RASSEGNA STAMPA

24 DICEMBRE 2000
PIERGIORGIO ODIFREDDI
I giochetti matematici del grande fratello
Fenomenologia di un programma "cult"
Fortunatamente per qualcuno, purtroppo per altri, il Grande Fratello è finito. Possiamo dunque ripensare con un certo distacco a un fenomeno che, lo si voglia o no, ha inchiodato al teleschermo milioni di italiani. Cercando di isolare elementi significativi, ne troveremo in tutti gli aspetti del programma. Partiamo dal titolo. Che, come tutti sanno, deriva da 1984 di George Orwell: un romanzo che molti citano, ma pochi sembrano aver letto. Perché il Grande Fratello del libro è l'esatto contrario di quello del programma: uno sguardo ossessivo, instaurato da un potere politico, che controlla e angoscia, e dal quale si fa tutto il possibile per nascondersi. Certo non una telecamera, installata da una rete commerciale, che rende celebri e arricchisce, e dalla quale si fa l'impossibile per farsi trovare.
Un punto di contatto fra il Grande Fratello e la politica c'è, visto che il responsabile per la comunicazione del programma è stato portavoce del Presidente del Consiglio, ed è passato alle dipendenze del Capo dell'Opposizione dopo essere stato costretto alle dimissioni per aver pubblicato un romanzo pornografico soft. Ma è un legame labile, e dimostra soltanto che politica, pornografia e spettacolo richiedono competenze simili e parlano gli stessi linguaggi, pur non vendendo necessariamente le stesse merci. E non abbiamo certo dovuto attendere il Grande Fratello per scoprirlo. Più interessante, anche perché più visibile, è il ruolo giocato dalla conduttrice del programma, che dialogava il giovedì con i concorrenti della casa e con il pubblico dello studio. Poiché il contenuto delle conversazioni era, per forza di cose, concettualmente inesistente, qualcuno si sarà distratto a chiedersi che tecnica usasse la signorina, consciamente o intuitivamente, per riuscire a tirare avanti la conversazione. La risposta è: la psicoanalisi rogersiana. Che sembra una gran cosa, e invece è semplicissima. La adottiamo tutti, nei convenevoli e nelle conversazioni da salotto, quando ci attacchiamo all'ultima frase detta dall'interlocutore e la trasformiamo in una domanda, magari con piccole variazioni. Ad esempio, se qualcuno dice: "Oggi sono stato dai miei genitori", basta rispondere: "Mi dica di loro" e lasciarlo parlare fin che si ferma, per poi ripartire attaccandosi di nuovo alla sua ultima frase. Rendendo la cosa sistematica, possiamo meccanizzare la nostra reazione e continuare la conversazione all'infinito, dando l'impressione di un reale interesse per i fatti altrui (come è bene che dia lo psicoanalista). La psicoanalisi rogersiana fu protagonista di un caso interessante negli anni Sessanta, quando l'informatico Joseph Weizenbaum la formalizzò nel programma Eliza. Il nome si ispirava alla protagonista del Pigmalione di Bernard Shaw: una fiammiferaia di periferia alla quale un professore di fonetica cerca di insegnare a parlare con perfetto accento inglese e a comportarsi con maniere da duchessa. Il successo dell'impresa è decretato da quello che in informatica è divenuto noto come il test di Turing: la fiammiferaia riesce a passare per una vera duchessa a un ricevimento di ambasciata, mascherando la sua vera natura e ingannando tutti. Il programma di Weizenbaum era un gioco da ragazzi, ma ottenne un successo strepitoso, passando il test di Turing come la sua omonima: nei pazienti generò una vera e propria dipendenza da transfer, e i medici arrivarono a considerarlo una forma autonoma di terapia. Il suo programmatore rimase talmente turbato, da abbandonare l'Intelligenza Artificiale e passare nel novero dei suoi più feroci critici. E se la conduttrice del Grande Fratello fosse un'andreide come la protagonista del film Blade Runner, in grado pure lei di passare con successo il test di Turing? Lo lascerebbe supporre una serie di indizi, oltre alle domande stereotipate: lo sguardo spento, la voce monocorde, e la totale assenza di emozioni apparenti di fronte ai pur eccitanti avvenimenti della casa.
