RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 2000
SEBASTIANO MAFFETTONE
Cattolici e laici, oltre le Crociate
Tutti i giusti della terra - ha dichiarato Giovanni Paolo II - "sono chiamati a edificare il Regno di Dio, collaborando con il Signore, che ne è l'artefice primo e decisivo". Lo ha detto il Papa, non un teologo dissidente. E i giusti possono credere in religioni e filosofie diverse da quella cattolica, o essere addirittura atei. In questo modo, la Chiesa sembra riprendere il discorso aperturista del Concilio Vaticano II.
Al tempo stesso, a Milano, il cardinal Martini chiarisce che la concezione cattolica della famiglia corrisponde a quella legale e istituzionale dei Paesi europei, partendo dall'affinità strutturale tra diritto romano e diritto canonico. Nel farlo, ribadisce anche le vecchie concezioni sessuofobiche e omofobiche della Chiesa, per cui la sessualità non diretta a procreare è immorale e i gay sono fondamentalmente perversi. Ma l'idea di una necessaria azione reciproca tra morale religiosa e diritto pubblico europeo resta l'elemento centrale.
Enfasi contrapposte, differenti pareri, se non contrasti interni, o meglio tortuose forme di cerchiobottismo dissenziente che sono tipiche di una grande organizzazione impostata sul centralismo democratico, come lo è la Chiesa cattolica. Se la questione - come in parte è - fosse solo questa, tutto sommato varrebbe la pena di lasciarla agli occhi più attenti di teologici e vaticanisti.
Ma la cosa, per quel che posso capire, non è così semplice. E per questo ci riguarda tutti.
"Extra Ecxlesiam nulla salus", si poteva dire una volta. E adesso non più. Innovatori o tradizionalisti che siano, i gerarchi della Chiesa devono ammettere che la moralità della conversione ha fatto il suo tempo, e non è più proponibile. Se accordo pubblico sui grandi temi, a partire da quelli bioetici, ha da esserci, esso non può basarsi sul fatto che una parte, invocando la legge di natura o il supporto del Signore, converte l'altra. Non è, in sostanza, più tempo di crociate, neppure quando siano blandamente discorsive o giornalisticamente polemiche.
Vittoria, dunque, della mentalità secolare del pluralismo? Fino a un certo punto, direi. Perché bisogna ammettere che anche il grande sogno illuminista e liberale, basato su una ragione capace di metterci tutti, e serenamente, d'accordo, vacilla. Questo sogno era basato sul fatto che la scienza e il benessere avrebbero prima o poi spazzato via i residui di una religione che, col tempo, sarebbe stata concepita come mera superstizione. Semplicemente, non è andata così. La storia non è finita, e il progresso, o quanto si presumeva fosse progresso, non ha eliminato la fede. Anche la moralità della convergenza razionale appare oggi maledettamente invecchiata.
Non ci resta così che prendere atto, laicamente, di questi opposti fallimenti. La nuova base morale di accordi pratici e convergenza intellettuali deve derivare da un complesso accordo di ragioni, fedi e passioni originariamente differenti. E passare, per quel che si può capire, da un riconoscimento delle tradizioni mediato da un appello a quel minimo di ragione pubblica che abbiamo da condividere quando sono sul tappeto problemi istituzionali.
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