RASSEGNA STAMPA

7 GENNAIO 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Come è piccol l’universo
Il cosmo è solo l’uno per cento del tutto
Automobili, telefoni, televisioni e computer ci ricordano continuamente, nel caso l’avessimo dimenticato, che la nostra vita è basata sulla tecnologia. La scienza, attraverso le sue ricadute, è dunque ormai entrata a far parte della nostra vita quotidiana, ma la sua visione del mondo non è ancora arrivata a permeare il nostro pensiero, che rimane sorprendentemente ancorato a concezioni mitologiche e antropocentriche: mentre uno dei nostri occhi cerca di contemplare "lo gran mare dell’essere", l’altro viene continuamente distratto da "l’aiuola che ci fa tanto feroci".
Eppure, per curare questo strabismo intellettuale sarebbe sufficiente ripercorrere brevemente le tappe di quel ridimensionamento dell’uomo nei confronti del cosmo che costituisce uno dei maggiori contributi filosofici della scienza.
Forse non tutti sanno che la scoperta che non stiamo al centro dell’universo, e che la Terra gira attorno al Sole, è molto antica. Risale ad Aristarco di Samo, nel terzo secolo a.C., e gli procurò immediatamente un’accusa di empietà.
Archimede adottò l’ipotesi per un famoso calcolo del numero di granelli di sabbia necessari a riempire l’universo, ma anche il suo genio fu impotente di fronte alla nascente tradizione aristotelica, e il sistema eliocentrico fu abbandonato fino al 1543, quando fu riproposto da Copernico. Puntualmente, poiché non c’è niente di nuovo sotto il Sole, l’adozione del nuovo sistema procurò a Giordano Bruno nel 1600, e a Galileo nel 1633, guai analoghi a quelli di Aristarco (Copernico se l’era cavata morendo subito dopo la pubblicazione del suo libro).
Se la rivoluzione copernicana toglieva l’uomo dal centro dell’universo, lo manteneva comunque nelle vicinanze. Uno spiazzamento più radicale fu provocato nel 1918 da una scoperta di Shapley: il sistema solare non sta al centro della Via Lattea, bensì in piena periferia, e impiega circa cento milioni di anni a completare un suo anno galattico. Nel 1929 le osservazioni di Hubble al telescopio di Monte Wilson sembrarono per un attimo indicare che la nostra galassia ha un ruolo privilegiato, perché tutte le altre galassie se ne allontanano, ma anche questa era un’illusione: si capì presto che ciascuna galassia si allontana da tutte le altre, e non c’è nessun centro. La decostruzione astronomica del nostro orgoglio fu completata nel 1952, quando Baade scoprì che la Via Lattea, lungi dall’essere gigantesca e rara, è solo una media e tipica galassia a spirale, per giunta in caduta verso l’ammasso della Vergine.
Poiché la speranza è dura a morire, soprattutto quando viene continuamente alimentata dalla superstizione, molti continuano a ostinarsi a credere che l’uomo sia comunque eccezionale: vivrà forse in un’eccentrica e insignificante periferia dell’universo, ma è il suo solo abitante cosciente.
Anche qui, però, le cose vanno male. Le condizioni necessarie alla vita come la conosciamo noi qui ora, per non parlare delle infinite altre possibilità, si possono stimare sulla base di alcuni dati: il numero di stelle presenti nella galassia; la frazione di stelle con sistemi planetari; il numero di pianeti adatti allo sviluppo della vita; le frazioni di pianeti in cui si sono sviluppate la vita, l’intelligenza e la civiltà; e il rapporto fra le durate della civiltà e del pianeta. Ebbene, i conti riportati da Amir Aczel in Probabilità 1 (Garzanti) dimostrano che l’esistenza di civiltà extraterrestri simili alla nostra è non solo molto probabile, ma addirittura certa.
Sembrerebbe impossibile per l’uomo cadere più in basso, nella considerazione del suo ruolo nell’universo. E invece c’è di peggio, come racconta Il mistero della massa mancante nell’Universo di Lawrence Krauss (Cortina).
