RASSEGNA STAMPA

21 DICEMBRE 2000
Jean Baudrillard: "Il diritto di non essere nulla"
Il filosofo francese interviene sul "Grande fratello", grado zero dell'immagine
Si parla tanto di violenza nell'immagine ma che ne è della violenza fatta all'immagine? E' l'interrogativo che si è posto Jean Baudrillard a Bologna nell'ambito del ciclo di conferenze dedicato alla "Comunicazione a venire" coordinato da Paolo Fabbri. Viviamo in un'epoca in cui tutto dev'essere visto, essere visibile (anche se non esiste). Ma quale immagine? Il filosofo francese parte dal concetto che "oggi tutto dev'essere imagé (rappresentato) e non immaginé (immaginato) che è il contrario".
Baudrillard sostiene che siamo affascinati dall'immagine perché dietro qualcosa vi è sparito, il reale, e questo crea l'ambiguità dell'immagine. E arriva all'esperienza del Grande Fratello, "trasmissione dove tutto è dato a vedere e dove ci si accorge che in effetti non c'è più niente da vedere", afferma semplicemente prima di addentrarsi in un'analisi più profonda e spietata. "E' lo specchio della piattezza e del grado zero. E' là che si inventa una socialità di sintesi, una socialità virtuale, ed è ben la prova - al contrario delle intenzioni di questo tipo di trasmissioni - della sparizione dell'altro e la prova del fatto che l'uomo, l'essere umano, forse non è fondamentalmente un essere sociale. Al mito che il Grande Fratello sia l'esempio per eccellenza della visibilità poliziesca si oppone un dato di fatto che inverte la situazione, e là la questione si fa più sottile perché in realtà è il pubblico stesso che si fa voyeur, anzi che diventa il Grande Fratello. Tutto quello che è visualizzato nell'operazione Grande Fratello, e qui parlo di violenza fatta all'immagine - insiste lo studioso - è una realtà virtuale, un'immagine di sintesi della banalità fabbricata in un circuito chiuso come al computer, per altro producibile benissimo artificialmente, senza comparse viventi e senza il momento della realtà o del negativo. E' un tipo di intervento equivalente al ready made, cioè una trasposizione tale e quale della vita di tutti i giorni già essa stessa truccata (e caricata) da tutte le immagini e dai vari modelli circostanti per cui si ha una sorta di ritorno dell'immagine, di feed back delle immagini". E' voyeurismo? Si parla addirittura di voyeurismo pornografico, ma si tratta davvero di questo? "No - dice Baudrillard - in questo tipo di trasmissioni non c'è sesso, un po', ma non conta, in verità ciò che la gente vuole profondamente è lo spettacolo della banalità. E la vera pornografia oggi è la banalità, la vera oscenità è la nullità, l'insignificanza e la piattezza. Davvero la parodia totale, l'inverso di ciò che Artaud intendeva per il Teatro della Crudeltà. Ma forse c'è una certa crudeltà dietro...
una crudeltà virtuale. Dato che la tv è sempre più incapace a fornire un'immagine degli eventi del mondo, si appresta a rilevare la vita quotidiana. La banalità esistenziale ci viene mostrata come l'evento più cruento, micidiale, come l'attualità più violenta in qualche modo, come crimine perfetto. Il crimine perfetto è questa banalità quotidiana e questa televisione ce la fa vedere . E per questo motivo essa è senza dubbio la più avanzata nell'evoluzione mediatica... L'assunzione della banalità come destino, come nuovo volto della fatalità. In fondo tutto ciò corrisponde al diritto di non essere nulla. E di essere visto come tale".
Baudrillard spiega che ci sono due modalità per sparire, pulsioni altrettanto fondamentali: o ci si nasconde esigendo il diritto all'immagine, cioè di non farsi per esempio fotografare, oppure si casca nell'esibizionismo delirante della propria nullità. "Un'esigenza contraddittoria e simultanea, di non essere visti e di essere continuamente visibili... siamo oltre il famoso panoptikum che prevede la visibilità come fonte di potere per il controllo poliziesco. Ormai non si tratta più di rendere visibili le cose a un occhio esterno, il classico "Grande fratello", video di sorveglianza, ma di rendere trasparente l'operazione stessa, cancellare le tracce del controllo e rendere invisibile lo stesso operatore di ripresa. La potenza di controllo è interiorizzata da ogni spettatore e l'uomo/la donna non sono più vittime dell'immagine ma si trasformano inesorabilmente loro stessi in immagine. E quindi esistono solo in due dimensioni, anzi in una sola, quella superficiale. Loro stessi sovresposti alla luce della continua informazione, sollecitati ovunque da questo prodotto. Potrebbe essere la formula intima che designa l'essere oggi: farsi immagine. Che vuol dire esporre tutta la propria vita alla luce, i problemi, i desideri, le possibilità. Nessun segreto. Bisogna parlare, comunicare, dire tutto. Ecco la violenza più profonda dell'immagine. Violenza fatta all'essere profondo, l'essenza intima di ogni singolo essere e allo stesso tempo violenza fatta al linguaggio. Perché anch'esso perde la sua originalità, non è altro che operatore servo della visibilità, non è altro che medium, perde la sua dimensione ironica, la distanza e il gioco. La dimensione simbolica. Qui non veicola altro che un soggetto che si esibisce, il linguaggio non parla, è violentato. E si perde nell'oblio. Ci si dimentica che l'immagine sparisce sotto l'influenza del reale, espropriata della sua originalità e destinata a una complicità vergognosa con il reale. Qui finisce il destino dell'immagine come potenza di illusione, fatale e vitale". E Baudrillard aggiunge che nel racconto di Borges Il popolo allo specchio, un imperatore condanna i popoli vinti a assomigliare a lui, cioè a farsi specchio dell'imperatore...
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