RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 2000
CARLO AUGUSTO VIANO
In Italia le cautele per impedire gli abusi non hanno consentito una adeguata utilizzazione dei derivati dell’oppio nelle terapie
Ma ora le cose stanno cambiando
C’è una battaglia contro il dolore umano che gli stupefacenti possono finalmente vincere
I malati italiani soffrono più di quelli inglesi o francesi, e perfino di quelli croati o jugoslavi, perché l'Italia occupa uno degli ultimi posti nella cura del dolore.
Ciò è dovuto innanzitutto alle leggi che regolano l’uso delle sostanze utili nella terapia antalgica, prime fra tutte quelle derivate dall’oppio. La morfina è circondata da una fama sinistra, perché si ritiene che essa possa abbreviare la vita del malato o farne un «morfinomane». Di qui mille cautele per impedire gli abusi: ai medici si impongono faticose procedure burocratiche e si minacciano pene severe. E i medici evitano di usare gli oppioidi, tanto che molti di loro non si procurano neppure i ricettari speciali, necessari per prescriverli. In queste condizioni diventa difficile curare il dolore a domicilio, come si dovrebbe fare per molti malati terminali, per i quali terapie complesse, che si possono praticare soltanto negli ospedali, non hanno più senso. Ora le cose incominciano a cambiare. La Camera dei Deputati ha approvato una legge che precisa i casi nei quali i farmaci antidolorifici possono essere usati, permettendo di adoperarli anche per i malati seguiti a casa loro dal medico di famiglia; semplifica il ricettario; ammette che le prescrizioni e gli approvvigionamenti possano coprire periodi di trenta anziché di dieci giorni; prevede che le cure antidolorifiche possano essere affidate a personale sanitario diverso dai medici, come gli infermieri. Cade anche l’associazione tra morfina e spaccio di droga, e le pene per le infrazioni sono misure amministrative, e non più gli anni di carcere e le pesanti ammende previste dalla vecchia legge. I criteri che hanno ispirato la nuova legge sono nati da profonde trasformazioni culturali. Si è capito che l’azione degli stupefacenti è diversa da quella degli analgesici e che il terrore della morfinomania è soprattutto un mito. Si è dissolta l’idea che i farmaci antidolorifici abbrevino la vita, e anzi ci si è convinti che è semmai la sofferenza a far morire; del resto perfino la Chiesa cattolica aveva da tempo ammesso che si può contrastare il dolore anche se ne derivasse, come conseguenza indiretta, un accorciamento della vita. Ma soprattutto, da quando si ricorre al medico perché segua la gravidanza o la nascita, che non sono malattie, o perché aiuti a mantenere una buona forma fisica, sta venendo meno l’idea che egli debba intervenire soltanto per curare malattie. Né l’opera del medico è utile solo quando egli è in grado di guarire una malattia. La medicina palliativa, che anche in Italia incomincia ad avere riconoscimenti, interviene quando non si può più curare una malattia e il medico si limita a combatterne i sintomi. Sullo sfondo di tutto ciò c'è la trasformazione del modo di intendere il dolore. Molti filosofi, teologi e letterati si rammaricano che il nostro tempo abbia perso la capacità di soffrire, ma l’idea che la resistenza al dolore sia un bene apprezzabile in se stesso non è più molto attraente e la considerazione della sofferenza come un modo per redimersi non fa più parte delle credenze pubbliche: chi vuole affrontarla in questo modo lo può fare, ma la sua scelta avrà tanto più valore quanto meno sarà imposta da leggi e regolamenti. Del resto neppure più la cultura religiosa è unanime nel considerare la sofferenza un’esperienza positiva. La lotta contro il dolore non è ancora vinta. La legge deve essere esaminata dal Senato, e c’è soltanto da sperare che essa non cada vittima della competizione elettorale, che ormai infuria: il dolore degli ammalati è una faccenda seria, che non dovrebbe essere sacrificata a ideologie o interessi di parte. Ma non si tratta soltanto di leggi. Adesso il costume dei medici e delle istituzioni sanitarie deve cambiare: la vecchia legge era sorretta da una concezione crudele del dolore, ma a sua volta ne favoriva il mantenimento. Adesso sono i malati che devono pretendere dai medici che si prendano cura del dolore, e non soltanto dei dolori grandi e drammatici. Bisogna rifiutarsi di sopportare anche le sofferenze più piccole, quando si possono eliminare.
Non c’è nessuna ragione per accettare un decorso postoperatorio magari banale, ma inutilmente gravoso. Come sono accurati nello stabilire protocolli per i farmaci necessari per combattere la malattia, i medici dovrebbero esserlo anche per quelli antidolorifici e, assumendosi le proprie responsabilità, dovrebbero evitare di ricorrere a indicazioni generiche, «al bisogno».
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