Jean Baudrillard: "Il diritto di non essere nulla"| Il filosofo francese interviene sul "Grande fratello", grado zero dell'immagine |
| Si parla tanto di violenza nell'immagine ma che ne è della violenza fatta all'immagine? E' l'interrogativo che
si è posto Jean Baudrillard a Bologna nell'ambito del ciclo di conferenze dedicato alla "Comunicazione a
venire" coordinato da Paolo Fabbri. Viviamo in un'epoca in cui tutto dev'essere visto, essere visibile
(anche se non esiste). Ma quale immagine? Il filosofo francese parte dal concetto che "oggi tutto
dev'essere imagé (rappresentato) e non immaginé (immaginato) che è il contrario".
Baudrillard sostiene che siamo affascinati dall'immagine perché dietro qualcosa vi è sparito, il reale, e
questo crea l'ambiguità dell'immagine. E arriva all'esperienza del Grande Fratello, "trasmissione dove
tutto è dato a vedere e dove ci si accorge che in effetti non c'è più niente da vedere", afferma
semplicemente prima di addentrarsi in un'analisi più profonda e spietata. "E' lo specchio della piattezza e
del grado zero. E' là che si inventa una socialità di sintesi, una socialità virtuale, ed è ben la prova - al
contrario delle intenzioni di questo tipo di trasmissioni - della sparizione dell'altro e la prova del fatto che
l'uomo, l'essere umano, forse non è fondamentalmente un essere sociale. Al mito che il Grande Fratello
sia l'esempio per eccellenza della visibilità poliziesca si oppone un dato di fatto che inverte la situazione,
e là la questione si fa più sottile perché in realtà è il pubblico stesso che si fa voyeur, anzi che diventa il
Grande Fratello. Tutto quello che è visualizzato nell'operazione Grande Fratello, e qui parlo di violenza
fatta all'immagine - insiste lo studioso - è una realtà virtuale, un'immagine di sintesi della banalità
fabbricata in un circuito chiuso come al computer, per altro producibile benissimo artificialmente, senza
comparse viventi e senza il momento della realtà o del negativo. E' un tipo di intervento equivalente al
ready made, cioè una trasposizione tale e quale della vita di tutti i giorni già essa stessa truccata (e
caricata) da tutte le immagini e dai vari modelli circostanti per cui si ha una sorta di ritorno dell'immagine,
di feed back delle immagini". E' voyeurismo? Si parla addirittura di voyeurismo pornografico, ma si tratta
davvero di questo? "No - dice Baudrillard - in questo tipo di trasmissioni non c'è sesso, un po', ma non
conta, in verità ciò che la gente vuole profondamente è lo spettacolo della banalità. E la vera pornografia
oggi è la banalità, la vera oscenità è la nullità, l'insignificanza e la piattezza. Davvero la parodia totale,
l'inverso di ciò che Artaud intendeva per il Teatro della Crudeltà. Ma forse c'è una certa crudeltà dietro...
una crudeltà virtuale. Dato che la tv è sempre più incapace a fornire un'immagine degli eventi del mondo,
si appresta a rilevare la vita quotidiana. La banalità esistenziale ci viene mostrata come l'evento più
cruento, micidiale, come l'attualità più violenta in qualche modo, come crimine perfetto. Il crimine perfetto
è questa banalità quotidiana e questa televisione ce la fa vedere
. E per questo motivo essa è senza dubbio la più avanzata nell'evoluzione mediatica... L'assunzione della
banalità come destino, come nuovo volto della fatalità. In fondo tutto ciò corrisponde al diritto di non
essere nulla. E di essere visto come tale".
Baudrillard spiega che ci sono due modalità per sparire, pulsioni altrettanto fondamentali: o ci si
nasconde esigendo il diritto all'immagine, cioè di non farsi per esempio fotografare, oppure si casca
nell'esibizionismo delirante della propria nullità. "Un'esigenza contraddittoria e simultanea, di non essere
visti e di essere continuamente visibili... siamo oltre il famoso panoptikum che prevede la visibilità come
fonte di potere per il controllo poliziesco. Ormai non si tratta più di rendere visibili le cose a un occhio
esterno, il classico "Grande fratello", video di sorveglianza, ma di rendere trasparente l'operazione
stessa, cancellare le tracce del controllo e rendere invisibile lo stesso operatore di ripresa. La potenza di
controllo è interiorizzata da ogni spettatore e l'uomo/la donna non sono più vittime dell'immagine ma si
trasformano inesorabilmente loro stessi in immagine. E quindi esistono solo in due dimensioni, anzi in
una sola, quella superficiale. Loro stessi sovresposti alla luce della continua informazione, sollecitati
ovunque da questo prodotto. Potrebbe essere la formula intima che designa l'essere oggi: farsi
immagine. Che vuol dire esporre tutta la propria vita alla luce, i problemi, i desideri, le possibilità. Nessun
segreto. Bisogna parlare, comunicare, dire tutto. Ecco la violenza più profonda dell'immagine. Violenza
fatta all'essere profondo, l'essenza intima di ogni singolo essere e allo stesso tempo violenza fatta al
linguaggio. Perché anch'esso perde la sua originalità, non è altro che operatore servo della visibilità, non
è altro che medium, perde la sua dimensione ironica, la distanza e il gioco. La dimensione simbolica. Qui
non veicola altro che un soggetto che si esibisce, il linguaggio non parla, è violentato. E si perde
nell'oblio. Ci si dimentica che l'immagine sparisce sotto l'influenza del reale, espropriata della sua
originalità e destinata a una complicità vergognosa con il reale. Qui finisce il destino dell'immagine come
potenza di illusione, fatale e vitale". E Baudrillard aggiunge che nel racconto di Borges Il popolo allo
specchio, un imperatore condanna i popoli vinti a assomigliare a lui, cioè a farsi specchio
dell'imperatore... |