RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 2000
SEBASTIANO MAFFETTONE
Le idee scettiche e i lumi di Scalfari
A proposito di un articolo in difesa dell’illuminismo
Eugenio Scalfari, in un lungo e meditato articolo pubblicato da questo giornale il 3 dicembre scorso, ha preso spunto dal libro Controcorrente (Adelphi) del prestigioso storico delle idee Isaiah Berlin, per proporre un'appassionata difesa dell'Illuminismo. A dire di Scalfari, infatti, «essere illuministi oggi è il vero modo di essere contro corrente rispetto al pensiero e alla prassi dominante». Si potrebbe subito osservare con qualche malizia che, a giudicare dalle pagine culturali, la sua influenza sulla visione filosofica di Repubblica, che pare dominata da un perdurante antiilluminismo, deve essere stata curiosamente modesta (che questa non sia una necessità ineluttabile nel nostro paese si può vedere dalle pagine culturali di altri giornali).
Ma le polemiche di bottega non mi interessano più di tanto.
Perché vorrei invece discutere delle ragioni che Scalfari pone a sostegno della sua tesi. Essere contro corrente equivalea suo dire, e io sono d'accordo con lui a essere illuministi sostanzialmente perché è diffuso oggi il predominio di un «volontarismo irrazionale», che diventa esistenzialismo e nichilismo, e si congiunge a un deficit perdurante di razionalità. Vorrei cercare di cogliere il senso dell'antiilluminismo implicito nel clima culturale dominante nel nostro tempo. Per farlo, ricorrerò all'identikit semplificato di quello che potrebbe essere un personaggio tipo, un personaggio di fantasia, che io chiamo Torbido, e che voi potete immaginare come un intellettuale alla moda o come un'espressione sofisticata del senso comune. Anticipo da ora che, a mio parere, per dirla nel gergo dei filosofi, l'essenza dell'antiilluminismo oggi popolare non equivale a una forma di sfiducia nella ragione teoretica e scientifica, ma piuttosto a scetticismo nei confronti della ragione pratica.
Ma andiamo con ordine, e torniamo al nostro amico Torbido. Torbido è - e come dubitarne? - risolutamente postmoderno nella visione del mondo morale. Guarda con un sorriso di malcelata superiorità ai princìpi morali, ed è convinto che non esistano regole etiche al di fuori delle appartenenze e delle condivisioni. Si può, a suo credere, avere una morale comune se e solo se si è membri dello stesso club etnico, politico, religioso o criminale poco importa. Ma ciò non può avvenire nella società aperta, che è, per definizione, popolata da membri di club differenti.
Questa arrière pensée postmoderna lo porta poi ad essere, e questo è forse uno dei lati migliori di Torbido, piuttosto libertario per quanto riguarda le scelte politiche. Dato che non ci sono scelte etiche oggettivamente migliori di altre - e qui io non ho mai capito come egli faccia a condannare moralmente per esempio chi commette un genocidio- la politica della società aperta oscilla tra la violenza e il consenso di tutti. Torbido non nasconde la sua ammirazione per la forza come evento tra gli eventi nella storia, ma finisce poi di solito con l'asserire che solo il permesso di tutti i cittadini adulti in grado di intendere e volere giustifica, in mancanza di tesi morali sensate, le decisioni politiche. Torbido non è uno spirito religioso, anche se civetta con New Age e, quando è di buon umore, sostiene che gli oroscopi e i miti hanno la stessa credibilità della fisica teorica. Tuttavia, anche se può apparire strano a prima vista, il suo scetticismo pratico piace ai religiosi doc. In fondo, le tesi di Torbido riconoscono che nella società moderna e pluralista non ci sono opzioni etiche e metafisiche dotate di senso, e queste ultime restano quindi appannaggio della religione. Tutto ciò che è spiritualmente importante, in altre parole, resta all'interno dei club, siano questi cattolici, buddisti o quant'altro vi piaccia. E che cosa può volere di più del monopolio delle verità morali un religioso spregiudicato e non fondamentalista? Ancora più stranamente, Torbido riesce ad andare d'accordo, specie quando non parla di astrologia, con lo scientismo che ancora prevale in molti ambienti scientifici. In fondo, come diciamo noi, spesso e volentieri gli scienziati sono positivisti, e, per conseguenza, poco gli importa dell'uso esterno della ragione nel mondo, purché questa prevalga per così dire intra moenia, nei laboratori e nelle aule.