Nella quale, come è noto, stavano dieci concorrenti eccezionali, perché rappresentativi della più assoluta normalità. Il bisticcio di parole è solo apparente, perché se essere normali significa avere tutte le qualità possedute da una maggioranza, non è affatto detto che ci siano (molte) persone normali. Ad esempio, in un gruppo di persone due terzi possono avere la giacca rossa, due terzi i pantaloni bianchi e due terzi le scarpe verdi, senza che nessuno sia vestito in tricolore, con giacca rossa, pantaloni bianchi e scarpe verdi (il problema non si pone con meno di tre indumenti o qualità). I giochi si possono studiare matematicamente mediante un'omonima teoria, che ha fruttato il Premio Nobel per l'economia nel 1994 a John Harsanyi, John Nash e Richard Selten. Dal punto di vista di questa teoria, il Grande Fratello è un gioco simmetrico a somma zero: il che significa che tutti i concorrenti hanno lo stesso scopo, cioè vincere, ma possono raggiungerlo solo a scapito degli avversari. Per fare il proprio interesse, ciascuno è dunque costretto a danneggiare gli altri. Il gioco è reso complicato, e dunque interessante, dal fatto che i concorrenti siano più di due: si possono infatti creare alleanze temporanee, e un loro trattamento razionale è la parte più difficile della teoria. Alleanze ovvie si sono create quando i giocatori meno dotati si sono coalizzati contro quelli più dotati, cercando di mettendoli fuori gioco mediante il meccanismo delle nomination per l'esclusione.
Paradossalmente, era proprio il concorrente "migliore", che i giocatori cercavano di eliminare attraverso le nomination, quello che il pubblico cercava di salvare attraverso le votazioni (ammesso che il numero telefonico esistesse veramente, visto che era sospettosamente costituito da un divino 1, seguito da tre diabolici 666). A proposito del pubblico, vale forse la pena di capire le motivazioni profonde del suo coinvolgimento. Probabilmente, si è trattato di un'epidemia di "donchisciottismo": se infatti l'identificazione con il Cavaliere Errante poteva far uscire di senno una persona colta e saggia come Alonso Chisciano, figuriamoci se l'identificazione con l'Uomo Qualunque non ha potuto avere gli stessi effetti sugli abitanti di un paese che è per un terzo analfabeta, e per un ulteriore terzo analfabeta di ritorno. Per una fortunata coincidenza, l'ipotesi può essere verificata sperimentalmente misurando la differenza di interesse con un episodio di vero Grande Fratello: un caso in cui i concorrenti, oltre a non sapere di essere continuamente monitorati, erano persone di straordinaria intelligenza. Osservarli dovrebbe dunque essere doppiamente interessante: per la spontaneità del loro comportamento, e per la profondità delle loro conversazioni. E invece l'interesse dello stesso pubblico è stato minimo: come volevasi dimostrare. Per chi volesse rimediare, le registrazioni del "vero Grande Fratello" si trovano in Operazione Epsilon. Gli scienziati della Germania nazista e la bomba atomica (Selene, 1994). I "concorrenti" erano i dieci (guarda caso) più famosi fisici tedeschi, rapiti da un commando angloamericano poco prima della resa, e tenuti confinati in una villa vicino a Cambridge dal luglio al dicembre 1945. Le loro conversazioni vennero registrate segretamente, e le più interessanti furono le reazioni allo scoppio della bomba atomica a Hiroshima: fra i fisici erano infatti presenti Otto Hahn, che aveva scoperto la fissione nucleare nel 1938, e Werner Heisenberg, che aveva vinto il premio Nobel nel 1932 per aver fondato la meccanica quantistica. Quest'ultimo riuscì a completare in una settimana i calcoli della massa critica che non era riuscito a compiere durante tutta la guerra, facendo sorgere il sospetto che non avesse voluto effettuarli. Per questi e altri motivi lo spettacolo di questo Grande Fratello non solo non fu trasmesso in diretta, ma la differita dovette attendere cinquant'anni. Ironicamente, il Grande Fratello di cui parlava Orwell nel 1948 era dunque già stato messo in atto qualche anno prima, e non dai comunisti ma dagli angloamericani. I quali, abbiamo scoperto recentemente, hanno poi continuato a spiarci tutti elettronicamente per il tempo rimanente. A questo punto ci sorge ingenuamente un dubbio: che le parodie del Grande Fratello ammannite dalle televisioni occidentali, a partire da quella americana, abbiano come scopo di distrarci dall'originale?
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