| La fattoria degli animali transgenici | Ci mancava la gallina transgenica. Si chiama Britney, e sarà la capostipite dei volatili farmaceutici che di
qui a qualche anno coveranno uova contenenti una proteina anti-tumorale. Il pennuto, creato da Helen Sang dell'Istituto Roslin di Edimburgo (lo stesso che ha clonato la pecora Dolly), ha causato clamore e
applausi su molti quotidiani. La Chiesa lo benedice: non avendo nulla a che fare con gli embrioni umani,
e avendo invece qualcosa a che fare contro il cancro, è "ovviamente un esperimento fatto per una buona causa". Medici e biotecnologi esultano. Con un semplicismo sconcertante, alcuni affermano che
troveranno presto "una pallottola magica contro ogni genere di tumori".
Peccato che, coccolati nel tepore dell'euforia, tutti si dimentichino di dirci il nome della sostanza
miracolosa sintetizzata dalle galline. La realtà, come spesso accade, è più prosaica. I biotecnologi non sperano di produrre farmaci nelle uova transgeniche prima del 2002. Ora annunciano semplicemente di
aver perfezionato una tecnica per modificare geneticamente la composizione dell'albume. Inoltre, le
sostanze contenute nelle future uova d'oro non saranno altro che proteine umane. Quelle che ognuno di
noi, ogni giorno, produce nel proprio corpo.
Nessuna nuova terapia, dunque, nessuna novità sul fronte della medicina. Soltanto un progresso
tecnico: hanno costruito, e brevettato, una macchina (una gallina, sì, ma la loro definizione è
"bioreattore", o "provetta a due zampe") per produrre in maniera industriale proteine che, si spera,
torneranno utili per combattere alcuni tipi di tumore. Altro che pallottola magica. Siamo di fronte a uno
spot pubblicitario internazionale, gratuito, a favore del Roslin Institute e del suo partner, la compagnia
biotecnologica Viragen.
Una decina di giorni prima un'altra notizia biotcnologica echeggiava sulla stampa. Greenpeace
denunciava il fatto che, quasi due anni fa, l'Ufficio brevetti europeo avesse concesso alla compagnia
Amrad una patent per la creazione di tessuti chimerici. Vale a dire ammassi di cellule provenienti da
organismi diversi: bovini, ovini, suini e umani. La notizia, stavolta, si era colorita di sfumature
preoccupate o indignate. Curiosa transgenesi del pensare politico: tutti concentrati su cloni, topi
fluorescenti e mostruosità varie (vere o presunte), perdiamo di vista il fatto che, a guardar bene,
occorrerebbe muoversi anche in direzione opposta. Non sono tanto gli aspetti negativi del biotech che
dovrebbero farci gridare di fronte all'Ufficio brevetti. Sono quelli positivi.
Se un'applicazione tecnologica ha fra le sue implicazioni evidenti quella di causare sofferenze o
ingiustizie, danni all'ambiente o alle persone, non ha senso lottare perché ne sia impedito il brevetto
(anche se la Direttiva europea proibisce la brevettazione di invenzioni il cui sfruttamento sia "contrario
all'ordine pubblico o al buon costume" o la manipolazione su animali che causi "sofferenze senza utilità
medica sostanziale"). Occorre invece mobilitarsi affinché, brevettabile o no che sia l'invenzione, ne
vengano regolamentate (oppure vietate) la realizzazione e l'utilizzazione. Nessuno proibisce di brevettare
la tecnologia nucleare o quella per l'industria petrolchimica. Se invece una determinata applicazione
tecnologica appare positiva, o di grande impatto per la vita di tutti, allora sì, a sinistra ha senso lottare
per impedirne il brevetto: per garantirne l'uso collettivo e impedire il controllo di una risorsa importante
da parte delle multinazionali. Non sono soltanto i cocktail di cellule umane e di maiale che non devono
essere brevettabili, ma i vaccini, i farmaci, i semi, le cellule, i geni.
