RASSEGNA STAMPA

10 DICEMBRE 2000
FERNANDO SAVATER
«Frate Francesco, stai alla larga»
Gli animali vanno trattati bene, ma non hanno «diritti»
L'accattivante dibattito se gli animali siano o meno titolari di diritti e se essi rientrino nell'ambito dei nostri obblighi morali suscita talvolta un malinteso essenziale: quello di credere che coloro che rispondono di no a entrambe le domande siamo indifferenti al tipo di trattamento che gli umani riservano agli altri esseri viventi. Non è così, o almeno non è sempre così. Da persona razionale giudico pietoso e civile riflettere sul nostro rapporto con gli altri animali e credo che dobbiamo ringraziare coloro che da oltre trent'anni richiamano la nostra attenzione sul problema (Brigid Brophy, Peter Singer, Tom Regan, Richard Ryder e in Spagna Jesús Mosterin) pur non condividendo il loro approccio «morale» alla questione. Perché occorre proteggere dagli abusi non soltanto le altre creature del Signore, ma anche quei diritti che giustamente chiamiamo umani e l'etica. Cominciamo da quest'ultima. Le norme morali non si limitano a consigliare determinati comportamenti (lavarsi i denti dopo aver mangiato, non calpestare le aiuole ecc.). Stabiliscono (o assumono) fra gli esseri umani un vincolo incondizionato che consente loro di riconoscersi come essere dotati del linguaggio e della ragione, consapevoli della propria mortalità, capaci di tracciare progetti di vita diversi nonché di discernere fra l'apologia del proprio gusto e la legittimazione universale di un certo comportamento. In altre parole, l'etica ha senso soltanto in quanto constatazione pratica della comunità morale umana, basata sullo scambio di argomenti e la generica reciprocità complementare fra diritti e doveri. A questo riguardo, accusare l'etica di antropocentrismo è come ripudiare le corse di cavalli per il fatto di essere troppo ippiche... È un punto di vista riduzionista? Così la pensa Jorge Riechmann, il quale argomenta contro tale reciprocità innalzando i nostri ipotetici obblighi morali (ecologici ecc.) nei confronti delle generazioni future, le quali ovviamente non sono in grado di far valere i loro diritti.
Ma questa è fanta-etica: la nostra responsabilità morale si focalizza sugli uomini e le donne del presente, i quali hanno figli e nipoti e per i cui progetti di vita è fondamentale riuscire a perpetuarsi nell'amore della prole o nel progresso dell'umanità. Mi sembra che si faccia confusione fra gli interessi (propri di qualsiasi animale superiore) e i diritti (che sono la protezione simbolica di alcuni interessi nei confronti di altri da parte della comunità morale). Possono vantare diritti - inseparabili dagli obblighi - solo gli individui in grado di controllare e in parte sospendere per ragioni simboliche l'urgenza istintiva delle loro inclinazioni biologiche. Nel caso degli animali irrazionali prevale necessariamente l'interesse più forte, persino quando compromette la stessa sopravvivenza individuale, come spiega lo scorpione alla rana quando la morde mentre attraversano il fiume condannando entrambi: «Spiacente, è il mio carattere». Se la rana avesse letto Singer o Mosterín penserebbe: «Non ha diritto!». Questo non significa naturalmente che qualsiasi comportamento verso gli animali sia ugualmente accettabile. San Tommaso condannava la crudeltà nei loro confronti considerandola il preludio alla perversità contro gli esseri umani. Il fatto è che oltre l'etica (e anche prima, poiché si tratta di un atteggiamento intellettuale preliminare e di portata maggiore) c'è la pietà, che riconosce la nostra fragilità e la dolorosa dipendenza dal caso che ci accomuna a tutti gli altri esseri. Alla stessa stregua del rispetto timoroso di fronte alla comparsa e alla scomparsa della vita.
La pietà è qualcosa come essere compagni nell'esistenza, distinto ma probabilmente inseparabile dall'essere compagni nell'umanità che l'etica tenta di rendere esplicito. In maniera tale che ci sembra ragionevole preoccuparci dei nostri rapporti con gli altri esseri della natura, ridefinendoli forse in base allo status che essi hanno per noi: i grandi primati (le cui caratteristiche antropomorfe non smentiscono bensì confermano l'antropocentrismo della comunità morale) non sono equiparabili agli animali domestici (da compagnia, da lavoro, da gioco o da mangiare) né alle altre bestie feroci o ai protozoi. È civile massimizzare i nostri riguardi circostanziali nei loro confronti, ma ciò non equivale a riconoscere loro dei diritti né ad assimilarli moralmente agli esseri umani. Il lato spiritualmente buono delle rivendicazioni di coloro che difendono i diritti degli animali (e dell'ambientalismo profondo in genere) è il risveglio del nuovo sentimento di pietà laica che attualmente è minacciato dalla prepotenza della tecnica e dal mercantilismo sfruttatore del nostro atteggiamento verso il mondo. Nella pratica il suo lato negativo è il potenziamento del predominio abusivo e castrante dell'umanitarismo sull'umanesimo, che è una caratteristica sociale e politica della nostra epoca. Ciò può risultare nefasto non soltanto per la comunità morale umana ma anche per gli stessi animali, che vengono antropomorfizzati eticamente con la forza.
Stufo della confidenza che si prendeva con lui il Santo di Assisi, il lupo di Gubbio così lo ammoniva: «Frate Francesco, non ti avvicinare troppo...».
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Bioetica