RASSEGNA STAMPA

24 DICEMBRE 2000
MARCELLO VENEZIANI
LETTERINA A MONTANELLI PERCHÉ FACCIA UNA PROMESSA
Caro Indro, spero che non ti arrabbierai quando troverai sotto ili piatto del pranzo di Natale questa mia letterina. Le letterine natalizie, si sa, sono fastidiose: e tu probabilmente non avrai voluto figli anche per risparmiarti questi riti un po' stucchevoli. Le solite promesse di essere più buoni, il solito giulebbe. Ma questa volta la letterina è anche peggiore: perché non è farcita di promesse del mittente, ma esige promesse dal destinatario. Promesse di diventar più buono con l'anno che verrà.
Ho letto il tuo editoriale e poi le tante tue interviste in favore dell'eutanasia. Non mi piace vederti usato come testimonial del suicidio di Stato; non mi piace vederti sempre più spesso associato a questa guerra dì liberazione dalla vita. (A dir la verità ti usano anche come testimonial per l'eutanasia della destra, ma questa è un'altra storia).
Capisco le tue ragioni e in una certa misura le condivido. Tu invochi un diritto antico, che in remote contrade della Sardegna e della Calabria si usava ancora in tempi recenti. Il diritto di andare lontano dalla comunità, in solitudine, a lasciarsi morire. Per non sentirsi di peso a se stessi e agli altri, per morire con dignità, prima che si perda la lucidità di mente e l'autonomia degli atti vitali. Oggi questo rito antico si chiama eutanasia, e ci sono belle cliniche e grandi circuiti «umanitari», soprattutto in Svizzera e in Olanda, che lo favoriscono. Ecco, già qui insorgono i miei primi dubbi: non credo che ci siano solo ragioni umanitarie dietro questa compagnia della buona morte. Credo che spesso ci sia un business, fatto di tante cose, dalla gestione funeraria ai problemi dell'eredità, dal traffico d'organi all'industria del decesso, con medici, psicologi, comunicatori e via dicendo. A volte con un filo di tremenda ambiguità sulle vite realmente terminali: il traffico di organi vivi può portare anche a paurose aberrazioni. E in alcuni casi c'è un inquietante filo di eugenetica o la convinzione bestiale e darwiniana che chi non funziona più, chi vive a mezzo servizio, sia una specie di rottame di cui disfarsi. Non mi piace che ad un uomo si applichi lo spirito della rottamazione; nelle nostre carrozzerie abita un'anima e un'intelligenza. So bene che tu disti mille miglia da questa confraternita e poni un problema autentico, che tocca le corde più profonde della vità tua. Anch'io come te, condivido l'idea, forse un po' stoica, che non basta vivere o prolungare la vita ad ogni costo: ci sono principi e fondamenti che rendono la vita degna di essere vissuta, ma a patto che si sia disposti a metterla in gioco fino in fondo. Diceva Giovenale, propter vitam vivendo perdere causas; a volte pur di vivere ad ogni costo si perdono le ragioni per vivere. Si, è vero. Ma uscendo dal tuo caso personale, io credo che questo clima favorevole all'eutanasia non sia figlio di questa visione eroica, stoica, o semplicemente dignitosa della vita. Ma c'entrano piuttosto altre due o tre cose. La prima è la nostra fragilità, la nostra incapacità di sopportare. Siamo diventati degli uccelli dalle piume di cristallo, non sopportiamo gli urti, le limitazioni, i dolori. Umanissimo, per carità. Non è per distacco dalla vita ma per troppa avidità di vita che a volte preferiamo l'uscita di sicurezza. E tutto questo s'inserisce in un'alta più grande atmosfera. Vedi quanta gente, ogni giorno, uccide e poi s'uccide: uomini normali, solitamente miti, che arrivano con facilità impressionante a gesti definitivi. Perché non sopportiamo i limiti, il dolore per un tradimento, la difficile realtà. Fuggiamo dalla realtà, non vogliamo più scontare gli effetti, neanche quelli delle nostre azioni.
Non penso che sia molto distante l'eutanasia da questi più tragici suicidi: la molla non è così diversa, credimi.
Ma ancora peggio vedo risalire questa campagna pubblica per l'eutanasia in una triste compagnia: si associa infatti a campagne per la legalizzazione della droga, per allargare le possibilità di abortire, per modificare geneticamente i connotati umani, per relativizzare la famiglia e parificarla in tutto alle coppie omosessuali, e così via. Di tutta questa cultura della morte, eutanasia inclusa, il paradiso europeo è l'Olanda. Che a me pare piuttosto un inferno, anche se accessoriato, pulito, ornato persino di tulipani. Preferisco il Bangladesh.
In tutte queste campagne il filo conduttore è allargare le possibilità di morte o, all'inverso, diminuire le possibilità di perpetuare la realtà vitale. Tutte finalizzate a vivere meglio, per carità. Essere più liberi, più felici. Però con questa strana caratteristica: le culture della dolce vita sono anche culture della dolce morte, della decreazione, come avrebbe detto Simone Weil. Assume valore positivo ciò che non genera, non costruisce, non continua; è bene ciò che non salvaguarda la vita, la mente, la continuità. Edonismo disperato.
Su quel tema che tu hai sollevato io non ho certezze e non mi ergo a giudice di niente.
Ti ricordo solo, se vuoi restare tra i romani antichi, senza inoltrarti tra i cristiani, che non c'è solo Seneca: Cicerone diceva che la vita è una milizia, e non si può disertare di propria volontà. Lo dico solo per insinuare dubbi. Rispetto le tue depressioni, so che sei così misantropo che cerchi la compagnia per sentirti più solo; io viceversa sono così socievole che faccio comitiva da solo...
Come vedi, non ti ho parlato come un prete che la vita è un dono e non possiamo sprecarlo. E non ti ho parlato nemmeno come un'oca giuliva che la vita è bella e perciò preferisci vivere. La vita è bella e brutta, a volte pare insensata e fa un po' schifo; anche se nel tuo caso non credo che tutto sommato tu possa lamentarti né per quantità né per qualità di vita. Ne hai avuta tanta e buona. Potrai rispondermi col tuo spiritaccio che «muore giovane chi è caro agli dei»; dunque tu sei longevo perché poco amato lassù. Ma forse non sarebbe male, nel giorno dedicato alla Natività, ringraziare il cielo per averti fatto questo dispetto. E per una volta, porgi l'altra guancia, non ti vendicare; ma lascia che il tempo, grande scultore, compia la sua opera. E che tu possa rivedere altri Natali di luce e di stelle, qui tra noi.
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