![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 GENNAIO 2001 |
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"LE NOZZE DI MERCURIO E FILOLOGIA" DI MARZIANO CAPELLA
Esce la nuova edizione di un testo della tarda antichità
considerato fondamentale per la formazione del sapere occidentale
Ci sono
opere leggendarie nel canone della cultura occidentale di cui nella memoria
collettiva contemporanea non rimangono che pallide tracce. Tra le prime che
dovrebbero figurare in un auspicabile indice dei libri dimenticati c'è il De
nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella. Nonostante le
complesse allegorie e l'arduo stile "prosimetrico", cioè in prosa e
in versi, l'opera godette di una vasta fortuna nel Medioevo. Fu un anello
importante nella transizione dalla cultura pagana tardoantica, della quale è
espressione, a quella dell'incipiente Occidente cristiano, in cui fu largamente
recepita, venendo utilizzata tra l'altro da Giovanni Scoto Eriugena, sant'Anselmo
e Alano di Lilla. Ne sono prova i numerosi manoscritti in cui è tramandata,
mentre relativamente povera è la tradizione a stampa, segno di un interesse
scemante: essa comincia con l'editio princeps pubblicata da Enrico di Santorso
a Vicenza nel 1499 e culmina con quella dell'appena quindicenne Ugo Grozio,
apparsa a Leida un secolo più tardi.
Ma la fortuna
dell'opera si estese oltre l'ambito letterario e filosofico, ispirando
soprattutto l'immaginazione di artisti che raffigurarono in vario modo le sette
arti liberali: su pergamena, su pietra, in affreschi, con tele e tappeti.
Perfino Botticelli, nel preparare il dipinto a noi noto tramite Vasari come
la Primavera, secondo una recente ipotesi di Claudia Villa si sarebbe basato
sulle descrizioni di Marziano Capella. Mancavano finora buone traduzioni
dell'opera. Nella collana "Il pensiero occidentale", diretta da
Giovanni Reale per Bompiani, ne esce ora una eccellente con testo latino a
fronte, un'ampia introduzione, un esauriente commento, una storia della fortuna
ed estratti dai commenti medievali di Giovanni Scoto e Remigio di Auxerre: Le
nozze di Filologia e Mercurio, a cura di Ilaria Ramelli, pagg. 1287, lire
64.000, euro 33,05. Del misterioso autore sappiamo solo quel poco che egli
stesso racconta alla fine della sua impresa. Era pagano, viveva a Cartagine,
esercitava la professione di avvocato, professava dottrine neoplatoniche e
neopitagoriche, compose il suo capolavoro in età avanzata, ad uso del figlio,
probabilmente agli inizi del V secolo a. C.
Gli dèi
dell'Olimpo racconta nella sua fabula
allegorica in nove libri erano
preoccupati del fatto che Mercurio, dio del linguaggio e della parola che
Marziano Capella identifica esplicitamente con l'egizio Teuth, non avesse
ancora trovato una sposa a lui adatta. Per porre fine al suo perdurante
celibato, su consiglio del fratello Apollo Mercurio si decide a sposare una
vergine mortale, Filologia, simbolo dell'amore per il logos e del sapere che
l'uomo consegue per suo mezzo. La fanciulla, ascesa in cielo, è sottoposta
all'esame del senato divino riunito al completo attorno a Giove. La sposa è
accompagnata da sette damigelle, che personificano le sette arti liberali: le
tre del discorso, grammatica, dialettica e retorica (il trivium), e le quattro
del numero, geometria, aritmetica, astronomia e armonia o musica (il
quadrivium). Ciascuna espone i contenuti della disciplina che rappresenta, e
dall'insieme risulta un quadro dell'intero scibile umano, cioè del
"ciclo" formativo che costituisce la cultura completa,
"enciclopedica", così detta perché nella filosofia neoplatonica il
circolo era considerato figura geometrica perfetta.
Secondo la
Ramelli, Marziano si rifà al sistema delle arti liberali elaborato da Marrone
nei suoi Libri delle discipline, con un'importante variante: esclude dal
novero la medicina e l'architettura. Invece secondo Ilsetraud Hadot, altra
specialista dell'argomento, questa convinzione risalirebbe a un'errore di
Friedrich Ritschl, il maestro di Nietzsche, che considerava Varrone quale
primo codificatore latino dell'enciclopedia delle arti liberali secondo un
preesistente modello ellenistico. Poco importa. Il testo, grazie all'ottima
traduzione, si legge a tratti come un romanzo. E il commento ce ne fa gustare
tutti i risvolti e le implicazioni.
Prendiamo
per esempio l'entrata in scena della Dialettica, nel quarto libro. È presentata
come una dama pallida in volto, ma dallo sguardo acuto e penetrante. Porta la
veste e il velo di Atene, e in mano tiene i simboli del suo potere: nella
sinistra un serpente, nella destra tavolette legate da un uncino nascosto, e
mentre la sinistra nasconde sotto il vestito le sue insidie, la destra è
esibita a tutti. Il suo aspetto è nell'insieme aggressivo e minaccioso, ed ella
proferisce ad alta voce, in tono sacerdotale, formule incomprensibili ai più:
che l'universale affermativa è contrapposta in modo obliquo alla particolare
negativa, che entrambe sono convertibili, e che lei è la sola in grado di
distinguere il vero dal falso. La dialettica dichiara inoltre di avere origini
greche, ma di saper esprimersi anche nella lingua dei Romani grazie alla
mediazione di Varrone. Espone quindi il suo insegnamento, comprendente tutte le
dottrine fondamentali della logica classica. Infine, quando si accinge a
illustrare i sofismi, ovvero i ragionamenti capziosi e gli inganni cui si
ricorre per confutare l'avversario, interviene Pallade che la interrompe:
"Basta così, o nobile fonte di scienza profonda". Una descrizione
allegorica, diventata canonica, il cui influsso si fa letteralmente tangibile
se la si rilegge tenendo sott'occhio le numerose iconografie della dialettica.
Essa è inoltre ricca di spunti filosofici da approfondire: per esempio
l'identificazione della dialettica con la fonte stessa del sapere scientifico
(fons scientiae), ossia la sua definizione come corpo di regole per ben
ragionare al fine di discernere il vero dal falso, e quindi la sua rigorosa
separazione dalla sofistica e dall'eristica.
Osservazioni
analoghe potrebbero essere svolte per ciascuna delle altre discipline, a
proposito delle quali è illuminante la documentazione storicofilologica fornita
dalla curatrice. Ciò che importa è sottolineare che nel loro insieme le
discipline liberali formano, per l'uomo tardoantico, il cammino ideale che
l'anima deve compiere per conquistare la sapienza che la rende simile a Dio.
Dopo l'unione con Mercurio, in effetti, Filologia sarà accolta tra gli
immortali. In questa cornice teologicoallegorica e con questa finalità
edificante l'opera presenta in un compendio enciclopedico dello scibile
dell'epoca secondo una struttura diventata paradigmatica, che fu veicolata attraverso
tutto il Medioevo fino al Rinascimento.
In età moderna, con l'irrompere del nuovo ideale di scienza, basato sul metodo matematico, il tradizionale sistema delle arti liberali perderà sempre più di interesse, e con la sua sparizione anche l'opera di Marziano Capella cadrà in oblio. Essa fu e rimane nondimeno uno dei pilastri del canone occidentale.