RASSEGNA STAMPA

29 NOVEMBRE 2000
EDMONDO BERSELLI
Eutanasia, lo strappo olandese
Con una maggioranza molto ampia, la Camera dei deputati olandese ha approvato la legalizzazione dell'eutanasia. Manca ancora il via libera del Senato, che viene dato per scontato, e l'Olanda sarà il primo Paese al mondo in cui verrà riconosciuta ai medici la possibilità di accompagnare verso la morte quei pazienti che ne facciano richiesta esplicita in seguito a "sofferenze insopportabili". La severità delle condizioni e delle verifiche richieste, i consulti, le autorizzazioni non riescono a celare la drammaticità del principio che è stato sottoscritto da un organo politico: per la prima volta, la legge autorizza la somministrazione della morte non come pena ma come male minore.
Si esce dalle ambiguità precedenti (in Olanda dal 1993 non si perseguivano penalmente i medici che praticassero l'eutanasia); ma nello stesso tempo diviene evidente che un'altra breccia si è aperta nell'etica della vita. I dilemmi filosofici, morali, religiosi sono straordinariamente rilevanti; e si possono ipotizzare anche questioni politiche del tutto inedite, dal momento che in prospettiva un cittadino europeo potrebbe chiedere di usufruire della legislazione olandese per ottenere ciò che negli altri Paesi è vietato.
Convinzioni etiche e ragioni di fede possono non coincidere, perchè la preferenza per una morte dignitosa e il rispetto assoluto della vita appartengono a sfere conflittuali. Una visione stoica, che induce a chiedere un "exitus" decente anziché la modificazione di un dolore irredimibile, si scontra senza scampo con le ragioni di chi crede che la vita appartenga solo a Dio.
Possono essere le schizofrenie della secolarizzazìone. Ma nello stesso tempo occorre ricordare che la legalizzazione della morte volontaria è in connessione con la medicalizzazione delle fasi terminali. Se la medicina contemporanea riesce infatti a mantenere la vita laddove un tempo subentrava fisiologicamente la morte, il prezzo di questa conquista è spesso il dolore. Le scelte morali si giocano quindi sull'incertissimo crinale della sofferenza, ma forse un'alterazione della natura è già avvenuta, e avviene continuamente, se si sposta sempre più in là il confine della praticabilità terapeutica.
Nella nostra epoca la dimensione tecnico-scientifica ha fatto irruzione, nei processi cruciali della vita: cioè il momento in cui la vita viene creata e il momento in cui sta per interrompersi. Di fronte a fenomeni di questa entità una legge (qualsiasi legge) è uno strumento miserevolmente imperfetto. I comitati e i consulti per verificare la richiesta di suicidio assistito, insieme agli atti burocratici conseguenti, e alle metodologie "rispettose della persona" prescritte ai medici, descrivono con chiarezza la tragica relatività di un dispositivo di legge rispetto a quel codice assoluto a cui siamo abituati ad associare la vita.
Eppure, di fronte all'avanzare della ricerca, e al progredire della tecnica, o si sceglie una posizione che imponga un limite, o un bando (forse già sapendo che in nessun campo il tabù sarebbe rispettato), oppure si viene faticosamente a patti con la scienza: cioè con le sue opportunità eccezionali così come con le sue faticose approssimazioni. Sotto questa luce, l'eutanasia è un'approssimazione. Codificarla è difficile. Chissà se è ancora umano bandirla.
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