Singer: «La sinistra ritorni a Darwin. Per agganciare il futuro»Dovrebbe anche riconoscere la tendenza alle gerarchie Uuno dei maggiori filosofi contemporanei critica la cultura che
non ha tenuto conto del naturalismo e rilegge il marxismo valorizzando
l’apporto delle teorie evoluzionistiche |
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| «Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione» di Peter Singer,
Edizioni di Comunità, pp. 72, L. 16.000 | Da quando le ricette per fondare società socialiste decenti o per dirigere in
modo nuovo quelle capitaliste hanno perso attrattiva, ha ripreso fiato la ricerca degli
errori della sinistra, in particolare del marxismo, che sulla sinistra ha esercitato
un’egemonia indubitabile. Sul tema interviene Peter Singer, una delle figure più
significative della filosofia contemporanea, che con spregiudicatezza, senza
bigottismi «politicamente corretti», affronta il problema da una prospettiva
inconsueta, mostrando come la cultura di sinistra si sia messa su una strada
sbagliata, quando ha frainteso e rifiutato il darwinismo. Marx riconosceva i meriti di
Darwin, anche se mal sopportava «il suo rozzo metodo analitico, tipicamente
inglese»; ma, forte del metodo speculativo di Hegel, riteneva di avere scoperto come
funziona lo sviluppo umano. Per Marx le leggi dell’evoluzione biologica sono simili
alle leggi alle quali, secondo lui, obbediva la società inglese, e andavano superate.
Questa presunzione, che la cultura possa superare e abolire la natura sarebbe
rimasta un punto fermo della sinistra, fondamento dei suoi progetti utopistici e
autoritari. E, messosi su questa strada, il marxismo avrebbe dato un’interpretazione
lamarckiana dell’evoluzione, causa non ultima dei fallimenti della biologia e
dell’agricoltura sovietiche.
Ma non soltanto la sinistra marxista ha mostrato ostilità per ogni forma di
naturalismo. Il rifiuto dell’esistenza di strutture naturali fisse nella specie umana è
stato condiviso da gran parte dell’antropologia culturale e ha generato falsi celebri,
come l’interpretazione della sessualità primitiva da parte di Margaret Mead, a lungo
difesa dalla comunità degli antropologi. Molti altri esempi si potrebbero citare, ma il
rapido quadro ricostruito da Singer permette di capire lo sfondo antinaturalistico sul
quale si colloca la cultura di sinistra e perché, dopo la crisi del marxismo, essa abbia
guardato con simpatia soprattutto alle filosofie religiose e devote, che esorcizzano la
natura.
La cultura di sinistra dovrebbe imparare a riconoscere che cose come la vocazione
dei sessi a funzioni sociali diverse o la tendenza a formare gerarchie, per citare alcuni
dei temi toccati da Singer, sono tratti naturali, resistenti e uniformi, che modellano il
comportamento umano. Nessun progetto di riforma dovrebbe pensare di abolirli, per
creare un «uomo nuovo», liberato dalla natura. Ciò non vuol dire che quei tratti si
debbano realizzare sempre nello stesso modo. La comunione di donne e bambini non
ha prospettive e i progetti di società senza gerarchie hanno generato soltanto regimi
autoritari. Ma le famiglie e le gerarchie si possono disegnare in modi diversi, e in
questo spazio dovrebbe collocarsi la sinistra.
Perché Singer ritiene che alla sinistra resti qualcosa da fare, una volta abbandonata
l’utopia antinaturalistica. Il perseguimento dell’uguaglianza non sarà più l’obiettivo
principale, anche se rimane un mezzo per far diminuire le sofferenze degli esseri
viventi. Ma dall’evoluzionismo, che a partire dagli anni Sessanta ha incluso la
tendenza alla cooperazione tra i tratti naturali di molte specie, tra le quali l’umana,
correggendo le formulazioni che potevano farne una giustificazione della
competizione senza limiti, potrebbe derivare l’idea che anche in società collaborative
e solidali c’è modo di soddisfare il proprio interesse e di riportare la vittoria nella
lotta per occupare i posti migliori della gerarchia: basterebbe promuovere una
cultura in cui non dominino le prestazioni acquisitive e nella quale la cooperazione
possa diventare un titolo di affermazione sociale. Questa sarebbe la via per
combattere la povertà e le disuguaglianze, che sono la massima causa delle
sofferenze e costituiscono uno dei problemi centrali delle società moderne.
Messosi su questa strada, qualche volta Singer sembra indulgere alla polemica
contro la globalizzazione, che consente ai capitali di trovare impieghi vantaggiosi nei
paesi poveri e alla nostalgia del localismo, perché soltanto in comunità più piccole
c’è spazio per il riconoscimento della solidarietà come titolo di prestigio sociale.
Sarebbe troppo pretendere dal libretto di Singer la ricetta completa per risolvere la
crisi della sinistra, ma prestare attenzione ai temi che egli propone è essenziale. Con
il darwinismo la sinistra è in grave ritardo, e già si profila una nuova «sfida
naturalistica», che gli sviluppi della genetica stanno prospettando. Elaborare una
cultura che tenga conto della natura e ne progetti le manipolazioni possibili, anziché
predicare mondi umani nei quali le cose buone sono prodotte da leggi apposite, è un
compito cui la sinistra, abituata a ideologie che garantiscono l’identità di sapere e
propaganda, non sembra preparata . |