RASSEGNA STAMPA

26 NOVEMBRE 2000
SYLVIE COYAUD
Il diario dell'uomo che creò Dolly
La storia veritiera, e tutt'altro che trionfalistica, di uno dei più straordinari esperimenti biologici
Un libro scientifico che spesso smentisce i manuali
Ian Wilmut, Keith Campbell e Colin Tudge, "The Second Creation. The age of biological control, by the scientists who cloned Dolly", Headlines Press, Londra, Farrar, Strauss and Giroux, New York, pagg. 362, s.i.p.
La pecora Dolly ha 4 anni, 6 figli fatti all'antica e un paio di biografie, però The Creation resterà attuale e utile finché si discuterà della liceità di fare ricerca con cellule prelevate da embrioni. Il libro è scritto a volte da Wilmut e Campbell insieme, a volte un capitolo per uno, e Colin Tudge, uno scrittore di divulgazione, cuce il tutto con pezze descrittive e raccordi cronologici. Bill Richtie l'altro protagonista, non interviene ma è molto citato.
Prima è riassunta la carriera dei due ricercatori, genetica veterinaria senza lustro per Wilmut che, finiti i fondi per una ricerca, si ritrova a fare un tedioso screening di embrioni animali. Un girovagare da capellone per Campbell, tecnico di laboratorio nelle Yemen poi di nuovo in Inghilterra con borse effimere da un'università all'altra. Leggendo lavori altrui, gli viene l'idea di far tornare indietro nel tempo i geni nel nucleo di una cellula specializzata di mammifero, di renderle di nuovo capaci di sviluppa cellule per i diversi tessuti dell'organismo, quasi fossero ancora ai primissimi giorni della divisione all'interno della membrana dell'ovulo fecondato.
Poi c'è il lavoro di ingegneria genetica per ottenere pecore che nel latte producano farmaci (il pharming, una crasi di pharmaceutics e farming, allevamento) e una spiegazione dei procedimenti successivi per ottenere Dolly, con una clonazione solo genomica visto che le due cellule iniziali provengono da individui diversi. Un lavoro che riprende le pratiche e le idee dei predecessori sullo sviluppo delle cellule embrionali e dei metodi con i quali hanno tentato di verificare la teoria su vari tipi di animali Spemann e Roux, Briggs e King, e Gurdon che finalmente riesce a clonare delle rane.
Dolly è dovuta alla disperazione: non è clonare che interessa il Roslin Institute e l'azienda che in parte lo finanzia, la Ppl, è il pharming. Wilmut Campbell e gli altri devono spicciarsi. Sono a malapena tollerati, chissà se i soldi basteranno, e quindi tanto vale usare cellule di mammella adulta, invece che embrionali, costano meno e ce ne sono tante. La Ppl vuol depositare dei brevetti, i ricercatori non possono parlare di quello che stanno facendo davanti al distributore di bibite con i colleghi, questi si offendono, loro sono frustrati, e il clima si fa sempre più teso. La percentuale di fallimenti è enorme, ripetono con insistenza i due autori, smentendo "l'era del controllo biologico" nel sottotitolo del libro: più di trecento scarti per ogni embrione abbastanza vitale da essere impiantato; dai quaranta impiantati nell'utero delle pecore portatrici nasce solo Dolly. E' costata anni di fatiche e un miliardi e mezzo di lire e nel latte non produce nemmeno un farmaco vendibile. Poco prima che esca l'articolo su "Nature" quindi, la direzione della Ppl informa che non ci saranno altri fondi per riprovarci. I mass media, incantati dalla pecora pronta a sgambettare verso l'obiettivo per una manciata di crocchette, non vogliono sapere che è l'unica sopravvissuta di una serie di morti e di mostri. Dalla comunità scientifica, incredula e seccata dal battage, arrivano i sospetti quasi insultanti di Zirmer e Sgaramella, poi smentiti da due gruppi d'indagine indipendenti, su un punto che gli autori stessi segnalavano nell'articolo di "Nature".
Wilmut è vanitoso, dice, prende gusto a intervenire in pubblico, davanti alla cinepresa è affabile quanto Dolly. Campbell invece se la dà a gambe. Nella riflessione finale sugli sviluppi e sulle terapie che Dolly promette e sui loro aspetti etici, entrambi si dichiarano contrari all clonazione di esseri umani. Per i troppi cadaveri, per la troppa macelleria necessaria a una nascita, e perché deluderà le aspettative.
Colpisce che due ricercatori diventati famosi facciano un quadro negativo della ricerca biotech legata ai mercati finanziari. In una postilla, Colin Tudge allude al fatto che Campbell e Wilmut lavorano oggi in luoghi diversi ma su ricerche simili e sono rivali nella gara alla brevettazione, quindi non si parlano più. Ma colpisce ancora di più quanto poco si sa di certi meccanismi fondamentali. Quelli che si vanno scoprendo sorprenderanno parecchio i lettori. Per esempio, i veri cloni non si somigliano. Nell'inserto fotografico, oltre a Dolly in posa che ricorda Elisabetta II nei ritratti ufficiali, si vedono Tweed e Taffy, due dei quattro arieti ottenuti con Cellule fetali di uno stesso embrione creato in vitro, geneticamente identici.
Uno ha le corna che crescono in avanti ben staccate dal cranio, a manici di cesta, e l'altro, all'indietro e così strette al cranio da dargli un'aria impomatata da Rodolfo Valentino. Uno ha le zampe anteriori dritte e grassottelle e l'altro le ha storte e ossute. Su un muso c'è una macchia bianca e sull'altro no. Al Roslin dicono che sono diversi anche per carattere: Cedric e Cyril caricano i fotografi se usano il flash. Tweed e Taffy no. Non solo influisce sui geni l'"ambiente materno", diverso per ogni pecora portatrice, ma "come troppi biologi ignorano", scrive Campbell - prima che l'ovulo fecondato interagisca con l'ambiente materno, durante la divisione iniziale in 2, 4, 8 cellule, i geni sì rimescolano e sebbene dal processo i cromosomi escano interi e debitamente appaiati, non sono uguali. Perché, non si sa. Non si sa perché le cellule si diversifichino, che cosa ne smorzi almeno temporaneamente la totipotenza in pluripotenza o multipotenza - la capacità di replicarsi e insieme di modificarsi - o spenga certi geni per sempre. Non si sa come avvenga il fenomeno che ha fatto scattare la scintilla in Campbell. Nel tumore del fegato per esempio non proliferano soltanto cellule "impazzite" di fegato, si trova di tutto: cellule di unghia, capello, cartilagine. Il libro è pieno di informazioni simili che smentiscono i manuali. Se i biologi sanno così poco, è facile capire che facciano pressione sui governi per poter lavorare sulle cellule embrionali o staminali, per saggiarne la totipotenza, pluripotenza e multipotenza, non solo per sete di fama e di soldi, che qui sembrano avvelenare la vita di tutti.
Anche se la scrittura è modesta, The Second Creation è eccezionale nella saggistica divulgativa attuale, cola smaliziata: trasuda autenticità. Riferisce quello che accade in laboratorio con la stessa schiettezza di Jim Watson nella Doppia elica (Garzanti). Ma è meno trionfale. Wilmut e Campbell devono fare i conti con l'industria e la finanza e non ci sono preparati, si sono formati nell'epoca in cui avere rapporti con il business era mal visto. Hanno nostalgia del distributore di bibite davanti al quale tutti si parlavano.
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