Se è la libertà che assicura
l'ordine| Un'utile rilettura del pensatore inglese Herbert Spencer:
contro il collettivismo |
| Il contrasto tra individualismo metodologico e collettivismo ha
agitato le scienze sociali sin dal loro nascere. Sociologi, storici,
economisti, e noi tutti nella vita quotidiana, usiamo di continuo
concetti come "partito". "Stato", "classe", "società", "popolo",
"spirito del popolo", "nazione", e così via. Ora, il problema è il
seguente: che cosa corrisponde nella realtà effettiva a questi
concetti collettivi? Per i collettivisti (Comte, Hegel, Marx) a
questi concetti corrisponderebbero realtà sostanziali, autonome e
distinte dagli individui, e in grado di formare e plasmare i singoli
individui. Per gli individualisti (de Mandeville, Hume, Smith,
Weber, Menger, Mises, Hayek, Popper, Boudon) ai concetti
collettivi non corrisponde nulla di specifico, perché esistono
soltanto gli individui: solo l'individuo agisce, solo l'individuo
pensa, solo l'individuo ragiona. Come ben si comprende la
questione implicata in siffatta controversia è quella della libertà e
responsabilità della persona umana. Due cattolici: Fréderic Bastiat
e Luigi Sturzo. Fréderic Bastiat: "Abbiamo difficoltà a capire ciò
che viene designato con la parola "Stato". Crediamo che in questa
costante personificazione dello Stato ci sia la più strana, la più
umiliante delle mistificazioni". Luigi Sturzo: "Né la società, né le
sue istituzioni e i suoi organi sono un quid tertium, un'ipostasi
vivente, una realtà distinta dalla realtà degli individui associati ed
operanti ad un fine comune . Chi agisce e chi patisce sono gli
individui associati". E dopo due cattolici come Bastiat e Sturzo,
un laico come Norberto Bobbio: "Eliminate una concezione
individualistica della società. Non riuscirete a giustificare la
democrazia come forma di governo".
Ebbene, nella lunga storia della contrapposizione tra individualisti
e collettivisti il sociologo e filosofo inglese Herbert Spencer ha
avuto singolare destino, criticato prima dai collettivisti e poi, in
qualche modo, dagli stessi individualisti. Se negli anni Trenta un
Talcott Parsons non esistava a sentenziare che "Spencer è morto",
a causa del suo individualismo "radicale", gli individualisti dei
decenni successivi (come Mises, Hayek, Popper) hanno fatto poco
riferimento al sociologo e filosofo inglese. Ciò può essere almeno
in parte spiegato dal fatto che in questo dopoguerra è prevalsa una
interpretazione sostanzialmente collettivistica dell'organicismo di
Spencer, che ha finito per indebolire anche il suo indiscusso
individualismo politico.
Con Epistemologia dell'azione e ordine spontaneo.
Evoluzionismo e individualismo metodologico in Herbert
Spencer (Rubbettino, pagine 204, lire 22.000), Enzo Di Nuoscio
persegue proprio il deliberato intento di sottrarre Spencer dal
limbo delle interpretazioni collettivistiche e di restituirlo al ruolo
di uno dei padri fondatori di quella corrente di pensiero che nel
Novecento sarà chiamata "individualismo metodologico".
Utilizzando come reti ermeneutiche le più recenti ed accreditate
teorie individualistiche (quelle di Hayek e di Boudon soprattutto),
l'autore vuol dimostrare come il modello di evoluzione culturale
elaborato da Spencer riposi, oltre che su una indiscutibile
epistemologia fallibilista, su una solida metodologia
individualistica.
Teorico della razionalità limitata e dell'ordine spontaneo, Herbert
Spencer interpreta l'ordine sociale come un processo
inintenzionale che si compie grazie alla spontanea composizione
di azioni individuali razionali dirette ad altri scopi. Di Nuoscio
evidenzia come Spencer abbia sistematizzato quella che diventerà
una distinzione cruciale per le scienze sociali: la contrapposizione
tra ordine costruito e ordine evolutivo. L'ordine costruito è
quello della "società militare" che si fonda sulla "cooperazione
obbligatoria", mediante la quale uno stato autoritario e
burocratico pianifica dall'alto ogni aspetto della vita sociale.
L'ordine evolutivo è invece quello della "società industriale", la
quale si evolve grazie alla "cooperazione spontanea" tra individui
che perseguono liberamente i propri scopi. E Spencer utilizza
argomentazioni essenzialmente epistemologiche per dimostrare la
superiorità dell'ordine spontaneo: esso è l'unico "principio" su
cui si può fondare la società industriale, perché è il solo
meccanismo in grado di comporre azioni, fini e conoscenze di un
numero illimitato di individui. L'ordine spontaneo, cioè, è il
principio organizzativo che consente ad ognuno di beneficiare
della maggior quantità possibile di conoscenza altrui, rendendo
compatibili il maggior numero possibile di piani individuali non
concordati. Per queste sue caratteristiche l'ordine spontaneo ha
una superiore capacità di problem solving, tanto da aver conferito
un vantaggio, in termini di benessere e di conoscenza, alle
comunità nelle quali si è affermato.
Ma l'ordine evolutivo, agli occhi di Spencer, finisce per acquisire
anche una qualificazione morale. Se si adottano come valori
fondamentali la riproduzione della specie ed il benessere ed il
progresso sociale, allora l'ordine spontaneo diventa ipso facto
eticamente preferibile, poiché è lo strumento migliore che la
tradizione ha selezionato per conseguire questi obiettivi. E con
esso si giustifica moralmente anche la libertà, che è la conditio
sine qua non per l'affermazione di un ordine spontaneo. Spencer
adduce argomenti epistemologici, sociologici ed economici a
difesa della libertà, e più in generale della democrazia: gli
individui liberi saranno maggiormente in grado di risolvere i loro
problemi perché potranno contare sulla conoscenza e quindi
sull'aiuto degli altri, cosicché un popolo libero sarà un popolo
necessariamente più evoluto.
Sulla base di queste premesse, Spencer indirizza dure critiche
epistemologiche al comunismo in particolare ed in generale ad
ogni tentativo di pianificazione. |