Per Hillman la vecchiaia è un monumento al carattere|
UNA GUIDA DELLE ANIME, UN MANUALE PER UNA "TERZA ETA' ARISTOCRATICA", CONSAPEVOLE DI SE' E DEL PROPRIO VALORE. MA L'AUTORE TRASCURA LA BIOLOGIA PER LA METAFISICA |
| Si racconta che Anna Magnani, al truccatore che la stava preparando per una scena, raccomandasse: "Non mi togliere neppure una ruga. Le ho pagate tutte care". Le rughe costano: non sono insulti che guastano la insipida levigatezza del volto giovanile, ma segni che il bulino del tempo traccia sul volto di noi vecchi, portando così a compimento la nostra immagine. Dalle rughe traspaiono le stratificazioni del carattere e il suo pieno realizzarsi, quasi un frutto che giunga a maturazione e acquisti la sua forma definitiva. In quella forma è il senso di una vita, la sua speciale bellezza, che coincide con la sua unicità. Unicità che non significa integrazione armonica di tratti ma complessità pluralistica e contraddittoria. Ciò che è vecchio (non solo le persone) mostra più carattere, perché è colmo di esperienza, trabocca di associazioni e di storie. Dunque, come il carattere guida l'invecchiamento, così l'invecchiamento svela il carattere. L'appassionata rivendicazione del valore e del significato della vecchiaia permea l'ultimo libro di James Hillman, La forza del carattere, che trova appunto nel nesso inscindibile di vecchiaia e carattere il suo punto di forza e la sua originalità. In termini mitologici, sì potrebbe dire così: una storia retta dalla potenza del Fato ("Il carattere è il destino" aveva detto Eraclito) germina dentro di noi, si dispiega poi nel tempo e culmina nella vecchiaia quando, come accade non di rado a conclusione delle grandi opere liriche, tutti i personaggi (le numerose personalità di cui siamo fatti) escono alla ribalta per il concertato finale. Le voci si intrecciano e si confondono, e ognuna ha il suo timbro particolare, il suo stile, e tutte insieme rivelano lo stile del compositore. Ciò che ci sopravviverà è appunto l'immagine di quel finale d'opera, la particolare configurazione di note discordi, che continuerà a echeggiare a lungo in quelli che ci sono stati vicini, quando ce ne saremo andati. Non più il vecchio saggio della tradizione, non necessariamente il vecchio insano, ma un carattere pienamente dispiegato, nel suo bene e nel suo male,
Ma allora, se la vecchiaia è la più preziosa testimonianza dell'impronta che il destino ha voluto imprimere alla nostra vita, cosa ci impedisce di apprezzarla appieno, cosa ce la fa temere? Hillman segnala tre cattive abitudini che occorre modificare per trarre la vecchiaia fuori dal suo involucro grigio.La prima è l'associazione vecchiaia-morte: guardare alla vecchiaia pensando alla morte significa dislocarsi rispetto al punto in cui siamo e installarsi già dentro la morte; in altri termini, fare della morte fisica un fine e non solo una fine. Il che banalizza la vecchiaia, rendendola ancella della morte. La seconda è l'automatica contrapposizione vecchiaia/giovinezza. Di nuovo una dislocazione, che confonde le idee collegando l'età avanzata all'immagine del declino, e così mescola indebitamente stili di esistenza diversi. La giovinezza ha i suoi miti e le sue divinità, che poco hanno a che vedere con quelli della vecchiaia. Ad essa, per esempio, meglio si addice l'appassionato volontarismo e l'azione, alla vecchiaia il limpido fatalismo e la riflessione, attraverso cui ci riconosciamo figli di ciò che doveva essere, figli della necessità.
Solo se interrompiamo questi collegamenti, potremo considerare la vecchiaia di per sé, come uno stato dell'esistenza, una struttura che possiede una sua natura essenziale, con i suoi miti e i suoi significati. Ma non basta: occorre anche inquadrare le caratteristiche della vecchiaia in una prospettiva simbolica. Partendo dall'assunto che "la vecchiaia rende la biologia una metafora", Hillman dedica la parte centrale del volume a leggere in chiave metaforica gli acciacchi dell'età. Così, ad esempio, il disseccamento del corpo può essere visto come passaggio dal caldo al freddo, dall'umido al secco, e dunque come esigenza di una visione distaccata, in cui l'investimento emotivo e lo straripare dei sentimenti cedano il passo all'asciutto umorismo e a quella lucida intelligenza delle cose che ci permette di attingere le verità più amare. Allo stesso modo, la perdita dell'acuità sensoriale ci allontana dal presente e intensifica il nostro occhio fantastico. Piccoli stimoli evocano grandi ricordi e, se i sensi latitano, l'immaginazione sa ancora cantare, e canta più forte.
Alla fine la vecchiaia resta associata soltanto al carattere, è il monumento che il carattere erige a se stesso. Da questa nozione di carattere resta evidentemente esclusa ogni connotazione etica. Non il "buon" carattere, né la forza di volontà. Piuttosto un destino che abbraccia bene e male. Scrive Hillman: "Il carattere mi obbliga ad andare incontro a ciascun evento nel mio stile particolare. Mi obbliga ad essere diverso. Ad attraversare la vita con un passo strano. Nessun altro cammina come cammino io, e questo è il mio coraggio, la mia dignità, la mia integrità, la mia moralità; la mia rovina".
In questo libro appassionato forse più che in qualunque altro viene in evidenza come il fondamento della psicologia di Hillman sia estetico (a tratti estetizzante) e non etico. Il carattere e la vecchiaia che lo invera si giustificano in quanto forma che persiste pur nel mutamento dei contenuti. Ogni altro criterio è considerato improprio.
Sebbene disseminato di molte e profonde notazioni psicologiche, il libro di Hillman è essenzialmente una psicologia, una guida delle anime, un manuale per la costruzione di una vecchiaia "aristocratica", consapevole di sé e del proprio valore. Questo spiega come, dopo aver difeso l'unicità, e quindi l'imprevedibilità, di ogni esito caratteriale, Hillman finisca per tracciare, sebbene in forma non sistematica, un suo profilo di vecchio, che per certi versi non si allontana di molto da quello tramandato dalla classicità. Un vecchio libero dai lacci della convenzione e dai valori dell'Io, pienamente fedele alla propria natura ma al tempo stesso custode della cultura e degli antenati, eccentrico e tollerante, poco interessato al potere, attratto dalle profondità e dalle voci che provengono dall'oscurità, riflessivo, immaginativo, aperto al richiamo dell'utopia e insieme capace di distacco e ironia.
Un altro ideale? Preferisco pensare si tratti piuttosto di una dichiarazione di stile personale. Mi sembra però evidente che Hillman, catturato dal suo argomento, abbia alquanto edulcorato gli aspetti letterali, cioè biologici, della vecchiaia e, con l'aiuto della sua capziosa eleganza argomentativa, li abbia troppo facilmente trasferiti nei cieli della metafora. Non importa, La vecchiaia sopporta questo ed altro. T. S. Eliot ha scritto: "I vecchi dovrebbero essere esploratori". |