RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 2000
EDOARDO BONCINELLI
L’universo è tutto un tango
Come guardare alla realtà dopo la rivoluzione nello studio della materia e delle sue leggi iniziata da Planck e Einstein all’inizio del secolo
Il secolo XX è stato definito in moltissime maniere, ma certamente è anche stato il secolo della nuova fisica, quell’insieme di teorie scientifiche che hanno sconvolto dalle fondamenta il nostro modo di vedere le cose. Cento anni fa, nel dicembre del 1900, il fisico tedesco Max Planck inaugurava appunto una nuova era della scienza, presentando alla Società Tedesca di Fisica una memoria sul colore dei corpi incandescenti. Questo colore varia con la temperatura secondo una legge che non è possibile spiegare in base ai principi della fisica classica. Planck notò che i conti tornano se si suppone che l’energia di un corpo non possa prendere un valore qualsiasi, ma sia per così dire di natura granulare, assumendo soltanto valori che siano multipli interi di un’unità fondamentale e indivisibile chiamata quanto. Un quanto corrisponde a un’aliquota d’energia così minuscola che nella vita di tutti i giorni non possiamo notare questa granulosità. La natura granulare, o per meglio dire quantistica, dell’energia fu proposta da Planck come un artificio matematico privo di significato fisico, ipotizzato in attesa di un ulteriore chiarimento. Oggi però noi sappiamo che l’energia, qualsiasi energia, è sempre quantizzata e che questo fatto ha delle enormi implicazioni: il mondo degli atomi e delle particelle subatomiche non obbedisce alle stesse leggi che governano gli oggetti della nostra vita quotidiana. Cinque anni dopo, un certo Albert Einstein, che di lì a poco avrebbe dato l’avvio all’altra grande rivoluzione del secolo, la teoria della relatività, riprese l’ipotesi dei quanti e l’utilizzò per spiegare altri fenomeni fisici. Planck dal canto suo credeva così poco alla realtà fisica dei quanti d’energia che criticò aspramente le conseguenze che Einstein aveva tratto dalla sua stessa idea. Nei successivi quindici anni andò poi completamente in crisi l’immagine che ci si era fatti degli atomi e della loro struttura e fu necessario fare dell’ipotesi dei quanti un principio generale, che riguardava tanto la materia quanto l’energia. Gli anni 1925-1927 videro, grazie ai contributi di giganti come Bohr, Heisenberg, Schroedinger, Pauli, Dirac e molti altri, lo sbocciare di quella che oggi chiamiamo fisica quantistica, la teoria che spiega al meglio il comportamento del mondo atomico e subatomico e quindi in definitiva di tutto il mondo materiale conosciuto. Fu allora Einstein a non credere agli sviluppi delle sue stesse idee.
Fino all’ultimo suo giorno si rifiutò di accettare le conseguenze concettuali dell’introduzione sistematica del punto di vista quantistico e nel 1935 produsse un’argomentazione che avrebbe dovuto nelle sue intenzioni liquidare per sempre la nuova fisica. A cent’anni di distanza dalla sua nascita la fisica quantistica, spesso chiamata anche meccanica quantistica, è una teoria trionfante, confermata e riconfermata ogni giorno da migliaia di esperimenti e di applicazioni tecniche e che ci permette di prevedere il valore di certe grandezze con una precisione che ha dell’incredibile.
A questo strapotere esplicativo e predittivo corrisponde d’altra parte la bizzarria quasi inaccettabile di molti dei suoi concetti: l’energia, come molte altre grandezze, è quantizzata, cioè non può assumere qualsiasi valore; un elettrone sta da qualche parte intorno al nucleo atomico ma non è possibile dire esattamente dove; a volte lo stesso elettrone appartiene a due atomi senza che si possa dire a quale dei due; una particella elementare non ha una sua individualità e non si può prevedere il suo comportamento se non in maniera probabilistica; un elettrone o un protone possono stare contemporaneamente in diverse condizioni alternative senza che si possa dire in quale... Come si vede, ce n’è più che a sufficienza per mettere a dura prova la nostra immaginazione e la nostra intuizione. D’altra parte, ragionando con il cosiddetto senno di poi, come potevamo noi pensare che le cose del nostro mondo fossero fatte di altre cose più piccole e queste di cose ancora più piccole, senza che nessuna di queste obbedisse a leggi diverse da quelle del mondo degli oggetti quotidiani? Ciò suona altrettanto improponibile di quelle concezioni mitologiche secondo le quali il mondo poggerebbe su una colonna che si eleva su un elefante che poggia a sua volta su una tartaruga che nuota in un oceano... Il mondo delle particelle elementari doveva quindi per forza essere diverso. Forse però ha un po’ esagerato! Se fra tutte queste stranezze ce n’è una che ha la palma della bizzarria è proprio quella che venne messa in evidenza dall’obiezione che Einstein sollevò nel 1935. Insieme a Podolsky e Rosen, egli propose un geniale esperimento mentale che avrebbe dovuto dimostrare la non plausibilità o quanto meno l’incompletezza della teoria quantistica. Supponiamo che da un evento nucleare nascano due particelle elementari che partono in direzione opposta. La teoria propone che una di queste abbia una proprietà, diciamo A, e l’altra un’altra proprietà correlata, diciamo B. In conseguenza di ciò che abbiamo detto sopra però non possiamo dire chi ha A e chi ha B. Se io catturo una delle due particelle e verifico che ha la proprietà B, ciò comporta «automaticamente» che l’altra abbia la proprietà A. Ma quest’ultima non aveva questa proprietà fino ad un istante prima della mia osservazione. L’aver misurato un parametro di una particella fa sì che, nello stesso istante, si sia forzata l’altra particella ad assumere uno stato definito, anche se questa è ormai a distanza di milioni di chilometri. Questa conclusione avrebbe dovuto dimostrare che la teoria quantistica era in difetto e farla crollare. La teoria non crollò affatto, ma l’argomentazione di Einstein servì a introdurre il tarlo del dubbio a proposito di una nuova e incredibile proprietà della materia. Due particelle che si sono incontrate anche una sola volta nella loro vita continuano a mantenere anche a distanza un legame fisico ben preciso. Si dice che rimangono entangled , che possiamo tradurre come invischiate, avviluppate o, sfruttando proditoriamente l’assonanza, allacciate in un tango! Se faccio un’osservazione su una delle due, influenzo automaticamente il comportamento dell’altra, per quanto distante essa sia. Di ciò posso anche non accorgermi. Perché tutto questo si verifichi occorre infatti che le due particelle non incontrino nessuno, ma proprio nessuno sul loro cammino, una evenienza assolutamente improbabile. L’idea è comunque inquietante. Qualcuno l’ha interpretata come una prova dell’impossibilità di costruire una teoria della materia che si basi solamente su osservazioni locali. Ogni teoria locale sarebbe inevitabilmente incompleta, mentre tutte le particelle dell’universo sarebbero per loro natura allacciate in un tango cosmico! Se lo studio del nostro cervello ci promette un futuro di esaltanti novità, anche lo studio della fisica elementare non potrà che fornirci ancora sorprese e rivoluzioni concettuali. E chissà che alla fine non si scopra che tutto questo - cervello, mente e comportamento delle particelle - sia da ricondurre a una più generale e approfondita teoria dell’informazione e della sua elaborazione.
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