Le idee scettiche e i lumi di Scalfari| A proposito di un articolo in difesa dell’illuminismo |
| Eugenio Scalfari, in un lungo e meditato articolo pubblicato
da questo giornale il 3 dicembre scorso, ha preso spunto
dal libro Controcorrente (Adelphi) del prestigioso storico
delle idee Isaiah Berlin, per proporre un'appassionata difesa
dell'Illuminismo. A dire di Scalfari, infatti, «essere illuministi
oggi è il vero modo di essere contro corrente rispetto al
pensiero e alla prassi dominante». Si potrebbe subito
osservare con qualche malizia che, a giudicare dalle pagine
culturali, la sua influenza sulla visione filosofica di
Repubblica, che pare dominata da un perdurante
antiilluminismo, deve essere stata curiosamente modesta
(che questa non sia una necessità ineluttabile nel nostro
paese si può vedere dalle pagine culturali di altri giornali).
Ma le polemiche di bottega non mi interessano più di tanto.
Perché vorrei invece discutere delle ragioni che Scalfari
pone a sostegno della sua tesi. Essere contro corrente
equivalea suo dire, e io sono d'accordo con lui a essere
illuministi sostanzialmente perché è diffuso oggi il
predominio di un «volontarismo irrazionale», che diventa
esistenzialismo e nichilismo, e si congiunge a un deficit
perdurante di razionalità.
Vorrei cercare di cogliere il senso dell'antiilluminismo
implicito nel clima culturale dominante nel nostro tempo. Per
farlo, ricorrerò all'identikit semplificato di quello che
potrebbe essere un personaggio tipo, un personaggio di
fantasia, che io chiamo Torbido, e che voi potete
immaginare come un intellettuale alla moda o come
un'espressione sofisticata del senso comune. Anticipo da
ora che, a mio parere, per dirla nel gergo dei filosofi,
l'essenza dell'antiilluminismo oggi popolare non equivale a
una forma di sfiducia nella ragione teoretica e scientifica, ma
piuttosto a scetticismo nei confronti della ragione pratica.
Ma andiamo con ordine, e torniamo al nostro amico
Torbido. Torbido è - e come dubitarne? - risolutamente
postmoderno nella visione del mondo morale. Guarda con
un sorriso di malcelata superiorità ai princìpi morali, ed è
convinto che non esistano regole etiche al di fuori delle
appartenenze e delle condivisioni. Si può, a suo credere,
avere una morale comune se e solo se si è membri dello
stesso club etnico, politico, religioso o criminale poco
importa. Ma ciò non può avvenire nella società aperta, che
è, per definizione, popolata da membri di club differenti.
Questa arrière pensée postmoderna lo porta poi ad essere,
e questo è forse uno dei lati migliori di Torbido, piuttosto
libertario per quanto riguarda le scelte politiche. Dato che
non ci sono scelte etiche oggettivamente migliori di altre - e
qui io non ho mai capito come egli faccia a condannare
moralmente per esempio chi commette un genocidio- la
politica della società aperta oscilla tra la violenza e il
consenso di tutti. Torbido non nasconde la sua ammirazione
per la forza come evento tra gli eventi nella storia, ma finisce
poi di solito con l'asserire che solo il permesso di tutti i
cittadini adulti in grado di intendere e volere giustifica, in
mancanza di tesi morali sensate, le decisioni politiche.
Torbido non è uno spirito religioso, anche se civetta con
New Age e, quando è di buon umore, sostiene che gli
oroscopi e i miti hanno la stessa credibilità della fisica
teorica. Tuttavia, anche se può apparire strano a prima
vista, il suo scetticismo pratico piace ai religiosi doc. In
fondo, le tesi di Torbido riconoscono che nella società
moderna e pluralista non ci sono opzioni etiche e
metafisiche dotate di senso, e queste ultime restano quindi
appannaggio della religione. Tutto ciò che è spiritualmente
importante, in altre parole, resta all'interno dei club, siano
questi cattolici, buddisti o quant'altro vi piaccia. E che cosa
può volere di più del monopolio delle verità morali un
religioso spregiudicato e non fondamentalista? Ancora più
stranamente, Torbido riesce ad andare d'accordo, specie
quando non parla di astrologia, con lo scientismo che
ancora prevale in molti ambienti scientifici. In fondo, come
diciamo noi, spesso e volentieri gli scienziati sono positivisti,
e, per conseguenza, poco gli importa dell'uso esterno della
ragione nel mondo, purché questa prevalga per così dire
intra moenia, nei laboratori e nelle aule.
