| Berlin, la serenità di un liberale | LA biografia di Isaiah Berlin (1909-1997) scritta da Michael Ignatieff è un
racconto appassionato e lucido che permette al lettore di capire chi era, come visse e come
intendeva la vita uno dei maestri del liberalismo del Novecento. Dalla narrazione di
Ignatieff - che si basa sull'archivio personale del filosofo e su interviste raccolte nell'arco di
dieci anni - emerge la storia di un uomo sereno, che era felice con se stesso, e si trovava
bene nel mondo, anche se visse nel secolo che egli considerava il p eggiore nella storia di
cui abbiamo notizia. Nel suo libro Ignatieff cerca di capire la ragione di quella particolare
serenità, distaccata e persino fredda, che Berlin mantenne per tutta la vita, anche quando si
avvicinò alla morte. Una serenità tanto più sorprendente in un intellettuale (molti
intellettuali ritengono che essere infelici e tormentati sia quasi un dovere professionale) e
soprattutto in un intellettuale ebreo nato a Riga. La buona sorte lo risparmiò dagli orrori
del nazismo e dello stalinismo (non risparmiò però gran parte della sua fa miglia,
massacrata nel 1941 dalle squadre di sterminio tedesche) ma non era affatto un uomo
insensibile e sapeva immaginare e sentire vite diverse dalla sua, in particolare le vite
segnate o distrutte dalla follia totalitaria. La spiegazione che Berlin stesso offre, e che il
biografo accoglie, è che la sua serenità nasceva dalla sua superficialità: «sono molto più
superficiale di quanto la gente pensa», confessa in una delle ultime interviste. Ma a leggere
il racconto di Ignatieff ho avuto l'impressione che la serenità di Berlin fosse il risultato della
sua particolare saggezza, più che della sua superficialità: sapeva vivere nella superficie
della vita perché aveva capito cosa c'è al fondo dell'esperienza umana. Una saggezza che
Berlin aveva elaborato fondendo insieme, con maestria rara, i tre filoni principali della sua
formazione intellettuale, ovvero la tradizione russa, inglese ed ebraica. Dalla prima trasse
la passione per le idee, dalla seconda la convinzione che il mondo è quello che i sensi ci
rivelano; dalla terza la comprensione della solitudine e del bisogno di appartenere. Da
questo originale e raro equilibrio di saggezze diverse, Berlin ricavò una sua risposta al
problema del senso della vita: «In merito al significato della vita», scrive Berlin in una
lettera molto bella del 1984, «credo che non ne abbia alcuno. Non chiedo quale esso sia,
ma sospetto che non ne abbia e questo è per me una ragione di grande conforto». Credo sia
questa la ragione principale della serenità di Berlin, un liberale che visse nel secolo dei
totalitarismi. |