L’ultimo episodio di questa saga decostruttiva è la scoperta che ad essere insignificanti non siamo soltanto noi, il nostro pianeta, il nostro sistema solare e la nostra galassia, ma addirittura l’intero universo visibile. La vera quintessenza del creato è infatti, in massima parte, una massa oscura sconosciuta di cui abbiamo potuto dedurre l’esistenza indirettamente, ma che non abbiamo ancora potuto osservare direttamente.
Che l’universo non si esaurisse in ciò che "si vede" lo scoprirono Arno Penzias e Robert Wilson nel 1964, quando "sentirono" un debole rumore di fondo con una speciale antenna radio. Dapprima credettero che fosse dovuto ai segni di interesse lasciati dai piccioni sull’antenna, ma il rumore persistette anche dopo la ripulitura. Penzias e Wilson capirono di aver captato un segnale proveniente dai primordi dell’universo, una radiazione di circa tre gradi Kelvin che è il calore residuo dell’esplosione del Big Bang, e nel 1978 ricevettero per questo il premio Nobel.
La radiazione di fondo è un bagno di debolissima luce in cui è immersa la materia, e contribuisce a creare l’effetto sabbia che si vede sugli schermi televisivi non sintonizzati su un canale. Non è ancora una massa "oscura", nel senso che è composta di normali fotoni, ma è già molto più consistente dell’universo visibile: ci sono infatti dieci miliardi di questi fotoni per ciascun protone.
Per misurarne le variazioni di intensità la Nasa lanciò nel novembre 1989 il satellite COBE (Cosmic Background Explorer, Esploratore del Fondo Cosmico), che ottenne nel 1992 risultati sorprendenti: dalle fluttuazioni della radiazione di fondo da esso rilevate si può infatti dedurre che la materia visibile che conosciamo non basta a spiegare la formazione delle galassie, e costituisce al massimo il dieci per cento dell’universo. Il rimanente novanta per cento è qualcosa di invisibile e sconosciuto, ma che cosa?
Anzitutto, si può pensare che questa materia nascosta sia dello stesso tipo di quella solita. Ad esempio, che sia concentrata in una gran quantità di buchi neri pesanti disseminati nelle galassie, alcuni dei quali sono stati osservati in base ai loro effetti di lente gravitazionale. O che sia diluita in un bagno di neutrini leggeri, simile al bagno di fotoni che forma la radiazione di fondo (quasi un rumore di fondo nel rumore di fondo): che i neutrini abbiano una massa è infatti stato recentemente dimostrato dalle rilevazioni del SuperKamiokande giapponese. Queste opposte risposte rendono dunque conto di una parte della materia oscura, ma certamente non di tutta.
Il resto sarebbe formato di particelle dai nomi esotici e, per ora, assolutamente ipotetici: l’assione, associato a una particolare rottura di simmetria, e miliardi di volte più leggero dell’elettrone; il gravitino, partner supersimmetrico dell’altrettanto ipotetico gravitone, messaggero della gravità; il monopolo, fantomatica carica del campo magnetico, miliardi di volte più pesante del protone. Di queste particelle dovrebbe essercene all’incirca una per ogni centimetro cubo dell’universo. Finora non se n’è ancora vista nessuna, ma forse potranno presto avvistarle i giganteschi rilevatori ad acqua marina o ghiaccio, in costruzione alle Hawaii e in Antartide.
Comunque, considerazioni legate all’età, al contenuto di materia, alla struttura a grande scala e al destino del cosmo spingono a credere che la situazione sia ancora più imbarazzante di come l’abbiamo descritta, e che ciò che chiamiamo universo sia addirittura soltanto l’uno per cento del Tutto! Il rimanente novantanove per cento sarebbe dissolto, ovviamente, nel Nulla. O meglio, nel vuoto quantistico, che è l’esatto contrario di ciò che il suo nome indicherebbe, e nel quale la materia si condensa come rare gocce d’acqua nell’aria del mattino. Una di queste insignificanti gocce è l’uomo, lacrima del pianto dell’universo.
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