Il filosofo davanti al despota"Octavia", una tragedia su Nerone pervenuta sotto il nome di Seneca Gli inutili tentativi di contrastare i delittuosi progetti dell'ex discepolo |
| Fra le dieci tragedie tradizionalmente pervenute sotto il nome di Seneca (le uniche in lingua
latina integralmente conservate) l'Octavia si distingue per almeno due ragioni: è una pretesta,
cioé una tragedia di ambiente e di argomento romani; non è assegnabile a Seneca, ma a un
ignoto autore, vissuto verosimilmente in età flavia, che si è ispirato all'opera, non solo tragica,
del grande filosofo. Difficile del resto, ad onta degli sforzi di alcuni studiosi, anche recenti,
spiegare come mai tra i personaggi della tragedia compaia lo stesso autore (fatto eccezionale
nella produzione teatrale antica), o come possa lo spettro di Agrippina profetizzare a Nerone
una fine alquanto simile a quella che sarebbe veramente toccata al figlio nel 68, quando
Seneca era già morto da tre anni.
L'azione è ambientata nel 62, l'anno durante il quale Seneca, secondo il racconto di Tacito,
aveva deciso di interrompere i suoi rapporti con Nerone, di cui era stato prima il pedagogo,
in seguito il consigliere politico. Rigorosamente storici, nella sostanza, i fatti: Nerone, che già
ha fatto assassinare la madre Agrippina, incapricciatosi della bellissima Poppea, decide di
liberarsi anche della moglie Ottavia, figlia del predecessore Claudio (a sua volta fatto
avvelenare dalla consorte Agrippina, nel 54, per favorire l'ascesa al trono del figlio), in un
primo momento ripudiandola, poi, a seguito di una sommossa popolare favorevole alla
giovane moglie, dando l'ordine di imbarcarla su una nave e di farla morire in mare (stesso
piano già ordito contro la madre). Inutilmente Seneca tenta di ostacolare il progetto: un
Nerone spietato e freddamente raziocinante, ormai lontano dal suo antico maestro, respinge
ogni argomento, travestendo i suoi desideri con la necessità politica di salvaguardare un
potere che sente minacciato.
L'autore interpreta i personaggi e gli avvenimenti della storia secondo modelli mitici.
L'introduzione degli schemi e delle situazioni tradizionali della tragedia di argomento eroico e
mitico conferisce alla vicenda toni cupi e sinistri, a volte spaventevoli: l'angosciosa apparizione
dello spettro di Agrippina, i raccapriccianti incubi di Ottavia e di Poppea, le dolorose
meditazioni dei cori costituiscono non a caso i momenti più alti e patetici dell'intera tragedia.
L'Octavia si chiude sull'ultimo angosciato lamento dell'eroina destinata ingiustamente a morte,
e su una dolcissima invocazione del coro alla dea Artemide perché salvi Ottavia come un
tempo aveva salvato l'innocente Ifigenia: inutilmente, visto che gli dei sembrano sordi ad ogni
richiamo.
Se il sanguinario dispotismo di Nerone appare incontrastabile, non va tuttavia dimenticata la
profezia di Agrippina: "degna morte prepara l'Erinni vendicatrice per l'empio tiranno, colpi di
frusta, turpe fuga e castighi tali da superare anche la sete di Tantalo". Chi ha scritto l'Octavia
sentiva, forse che si era usciti dall'atmosfera sinistra dell'età giulio-claudia? |