Il clamore sulle chimere e le clonazioni dirotta il dibattito. Tende ad arruolare forzosamente i contendenti
in due armate di Brancaleone che si guardano l'un l'altra attraverso uno specchio deformante che fa
apparire gli uni come scientisti sciocchi, riduzionisti estremi o ricercatori perversi al soldo delle
multinazionali, gli altri come irrazionali oscurantisti, ignoranti fifoni, nemici del progresso. I primi
tenderanno a glissare sul problema della biopirateria e sull'impatto sociale dell'agrobusiness
biotecnologico nei paesi del sud del mondo, enfatizzando invece le promesse (a volte ingenue, a volte in
malafede) di efficienza tecnica (maggiore produttività, cibi nutrizionalmente arricchiti). I secondi saranno
portati a gridar forte sui rischi per la salute, o sulle presunte caratteristiche mostruose della nuova
tecnologia, ma resteranno intimiditi di fronte alle applicazioni che ai più appaiono benefiche, come quelle
in campo medico, sulle quali le multinazionali muovono pedine importanti della partita per il dominio sulle
risorse economiche del prossimo secolo.
Effetto collaterale non trascurabile di queste dinamiche è quello di una capacità di analisi e di azione
politica diminuita: anziché prepararsi a una lotta durissima sulle nuove frontiere di accumulazione del
potere e dei capitali, che hanno un nodo centrale proprio nelle leggi sugli Intellectual Property Rights - i
diritti di proprietà intellettuale -, si rischia di appiattirsi su slogan di facile effetto che vivono di
evocazioni un tempo più tipiche dell'estrema destra o delle sette religiose: richiamo alla tradizione (e
all'autorità di antiche saggezze), sacralità della natura (e di qui equazioni sbilenche del tipo "naturale
uguale sano, artificiale uguale dannoso"), mostruosità intrinseca della tecnologia, ostilità nei confronti
del sapere e del fare scientifico.
Oggi, per fortuna, pochi credono ancora nella favola di una scienza neutrale. La scienza, come tutte le
istituzioni sociali, vive in un sistema e tende a produrre ciò che tale sistema richiede. Da noi in genere la
ricerca e la produzione di conoscenze sono poste al servizio della perpetuazione di meccanismi di
dominazione economica. Ma le lotte si fanno per cambiare i sistemi, non per scansare con un cucchiaino
gli arnesi sgradevoli che essi possono porci davanti.
Il punto non è se la biotecnologia sia o no innaturale, o immorale. Il punto è se le sue applicazioni,
dominate dalla logica del profitto a breve termine, possano essere ecologicamente sostenibili, se causino
sofferenze evitabili, se vadano nella direzione di aumentare ulteriormente la concentrazione di ricchezza
nelle mani dei soliti, di accrescere l'ingiustizia sociale, di impedire l'accesso di tutti alle risorse e ai diritti
inalienabili.
In questo senso la lotta non può essere contro la genetica o contro le sue applicazioni in quanto tali
(come non si lotta contro l'elettronica o contro la televisione), ma contro la colonizzazione e il controllo
violento, cui stiamo assistendo, da parte di un pugno di ricchi, delle risorse intellettuali, culturali e
scientifiche, oltre che economiche e genetiche, del pianeta. Non è il biotech che fa male intrinsecamente,
ad esempio, il suo uso in campo aperto su monocolture estese milioni di ettari. L'agricoltura intensiva
industriale, transgenica o no che sia, dominata dalle multinazionali e dai brevetti (che non coprono solo
gli Ogm, ma anche le varietà agricole tradizionali), strangola i paesi del sud, devasta l'ambiente, uccide le
persone (e, per contro, non è l'unica via per nutrire la popolazione crescente del pianeta).
L'Unesco nel 1997 ha dichiarato il genoma umano patrimonio dell'umanità. Ma oggi l'Ufficio brevetti
statunitense tiene in cassetto un milione di domande di proprietà intellettuale su frammenti di Dna di
Homo sapiens: ci sono una decina di brevetti in competizione per ogni nostro gene.
Nel 1996 in Svizzera ci fu un referendum popolare per decidere il destino del biotech. Lo slogan scelto dal
fronte anti-biotecnologico era: "Vogliono rifare la Creazione. Noi preferiamo l'originale". La proposta
referendaria chiedeva in pratica di cancellare la ricerca biotecnologica, oltre che le sue applicazioni
commerciali. Il referendum fu perso. In Italia forse, lasciando momentaneamente da parte temi
affascinanti quali la creazione, i cloni di Hitler oppure le galline dalle uova magiche, e ragionando invece
in maniera politica, possiamo fare di meglio. |