RASSEGNA STAMPA

28 NOVEMBRE 2000
DARIO ANTISERI
Se è la libertà che assicura l'ordine
Un'utile rilettura del pensatore inglese Herbert Spencer: contro il collettivismo
Il contrasto tra individualismo metodologico e collettivismo ha agitato le scienze sociali sin dal loro nascere. Sociologi, storici, economisti, e noi tutti nella vita quotidiana, usiamo di continuo concetti come "partito". "Stato", "classe", "società", "popolo", "spirito del popolo", "nazione", e così via. Ora, il problema è il seguente: che cosa corrisponde nella realtà effettiva a questi concetti collettivi? Per i collettivisti (Comte, Hegel, Marx) a questi concetti corrisponderebbero realtà sostanziali, autonome e distinte dagli individui, e in grado di formare e plasmare i singoli individui. Per gli individualisti (de Mandeville, Hume, Smith, Weber, Menger, Mises, Hayek, Popper, Boudon) ai concetti collettivi non corrisponde nulla di specifico, perché esistono soltanto gli individui: solo l'individuo agisce, solo l'individuo pensa, solo l'individuo ragiona. Come ben si comprende la questione implicata in siffatta controversia è quella della libertà e responsabilità della persona umana. Due cattolici: Fréderic Bastiat e Luigi Sturzo. Fréderic Bastiat: "Abbiamo difficoltà a capire ciò che viene designato con la parola "Stato". Crediamo che in questa costante personificazione dello Stato ci sia la più strana, la più umiliante delle mistificazioni". Luigi Sturzo: "Né la società, né le sue istituzioni e i suoi organi sono un quid tertium, un'ipostasi vivente, una realtà distinta dalla realtà degli individui associati ed operanti ad un fine comune . Chi agisce e chi patisce sono gli individui associati". E dopo due cattolici come Bastiat e Sturzo, un laico come Norberto Bobbio: "Eliminate una concezione individualistica della società. Non riuscirete a giustificare la democrazia come forma di governo". Ebbene, nella lunga storia della contrapposizione tra individualisti e collettivisti il sociologo e filosofo inglese Herbert Spencer ha avuto singolare destino, criticato prima dai collettivisti e poi, in qualche modo, dagli stessi individualisti. Se negli anni Trenta un Talcott Parsons non esistava a sentenziare che "Spencer è morto", a causa del suo individualismo "radicale", gli individualisti dei decenni successivi (come Mises, Hayek, Popper) hanno fatto poco riferimento al sociologo e filosofo inglese. Ciò può essere almeno in parte spiegato dal fatto che in questo dopoguerra è prevalsa una interpretazione sostanzialmente collettivistica dell'organicismo di Spencer, che ha finito per indebolire anche il suo indiscusso individualismo politico. Con Epistemologia dell'azione e ordine spontaneo.
Evoluzionismo e individualismo metodologico in Herbert Spencer
(Rubbettino, pagine 204, lire 22.000), Enzo Di Nuoscio persegue proprio il deliberato intento di sottrarre Spencer dal limbo delle interpretazioni collettivistiche e di restituirlo al ruolo di uno dei padri fondatori di quella corrente di pensiero che nel Novecento sarà chiamata "individualismo metodologico".
Utilizzando come reti ermeneutiche le più recenti ed accreditate teorie individualistiche (quelle di Hayek e di Boudon soprattutto), l'autore vuol dimostrare come il modello di evoluzione culturale elaborato da Spencer riposi, oltre che su una indiscutibile epistemologia fallibilista, su una solida metodologia individualistica. Teorico della razionalità limitata e dell'ordine spontaneo, Herbert Spencer interpreta l'ordine sociale come un processo inintenzionale che si compie grazie alla spontanea composizione di azioni individuali razionali dirette ad altri scopi. Di Nuoscio evidenzia come Spencer abbia sistematizzato quella che diventerà una distinzione cruciale per le scienze sociali: la contrapposizione tra ordine costruito e ordine evolutivo. L'ordine costruito è quello della "società militare" che si fonda sulla "cooperazione obbligatoria", mediante la quale uno stato autoritario e burocratico pianifica dall'alto ogni aspetto della vita sociale.
L'ordine evolutivo è invece quello della "società industriale", la quale si evolve grazie alla "cooperazione spontanea" tra individui che perseguono liberamente i propri scopi. E Spencer utilizza argomentazioni essenzialmente epistemologiche per dimostrare la superiorità dell'ordine spontaneo: esso è l'unico "principio" su cui si può fondare la società industriale, perché è il solo meccanismo in grado di comporre azioni, fini e conoscenze di un numero illimitato di individui. L'ordine spontaneo, cioè, è il principio organizzativo che consente ad ognuno di beneficiare della maggior quantità possibile di conoscenza altrui, rendendo compatibili il maggior numero possibile di piani individuali non concordati. Per queste sue caratteristiche l'ordine spontaneo ha una superiore capacità di problem solving, tanto da aver conferito un vantaggio, in termini di benessere e di conoscenza, alle comunità nelle quali si è affermato. Ma l'ordine evolutivo, agli occhi di Spencer, finisce per acquisire anche una qualificazione morale. Se si adottano come valori fondamentali la riproduzione della specie ed il benessere ed il progresso sociale, allora l'ordine spontaneo diventa ipso facto eticamente preferibile, poiché è lo strumento migliore che la tradizione ha selezionato per conseguire questi obiettivi. E con esso si giustifica moralmente anche la libertà, che è la conditio sine qua non per l'affermazione di un ordine spontaneo. Spencer adduce argomenti epistemologici, sociologici ed economici a difesa della libertà, e più in generale della democrazia: gli individui liberi saranno maggiormente in grado di risolvere i loro problemi perché potranno contare sulla conoscenza e quindi sull'aiuto degli altri, cosicché un popolo libero sarà un popolo necessariamente più evoluto. Sulla base di queste premesse, Spencer indirizza dure critiche epistemologiche al comunismo in particolare ed in generale ad ogni tentativo di pianificazione.
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vedi anche
Filosofia (e) politica