Ricordo di TimpanaroLeopardiano eclettico e acuto Un anti-italiano materialista e ateo, apprezzato soprattutto all'estero |
| "Personalmente mi sento debitore dei metodi di lettura e di critica testuale di Timpanaro. I suoi studi di frammenti poetici latini arcaicí, il suo lungo dialogo con le note filologiche di Leopardi, le sue interpretazioni di testi chiave nella storia dell'Illuminismo e del materialismo marxista hanno fatto di Timpanaro uno dei più eminenti maestri moderni della comprensione". Chi scrive queste parole è George Steiner; riconosciuto maestro e guida sicura nella babele dell'arte e della critica contemporanee.
Sebastiano Timpanaro è morto. E' morto nell'anonimato così com'è vissuto, schivo da ogni clamore e notorietà, a volte stupito senza retorica che le sue opere avessero fortuna e lettori accaniti (come nel caso de Il lapsus freudiano, 1974). Timpanaro è stato uno dei più acuti e profondi intellettuali del nostro dopoguerra, che ha spaziato con straordinaria competenza e metodo sicuro dalla filologia alla filosofia (le sue pagine sul materialismo e il marxismo - Sul materialismo, 1970 - restano, di quegli anni affannati, spesso eccessivi o tristemente scolastici, tra le lezioni più durature), alla psicoanalisi, alla critica testuale, a una disincantata e severa interpretazione della storia letteraria e culturale italiana.
Eppure i suoi più calorosi estimatori, a parte gli amici a lui vicini (si legga, per esempio, il bel ritratto che Emanuele Narducci tracciò di lui su "Belfagor", 1985), sono stati stranieri e soprattutto anglosassoni. Steiner fu talmente affascinato da questa figura eccentrica di intellettuale non allineato, non accademico, non appartenente - eppur sempre presente, percettivo e sottilmente critico di tutto quello che la cultura proponeva che ne fece, senza conoscerlo da vicino, il protagonista di un breve romanzo apologo sull'impegno dell'intellettuale (Il correttore, 1992).Adolf Grünbaum lo considerava un mentore per i suoi lavori sulla psicoanalisi, e da Pittsburgh mi chiedeva di tradurgli passi di quei singolari quanto penetranti saggi de La "fobia romana" e altri scritti su Freud e Meringer (1992) che ben altra considerazione avrebbero meritato anche da noi. David Archard gli dedicava un capitolo di un suo libro (quello finale), accanto a Freud, Sartre, Lacan, parlando dei contributi più importanti a una definizione filosofica di "inconscio".
Credo che il modo di lavorare di Timpanaro, di un oggettivismo e di un rigore filologico a volte pignolo, metodologicamente storicistico (ma nemico di ogni provvidenzialismo e giustificazionismo storico), puntigliosamente argomentativo, limpido ed elegante nella prosa, dove a volte ostentava una quasi provocatoria predilezione per i significati letterali e per il "senso comune" (e dove la sua vasta cultura appariva solo a tratti, come folgore essenziale a far luce, senza mai affettazioni e ridondanze), illuminista e crudamente "verificazionista" quando avvertiva la pericolosità dei gerghi e delle derive semantiche, in tutto questo, e anche nel suo naturalismo e nel suo profondo rispetto per la scienza, era invero più vicino a tradizioni diverse dalla nostra.
Di noi italiani sottolineava un'endemica, incoercibile, anima "manzoniana", molliccia e compromissoria, incompatibile con lo spirito del suo eroe "inorganico" Leopardi (Antileopardiani e neomoderati nella Sinistra italiana, 1982).Lui era "marxista-engelsiano-leopardiano", come gli piaceva definirsi, uno stravagante che leggeva d'Holbach invece di Hegel, curioso e impertinente nel porre imbarazzanti questioni a Freud, razionalista e ateo irredente. Forse bisognerà lasciar decantare molte illusioni, prima che i tempi riconoscano il significato e il valore etico del suo pensiero "inattuale". |