Torbido è il ritratto fedele dell'antiilluminista, o almeno così ritiene il suo ideatore, per un motivo chiaro e preciso: non crede che si possa fare un uso pubblico e pratico della ragione. Quest'ultima ha i suoi spazi nel mondo della conoscenza scientifica e della produzione, e lì deve essere confinata. Ma non ci riguarda per Torbido e tutti quelli come lui come esseri umani pienamente intesi. Non c'è un modo di vita che possa pretendere di ispirarsi a criteri di ragionevolezza e razionalità. Non c'è, per la verità, nella visione dominante di Torbido, alcuna oggettività etica, estetica e politica che tenga. Le nostre priorità morali, culturali e politiche altro non sono che gusti en travesti.
Tutto il resto è storia e biologia, dominio di tradizioni cieche e di violenze occulte.
Torbido ha un pensiero che non impegna e, anche per ciò, è alla moda. L'Illuminista, però, non ama Torbido, o meglio non ama le sue idee scettiche e facili. Cerca di rispondergli, facendo propria la fiducia illuministica in un uso pubblico e pratico della ragione. Sulla scorta di Kant, ma anche di Habermas e Rawls tra i contemporanei, io ho chiamato «etica pubblica» questo modo di rispondere filosoficamente e in coerenza con la tradizione illuministica al clima culturale dominante. E' un modo che accetta il pluralismo dei valori e rifiuta ogni credenza in verità morali assolute. Ma non concede a Torbido il nucleo della sua tesi principale, sarebbe a dire che i dubbi e le difficoltà che tutti condividiamo equivalgano all'impossibilità di dare senso alle cose nel mondo della teoria come in quello della pratica.
L'illuminista crede che la critica di ogni argomento sia fondamentale, ma crede anche che da ciò non si possa passare, come invece vuole Torbido, alla critica dell'argomentare in quanto tale.
Ora avete davanti i due profili schematici dei detrattori e dei fautori dell'Illuminismo. Scegliere quale ci piace di più dipende da ognuno di noi. Sono convinto che ci siano buone ragioni per essere a favore della mia strategia e contro quella di Torbido. Ma, si sa, su questioni del genere non vi sono certezze, e uno psicoanalista può aiutare forse più di un filosofo. Io posso solo dire quale ragione preteorica mi abbia portato per quel poco che riesco a capire a orientarmi a favore della opzione illuministica.
Sono nato e cresciuto a Napoli, e credo di averne tratto una lezione indelebile. L'affannarsi del popolino, lo scetticismo dei signori, la sfiducia nell'altro, la resa al passato, l'impotenza nell'ottenere risultati, la depressione collettiva mascherata dal riso, l'impossibilità della speranza, erano tutti i segni di una mentalità in cui premoderno e postmoderno si congiungevano. Si congiungevano nel negare spazio al progetto illuministico della modernità, che pure tanto doveva al pensiero dei figli dell'antica «capitale di un regno senza strade e senza città». Per schierarmi contro quello che c'era e non andava, avevo così da essere antiantiilluminista.
Si può obiettare che deve cambiare prima il mondo e poi le idee che lo attraversano, per cui la fioritura ideale dipende dallo sfondo materiale, e che perciò la mia tesi pecca di un eccesso di idealismo. Può essere. Ma è sempre difficile dire se venga prima l'uovo o la gallina. E poi ognuno comincia dal suo orticello. E io ho cominciato dall'essere contro i vezzi e i successi filosofici del malcapitato Torbido. E, come vuole Scalfari, a navigare contro corrente a favore dell'Illuminismo.
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