In Italia le cautele per impedire gli abusi non hanno
consentito una adeguata utilizzazione dei derivati dell’oppio nelle terapieMa ora le cose stanno cambiando C’è una battaglia contro il dolore umano che gli stupefacenti
possono finalmente vincere |
| I malati italiani soffrono più di quelli inglesi o francesi, e perfino di quelli
croati o jugoslavi, perché l'Italia occupa uno degli ultimi posti nella cura del dolore.
Ciò è dovuto innanzitutto alle leggi che regolano l’uso delle sostanze utili nella
terapia antalgica, prime fra tutte quelle derivate dall’oppio. La morfina è circondata
da una fama sinistra, perché si ritiene che essa possa abbreviare la vita del malato o
farne un «morfinomane». Di qui mille cautele per impedire gli abusi: ai medici si
impongono faticose procedure burocratiche e si minacciano pene severe. E i medici
evitano di usare gli oppioidi, tanto che molti di loro non si procurano neppure i
ricettari speciali, necessari per prescriverli. In queste condizioni diventa difficile
curare il dolore a domicilio, come si dovrebbe fare per molti malati terminali, per i
quali terapie complesse, che si possono praticare soltanto negli ospedali, non hanno
più senso. Ora le cose incominciano a cambiare. La Camera dei Deputati ha
approvato una legge che precisa i casi nei quali i farmaci antidolorifici possono
essere usati, permettendo di adoperarli anche per i malati seguiti a casa loro dal
medico di famiglia; semplifica il ricettario; ammette che le prescrizioni e gli
approvvigionamenti possano coprire periodi di trenta anziché di dieci giorni; prevede
che le cure antidolorifiche possano essere affidate a personale sanitario diverso dai
medici, come gli infermieri. Cade anche l’associazione tra morfina e spaccio di
droga, e le pene per le infrazioni sono misure amministrative, e non più gli anni di
carcere e le pesanti ammende previste dalla vecchia legge.
I criteri che hanno ispirato la nuova legge sono nati da profonde trasformazioni
culturali. Si è capito che l’azione degli stupefacenti è diversa da quella degli
analgesici e che il terrore della morfinomania è soprattutto un mito. Si è dissolta
l’idea che i farmaci antidolorifici abbrevino la vita, e anzi ci si è convinti che è
semmai la sofferenza a far morire; del resto perfino la Chiesa cattolica aveva da
tempo ammesso che si può contrastare il dolore anche se ne derivasse, come
conseguenza indiretta, un accorciamento della vita. Ma soprattutto, da quando si
ricorre al medico perché segua la gravidanza o la nascita, che non sono malattie, o
perché aiuti a mantenere una buona forma fisica, sta venendo meno l’idea che egli
debba intervenire soltanto per curare malattie. Né l’opera del medico è utile solo
quando egli è in grado di guarire una malattia. La medicina palliativa, che anche in
Italia incomincia ad avere riconoscimenti, interviene quando non si può più curare
una malattia e il medico si limita a combatterne i sintomi. Sullo sfondo di tutto ciò c'è
la trasformazione del modo di intendere il dolore. Molti filosofi, teologi e letterati si
rammaricano che il nostro tempo abbia perso la capacità di soffrire, ma l’idea che la
resistenza al dolore sia un bene apprezzabile in se stesso non è più molto attraente e
la considerazione della sofferenza come un modo per redimersi non fa più parte delle
credenze pubbliche: chi vuole affrontarla in questo modo lo può fare, ma la sua
scelta avrà tanto più valore quanto meno sarà imposta da leggi e regolamenti. Del
resto neppure più la cultura religiosa è unanime nel considerare la sofferenza
un’esperienza positiva.
La lotta contro il dolore non è ancora vinta. La legge deve essere esaminata dal
Senato, e c’è soltanto da sperare che essa non cada vittima della competizione
elettorale, che ormai infuria: il dolore degli ammalati è una faccenda seria, che non
dovrebbe essere sacrificata a ideologie o interessi di parte. Ma non si tratta soltanto
di leggi. Adesso il costume dei medici e delle istituzioni sanitarie deve cambiare: la
vecchia legge era sorretta da una concezione crudele del dolore, ma a sua volta ne
favoriva il mantenimento. Adesso sono i malati che devono pretendere dai medici che
si prendano cura del dolore, e non soltanto dei dolori grandi e drammatici. Bisogna
rifiutarsi di sopportare anche le sofferenze più piccole, quando si possono eliminare.
Non c’è nessuna ragione per accettare un decorso postoperatorio magari banale, ma
inutilmente gravoso. Come sono accurati nello stabilire protocolli per i farmaci
necessari per combattere la malattia, i medici dovrebbero esserlo anche per quelli
antidolorifici e, assumendosi le proprie responsabilità, dovrebbero evitare di
ricorrere a indicazioni generiche, «al bisogno». |