I giochetti
matematici
del grande
fratello| Fenomenologia di un programma "cult" |
| Fortunatamente per qualcuno, purtroppo per altri, il Grande
Fratello è finito. Possiamo dunque ripensare con un certo
distacco a un fenomeno che, lo si voglia o no, ha inchiodato
al teleschermo milioni di italiani. Cercando di isolare
elementi significativi, ne troveremo in tutti gli aspetti del
programma. Partiamo dal titolo. Che, come tutti sanno,
deriva da 1984 di George Orwell: un romanzo che molti
citano, ma pochi sembrano aver letto. Perché il Grande
Fratello del libro è l'esatto contrario di quello del
programma: uno sguardo ossessivo, instaurato da un potere
politico, che controlla e angoscia, e dal quale si fa tutto il
possibile per nascondersi. Certo non una telecamera,
installata da una rete commerciale, che rende celebri e
arricchisce, e dalla quale si fa l'impossibile per farsi trovare.
Un punto di contatto fra il Grande Fratello e la politica c'è,
visto che il responsabile per la comunicazione del
programma è stato portavoce del Presidente del Consiglio,
ed è passato alle dipendenze del Capo dell'Opposizione
dopo essere stato costretto alle dimissioni per aver
pubblicato un romanzo pornografico soft. Ma è un legame
labile, e dimostra soltanto che politica, pornografia e
spettacolo richiedono competenze simili e parlano gli stessi
linguaggi, pur non vendendo necessariamente le stesse
merci. E non abbiamo certo dovuto attendere il Grande
Fratello per scoprirlo. Più interessante, anche perché più
visibile, è il ruolo giocato dalla conduttrice del programma,
che dialogava il giovedì con i concorrenti della casa e con il
pubblico dello studio. Poiché il contenuto delle
conversazioni era, per forza di cose, concettualmente
inesistente, qualcuno si sarà distratto a chiedersi che tecnica
usasse la signorina, consciamente o intuitivamente, per
riuscire a tirare avanti la conversazione. La risposta è: la
psicoanalisi rogersiana. Che sembra una gran cosa, e invece
è semplicissima. La adottiamo tutti, nei convenevoli e nelle
conversazioni da salotto, quando ci attacchiamo all'ultima
frase detta dall'interlocutore e la trasformiamo in una
domanda, magari con piccole variazioni. Ad esempio, se
qualcuno dice: "Oggi sono stato dai miei genitori", basta
rispondere: "Mi dica di loro" e lasciarlo parlare fin che si
ferma, per poi ripartire attaccandosi di nuovo alla sua ultima
frase. Rendendo la cosa sistematica, possiamo
meccanizzare la nostra reazione e continuare la
conversazione all'infinito, dando l'impressione di un reale
interesse per i fatti altrui (come è bene che dia lo
psicoanalista). La psicoanalisi rogersiana fu protagonista di
un caso interessante negli anni Sessanta, quando
l'informatico Joseph Weizenbaum la formalizzò nel
programma Eliza. Il nome si ispirava alla protagonista del
Pigmalione di Bernard Shaw: una fiammiferaia di periferia
alla quale un professore di fonetica cerca di insegnare a
parlare con perfetto accento inglese e a comportarsi con
maniere da duchessa. Il successo dell'impresa è decretato
da quello che in informatica è divenuto noto come il test di
Turing: la fiammiferaia riesce a passare per una vera
duchessa a un ricevimento di ambasciata, mascherando la
sua vera natura e ingannando tutti. Il programma di
Weizenbaum era un gioco da ragazzi, ma ottenne un
successo strepitoso, passando il test di Turing come la sua
omonima: nei pazienti generò una vera e propria dipendenza
da transfer, e i medici arrivarono a considerarlo una forma
autonoma di terapia. Il suo programmatore rimase talmente
turbato, da abbandonare l'Intelligenza Artificiale e passare
nel novero dei suoi più feroci critici. E se la conduttrice del
Grande Fratello fosse un'andreide come la protagonista del
film Blade Runner, in grado pure lei di passare con
successo il test di Turing? Lo lascerebbe supporre una serie
di indizi, oltre alle domande stereotipate: lo sguardo spento,
la voce monocorde, e la totale assenza di emozioni
apparenti di fronte ai pur eccitanti avvenimenti della casa.