Torbido è il ritratto fedele dell'antiilluminista, o almeno così
ritiene il suo ideatore, per un motivo chiaro e preciso: non
crede che si possa fare un uso pubblico e pratico della
ragione. Quest'ultima ha i suoi spazi nel mondo della
conoscenza scientifica e della produzione, e lì deve essere
confinata. Ma non ci riguarda per Torbido e tutti quelli
come lui come esseri umani pienamente intesi. Non c'è un
modo di vita che possa pretendere di ispirarsi a criteri di
ragionevolezza e razionalità. Non c'è, per la verità, nella
visione dominante di Torbido, alcuna oggettività etica,
estetica e politica che tenga. Le nostre priorità morali,
culturali e politiche altro non sono che gusti en travesti.
Tutto il resto è storia e biologia, dominio di tradizioni cieche
e di violenze occulte.
Torbido ha un pensiero che non impegna e, anche per ciò, è
alla moda. L'Illuminista, però, non ama Torbido, o meglio
non ama le sue idee scettiche e facili. Cerca di rispondergli,
facendo propria la fiducia illuministica in un uso pubblico e
pratico della ragione. Sulla scorta di Kant, ma anche di
Habermas e Rawls tra i contemporanei, io ho chiamato
«etica pubblica» questo modo di rispondere filosoficamente
e in coerenza con la tradizione illuministica al clima culturale
dominante. E' un modo che accetta il pluralismo dei valori e
rifiuta ogni credenza in verità morali assolute. Ma non
concede a Torbido il nucleo della sua tesi principale,
sarebbe a dire che i dubbi e le difficoltà che tutti
condividiamo equivalgano all'impossibilità di dare senso alle
cose nel mondo della teoria come in quello della pratica.
L'illuminista crede che la critica di ogni argomento sia
fondamentale, ma crede anche che da ciò non si possa
passare, come invece vuole Torbido, alla critica
dell'argomentare in quanto tale.
Ora avete davanti i due profili schematici dei detrattori e dei
fautori dell'Illuminismo. Scegliere quale ci piace di più
dipende da ognuno di noi. Sono convinto che ci siano
buone ragioni per essere a favore della mia strategia e
contro quella di Torbido. Ma, si sa, su questioni del genere
non vi sono certezze, e uno psicoanalista può aiutare forse
più di un filosofo. Io posso solo dire quale ragione
preteorica mi abbia portato per quel poco che riesco a
capire a orientarmi a favore della opzione illuministica.
Sono nato e cresciuto a Napoli, e credo di averne tratto
una lezione indelebile. L'affannarsi del popolino, lo
scetticismo dei signori, la sfiducia nell'altro, la resa al
passato, l'impotenza nell'ottenere risultati, la depressione
collettiva mascherata dal riso, l'impossibilità della speranza,
erano tutti i segni di una mentalità in cui premoderno e
postmoderno si congiungevano. Si congiungevano nel
negare spazio al progetto illuministico della modernità, che
pure tanto doveva al pensiero dei figli dell'antica «capitale di
un regno senza strade e senza città». Per schierarmi contro
quello che c'era e non andava, avevo così da essere
antiantiilluminista.
Si può obiettare che deve cambiare prima il mondo e poi le
idee che lo attraversano, per cui la fioritura ideale dipende
dallo sfondo materiale, e che perciò la mia tesi pecca di un
eccesso di idealismo. Può essere. Ma è sempre difficile dire
se venga prima l'uovo o la gallina. E poi ognuno comincia
dal suo orticello. E io ho cominciato dall'essere contro i
vezzi e i successi filosofici del malcapitato Torbido. E, come
vuole Scalfari, a navigare contro corrente a favore
dell'Illuminismo. |