RASSEGNA STAMPA

20 DICEMBRE 2000
SERGIO RATTI
La fisica non è morta, è solo più complessa
La scienza non scopre più nulla? Ma oggi gli esperimenti si fanno solo con centinaia di ricercatori
Sulle pagine di Agorà è apparsa recentemente un'intervista di Luigi Dell'Aglio all'epistemologo francese Jean Marc Levy-Leblond, dal titolo a effetto "La fisica è finita", che merita qualche riflessione. Quello che urta di più è la frase d'apertura dell'articolo: "Da cinquant'anni la fisica non fa più scoperte veramente importanti: non riesce a trovare vie rivoluzionarie che ci aiutino a capire meglio la realtà. Ma, invece di ammettere con umiltà i propri limiti, si rifugia in una specie di "trionfalismo naïf", di autoesaltazione immotivata". Mai sentito dire che "la signora fisica" si sia rifugiata da qualche parte. I fisici? Quali? Non è escluso che qualche fisico percorra le strade della autoesaltazione e del "trionfalismo naïf". Non si può mai escludere nulla nella vita. Certamente l'uomo, soprattutto il grand'uomo, a volte, ha la tendenza a prendersi troppo sul serio, senza un briciolo di ironia. Soprattutto gli epistemologi ed alcuni tra i cosiddetti grandi scienziati, i quali ad un certo punto si assumono l'ingrato compito di diventare "profeti". A proposito di fisici, mi torna alla mente un discorso molto saggio pronunciato dal professor Giampiero Puppi, dell'Università di Bologna, a chiusura di un congresso a Oxford nel 1965. Diceva, con sottile ironia, pressappoco così: "I fisici, tra i 25 e i 35 anni, lavorano moltissimo e capiscono pochissimo; tra i 35 ed i 45 lavorano un po' meno e capiscono un po' di più; tra i 45 e i 55 non fanno quasi nulla e capiscono quasi tutto. Oltre i 55 anni ne sopravvivono soltanto pochissimi e questi pochi diventano profeti". Sostenere che la fisica è finita è legittimo, come è legittimo credere in una religione o in un'ideologia, qualunque essa sia; ma mi pare che sostenere che la fisica è finita coincide con il fare una profezia, la quale, per pura ironia della sorte, sembra essere il frutto di una sindrome maligna: la "sindrome del profeta". Non è la prima volta che tale sindrome si manifesta, anzi è una malattia che data dai tempi antichi. A dire il vero, la prima metà del XX secolo non ha lasciato spazio per profezie simili.
Sarà che le due guerre mondiali, soprattutto la seconda, avevano interrotto il filo dei discorsi scientifici, sarà che la scoperta della energia nucleare aveva concentrato le menti più brillanti - di qui e di là dell'Atlantico - sui problemi delle tecnologie belliche: sta di fatto che l'evoluzione della fisica nel Novecento è stata così "tempestosa" che neppure il più profeta dei profeti, a metà del secolo XX, si sarebbe sognato di vedere la fine del sentiero e di fare una profezia catastrofica. Non vi è pertanto stata una "crisi di mezzo secolo" negli anni Cinquanta. Nel Cinquanta la fisica non era ancora finita! Mi pare che la storia insegni come ogni affermazione che la fisica è finita sia di buon auspicio. Dopo ogni profezia "terminale" la fisica ha fatto scoperte fondamentali.
Quello che stupisce è l'affermazione che la fisica non abbia fatto scoperte veramente importanti durante gli ultimi cinquant'anni. Scriverlo mi appare sinceramente a dir poco azzardato e temerario. Il progresso scientifico della fisica durante l'ultimo mezzo secolo è stato di gran lunga superiore a quello raggiunto durante tutto il millennio precedente. Sì, nel millennio. Affermare il contrario significa mettersi contro la storia. Il fatto è che, volenti o nolenti, la fisica è una scienza squisitamente sperimentale.
L'impianto teorico è un formidabile strumento di guida e di orientamento, ma la fisica rimane una scienza sperimentale. Il progresso deriva da un continuo tira-molla tra teoria ed esperimento:.. "Provando e riprovando", come diceva Galileo. Ma alla fine del XX secolo, ci dice l'epistemologo Leblond, i fisici fondamentalisti (ma chi saranno poi?) affermano che non vi sia più nulla da scoprire. Invece, la fisica contribuisce, ne ha del suo ed è ben lontana, alla faccia dei profeti, dall'avere finito di scoprire. Ora non è facile scoprire un fenomeno mai osservato. Non è facile scovare l'esperimento in grado di falsificare una teoria. Illuminante è la storia della non conservazione della parità nelle interazioni deboli, proprio all'inizio degli ultimi cinquant'anni durante i quali non si sarebbero fatte scoperte veramente importanti: tra una Conferenza tenuta all'Università di Rochester nello Stato di New York nella quale C.N. Yang (che ancora non aveva vinto il Premio Nobel) sosteneva che la parità doveva essere conservata per millanta rigorose ragioni teoriche (si legga lo splendido libro "Sta certamente scherzando signor Feynman"), tra il lavoro T.D. Lee e C.N. Yang, nel quale formulano la ipotesi di non conservazione della parità e l'esperimento alla Columbia University da parte di madame Wu che ne forniva la prova sperimentale passava poco più che un anno. Gli esperimenti si concludevano a volte in poche settimane, a volte in pochi mesi. Dopo mezzo secolo, ci sono due fatti nuovi importanti: da un lato i fisici teorici sono diventati sempre più bravi e dall'altro gli esperimenti sono diventati sempre più difficili. Oggi esiste un impianto teorico dominante denominato "Modello Standard" che è molto difficile da falsificare. Oggi occorrono centinaia di ricercatori per condurre un esperimento fondamentale. Oggi molti esperimenti si possono condurre soltanto con il concorso di molte centinaia di ricercatori altamente qualificati. Basta pensare a quali sforzi sono necessari per inviare una sonda nello spazio per investigare fenomeni astrofisici. Ma gli astri, le stelle e l'Universo che ci circonda esercitano un fascino indubbiamente irresistibile sulla società civile. Basta pensare alla complessità insita nella costruzione di un grande acceleratore. Ma queste difficoltà obbiettive non implicano affatto che la fisica sia finita.
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