Berdjaev: Il Medioevo sovieticoTRADOTTA FINALMENTE IN ITALIA L'OPERA DEL FILOSOFO RUSSO La rivoluzione vista
da un cristiano eretico, anti-illuminista
e socialista pentito |
| Chiamo nuovo Medioevo il cambiamento di un'epoca, il' passaggio dal razionalismo dei tempi moderni a un irrazionalismo, o a un super-razionalismo, di tipo medievale. Gli illuminismi dei tempi moderni chiamino pure tutto ciò oscurantismo. Non mi disturba". Queste parole le scrisse, nel 1923 nella Berlino devastata dalla sconfitta, un russo espulso l'anno prima dalla dittatura sovietica. Ma potrebbe scriverle, oggi, dovunque in occidente, chiunque, purché riuscisse a cogliere il senso della trasformazione di una civiltà, meno sanguinosa e traumatica rispetto ad allora, ma altrettanto profonda e definitiva, nel tramonto di un sistema di valori che preannuncia una notte chissà quanto lunga e quanto lontana dal giorno.
Nikolai Berdjaev è il più conosciuto, in occidente, di quell'eccezionale generazione di filosofi, Vladimir Soloviev, Lev Sestov, Pavel Fiorenskij, che la grande Madre Russia, pregna del seme di Dostoevskij, partorì alla fine dell'Ottocento con un fragore di luce, prima di sprofondare nel silenzio della rivoluzione. E propria dalla rivoluzione nasce questo Nuovo Medioevo per la prima volta ora tradotto in Italia (Fazi, pagg. 192, lire 30mila). Una rivoluzione che, prima e meglio di ogni altro, Berdjaev, cristiano eretico, anti-illuminista, socialista pentito, scopre già profetizzata nei Demoni dostoevskiani, gli avi di quei nichilisti che, dalla Germania alla Russia all'America, domineranno il Novecento.
E che, a differenza di tanti altri, in Russia, come in Germania per il nazismo, in Italia per il fascismo, anti-crocianamente, non considera una parentesi della storia: "Ma coloro che nel bolscevismo vedono solo la violenza esteriore, esercitata da una banda di briganti sul popolo russo, ne hanno una conoscenza superficiale e falsa. Non è cosa che si capisce il destino storico di un popolo. Questo è il punto di vista dei piccoli uomini", ed è una lezione di filosofia della storia e di grande politica che molte ipocrite anime belle, ancora nel 2000, dovrebbero imparare quando si azzardano a fare i conti con un passato che non capirebbero neanche se si sforzassero di capire.
Il nuovo Medioevo è quello che si troverà a vivere la Russia dopo la rivoluzione e l'Europa dopo la guerra e che, a distanza di quasi ottant'anni, non sembra ancora finito. Un Medioevo dove sono sprofondati le cattedrali di carta della scienza illuminista e i mondi impossibili dei politici utopisti, dove la Ragione non comprende più se stessa, tantomeno la realtà, perché "presto, di fronte a tutti, si porrà la domanda se il "progresso" sia stato davvero "progressivo" e non invece un'oscura "reazione", reazione contro il senso del mondo, contro gli autentici fondamenti dell'esistenza". Un medioevo dove, però, ribollono energie e fiamme vitali e da cui, con buona pace degli odierni illuministi, non si può tornare al passato: "Il vecchio mondo che si disfà, e al quale non si può tornare, è proprio quello della storia moderna, con il suo illuminismo razionalista, il suo individualismo e il suo umanesimo, il suo liberalismo e le sue teorie democratiche".
E' chiaro che, cristianamente, quella di Berdjaev è una visione teologica della storia, per cui anche nelle tenebre più fitte deve esserci un frammento di luce, anche nella disperazione della rivoluzione si nasconde la speranza; eppure, hegelianamente, è anche la più realista, la meno ipocrita. Se Berdjaev racconta l'orrore che si è lasciato alle spalle lo fa non per una battaglia politica, ma perchè ha capito che con la realtà bisogna farci i conti, che non serve a niente nasconderla, che è storicamente un crimine deformarla.
Sarà anche politicamente scorretto, ma bisogna dire che questo russo cristiano non è un liberale e non può piacere ai troppi liberali di oggi. Nella storia lui non vede una ragione ma un senso irrazionale che gli uomini, e tanto più gli scienziati e gli intellettuali, troppo spesso non capiscono o manipolano per i loro interessi. La "sua" rivoluzione russa, l'analisi che ne fa e che, come poche altre, smaschera la crisi che si nasconde già nel trionfo del comunismo, non piacerà a chi continua a voler credere che, 83 anni fa, all'improvviso, chissà perché, su Mosca scese l'ombra del Male, mentre il resto del mondo restava protetto dalla corazza della Ragione e del Progresso.
Meno ponderoso e più sconosciuto del Tramonto dell'Occidente di Spengler, questo Nuovo Medioevo, spesso più profetico, continua a scontare il peccato culturale di essere stato scritto da un filosofo troppo cristiano e troppo poco nichilista per essere di moda. Ma rimane, ancora oggi, uno dei libri indispensabili per capire perché, nel Novecento, la storia ha preso certe strade e perché comunque le si giudichi, non poteva non prenderle. |