Nella quale, come è noto, stavano dieci concorrenti
eccezionali, perché rappresentativi della più assoluta
normalità. Il bisticcio di parole è solo apparente, perché se
essere normali significa avere tutte le qualità possedute da
una maggioranza, non è affatto detto che ci siano (molte)
persone normali. Ad esempio, in un gruppo di persone due
terzi possono avere la giacca rossa, due terzi i pantaloni
bianchi e due terzi le scarpe verdi, senza che nessuno sia
vestito in tricolore, con giacca rossa, pantaloni bianchi e
scarpe verdi (il problema non si pone con meno di tre
indumenti o qualità). I giochi si possono studiare
matematicamente mediante un'omonima teoria, che ha
fruttato il Premio Nobel per l'economia nel 1994 a John
Harsanyi, John Nash e Richard Selten. Dal punto di vista di
questa teoria, il Grande Fratello è un gioco simmetrico a
somma zero: il che significa che tutti i concorrenti hanno lo
stesso scopo, cioè vincere, ma possono raggiungerlo solo a
scapito degli avversari. Per fare il proprio interesse,
ciascuno è dunque costretto a danneggiare gli altri. Il gioco
è reso complicato, e dunque interessante, dal fatto che i
concorrenti siano più di due: si possono infatti creare
alleanze temporanee, e un loro trattamento razionale è la
parte più difficile della teoria. Alleanze ovvie si sono create
quando i giocatori meno dotati si sono coalizzati contro
quelli più dotati, cercando di mettendoli fuori gioco
mediante il meccanismo delle nomination per l'esclusione.
Paradossalmente, era proprio il concorrente "migliore", che
i giocatori cercavano di eliminare attraverso le nomination,
quello che il pubblico cercava di salvare attraverso le
votazioni (ammesso che il numero telefonico esistesse
veramente, visto che era sospettosamente costituito da un
divino 1, seguito da tre diabolici 666). A proposito del
pubblico, vale forse la pena di capire le motivazioni
profonde del suo coinvolgimento. Probabilmente, si è
trattato di un'epidemia di "donchisciottismo": se infatti
l'identificazione con il Cavaliere Errante poteva far uscire di
senno una persona colta e saggia come Alonso Chisciano,
figuriamoci se l'identificazione con l'Uomo Qualunque non
ha potuto avere gli stessi effetti sugli abitanti di un paese che
è per un terzo analfabeta, e per un ulteriore terzo analfabeta
di ritorno. Per una fortunata coincidenza, l'ipotesi può
essere verificata sperimentalmente misurando la differenza
di interesse con un episodio di vero Grande Fratello: un
caso in cui i concorrenti, oltre a non sapere di essere
continuamente monitorati, erano persone di straordinaria
intelligenza. Osservarli dovrebbe dunque essere
doppiamente interessante: per la spontaneità del loro
comportamento, e per la profondità delle loro
conversazioni. E invece l'interesse dello stesso pubblico è
stato minimo: come volevasi dimostrare. Per chi volesse
rimediare, le registrazioni del "vero Grande Fratello" si
trovano in Operazione Epsilon. Gli scienziati della Germania
nazista e la bomba atomica (Selene, 1994). I "concorrenti"
erano i dieci (guarda caso) più famosi fisici tedeschi, rapiti
da un commando angloamericano poco prima della resa, e
tenuti confinati in una villa vicino a Cambridge dal luglio al
dicembre 1945. Le loro conversazioni vennero registrate
segretamente, e le più interessanti furono le reazioni allo
scoppio della bomba atomica a Hiroshima: fra i fisici erano
infatti presenti Otto Hahn, che aveva scoperto la fissione
nucleare nel 1938, e Werner Heisenberg, che aveva vinto il
premio Nobel nel 1932 per aver fondato la meccanica
quantistica. Quest'ultimo riuscì a completare in una
settimana i calcoli della massa critica che non era riuscito a
compiere durante tutta la guerra, facendo sorgere il
sospetto che non avesse voluto effettuarli. Per questi e altri
motivi lo spettacolo di questo Grande Fratello non solo non
fu trasmesso in diretta, ma la differita dovette attendere
cinquant'anni. Ironicamente, il Grande Fratello di cui parlava
Orwell nel 1948 era dunque già stato messo in atto qualche
anno prima, e non dai comunisti ma dagli angloamericani. I
quali, abbiamo scoperto recentemente, hanno poi
continuato a spiarci tutti elettronicamente per il tempo
rimanente. A questo punto ci sorge ingenuamente un
dubbio: che le parodie del Grande Fratello ammannite dalle
televisioni occidentali, a partire da quella americana,
abbiano come scopo di distrarci dall'originale? |