RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 2000
Il filosofo davanti al despota
"Octavia", una tragedia su Nerone pervenuta sotto il nome di Seneca
Gli inutili tentativi di contrastare i delittuosi progetti dell'ex discepolo
Lucio Anneo Seneca, "Octavia", Argo editore, Pagine 252. Lire 30.000
Fra le dieci tragedie tradizionalmente pervenute sotto il nome di Seneca (le uniche in lingua latina integralmente conservate) l'Octavia si distingue per almeno due ragioni: è una pretesta, cioé una tragedia di ambiente e di argomento romani; non è assegnabile a Seneca, ma a un ignoto autore, vissuto verosimilmente in età flavia, che si è ispirato all'opera, non solo tragica, del grande filosofo. Difficile del resto, ad onta degli sforzi di alcuni studiosi, anche recenti, spiegare come mai tra i personaggi della tragedia compaia lo stesso autore (fatto eccezionale nella produzione teatrale antica), o come possa lo spettro di Agrippina profetizzare a Nerone una fine alquanto simile a quella che sarebbe veramente toccata al figlio nel 68, quando Seneca era già morto da tre anni. L'azione è ambientata nel 62, l'anno durante il quale Seneca, secondo il racconto di Tacito, aveva deciso di interrompere i suoi rapporti con Nerone, di cui era stato prima il pedagogo, in seguito il consigliere politico. Rigorosamente storici, nella sostanza, i fatti: Nerone, che già ha fatto assassinare la madre Agrippina, incapricciatosi della bellissima Poppea, decide di liberarsi anche della moglie Ottavia, figlia del predecessore Claudio (a sua volta fatto avvelenare dalla consorte Agrippina, nel 54, per favorire l'ascesa al trono del figlio), in un primo momento ripudiandola, poi, a seguito di una sommossa popolare favorevole alla giovane moglie, dando l'ordine di imbarcarla su una nave e di farla morire in mare (stesso piano già ordito contro la madre). Inutilmente Seneca tenta di ostacolare il progetto: un Nerone spietato e freddamente raziocinante, ormai lontano dal suo antico maestro, respinge ogni argomento, travestendo i suoi desideri con la necessità politica di salvaguardare un potere che sente minacciato. L'autore interpreta i personaggi e gli avvenimenti della storia secondo modelli mitici.
L'introduzione degli schemi e delle situazioni tradizionali della tragedia di argomento eroico e mitico conferisce alla vicenda toni cupi e sinistri, a volte spaventevoli: l'angosciosa apparizione dello spettro di Agrippina, i raccapriccianti incubi di Ottavia e di Poppea, le dolorose meditazioni dei cori costituiscono non a caso i momenti più alti e patetici dell'intera tragedia.
L'Octavia si chiude sull'ultimo angosciato lamento dell'eroina destinata ingiustamente a morte, e su una dolcissima invocazione del coro alla dea Artemide perché salvi Ottavia come un tempo aveva salvato l'innocente Ifigenia: inutilmente, visto che gli dei sembrano sordi ad ogni richiamo. Se il sanguinario dispotismo di Nerone appare incontrastabile, non va tuttavia dimenticata la profezia di Agrippina: "degna morte prepara l'Erinni vendicatrice per l'empio tiranno, colpi di frusta, turpe fuga e castighi tali da superare anche la sete di Tantalo". Chi ha scritto l'Octavia sentiva, forse che si era usciti dall'atmosfera sinistra dell'età giulio-claudia?
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