esempio, a Francis A. Yates che esagerò in senso
opposto riducendo il proteico pensiero di Bruno a un’appendice della magia ermetica.
Ciliberto e la sua équipe, invece, affermano che Giordano Bruno aveva un’idea
naturalistica, quasi fisica dell’operare magico, che liquidava ogni aspetto religioso,
astrologico, misterico.
Il mago di Giordano Bruno, insomma, operava su basi «scientifiche», senza cercare l’unione
con Dio come la magia naturale di Ficino. Capace di riconoscere le gamma infinita delle
forme naturali e dei sentimenti umani, mirava ad agire «praticamente» nella dinamica degli
affetti. Esemplare è l’introduzione del De vinculis , dove Bruno spiega che il mago è
«capitano di popoli»: deve «vincolare gli uomini chiamati ad amministrare la cosa pubblica»
nel quadro di una «riflessione sulla vita civile», in vista dell’universale «renovatio mundi» che
vagheggiava. E in ciò, il Nolano non è troppo distante da Machiavelli.
Magia pratica, dunque, ma sorretta da una visione ontologica. Bruno ritiene l’universo un
organismo vivente, dove la materia è in mutamento e sconvolge ogni ordine e gerarchia. Ma
l’uomo può padroneggiare la natura con la magìa e determinare il proprio destino:
attraverso un aspro e lungo processo di purificazione, il mago si sottrae alla condizione
bestiale, diventa «sapiente» o «eroe», il più alto livello consentito all’individuo che può
diventare «simile agli dei», ma non Dio. Insomma, il principio spirituale che si muove
nell’intimo della materia è la forza vitale che può abbattere le gerarchie e mettere in
comunicazione i diversi piani dell’essere.
Non è chiaro dove Giordano Bruno collochi questi piani dell’essere, se nella realtà empirica
oppure oltre: fatto sta che l’uomo-mago non è un oggetto in balìa della natura mutante, ma
può governarla per elevarsi. È noto che Giordano Bruno sosteneva la metempsicosi («la
morte non è altro che una dissoluzione di legami, ma nessuno spirito o nessun corpo celeste
perisce: c’è solo un continuo mutare di complessioni e combinazioni», De Magia Naturali
), ma si preoccupa anche di individuare un ordine etico - la «giustizia» al posto del «caso» -
all’interno del ciclo che spinge «le anime individuali a comunicarsi a corpi sempre diversi»: e
in ciò è affine al karma delle religioni orientali.
Come si può notare anche all’interno delle Opere magiche , il pensiero di Bruno non è
lineare. Si muove in un’ottica naturalistica, ha una visione pratica della magia, ma è convinto
che l’anima «possa istituire innumerevoli legami fra i piani dell’universo». Ma qual è il suo
scopo di fondo, oltre a quello di «vincolare» il sentimento civico e magari amoroso?
L’ultima «opera magica», Lampas triginta statuarum , testo d’eccezionale bellezza
poetica e immaginativa, è percorsa da una fortissima tensione: da un lato vuol definire un
quadro ontologico coerente, dall’altro una praxis che persegua un risultato fuori dalle leggi
della natura. «Intrecciando il vigore dell’intelletto - commenta Ciliberto - all’infinita forza
creatrice dell’immaginazione, la magia di Bruno individua un itinerario interiore in grado di
riscattare la limitatezza umana, trasformando una vicenda naturalmente finita in
un’esperienza dell’infinita verità divina». Ricerca interrotta dal rogo. |