RASSEGNA STAMPA

26 NOVEMBRE 2000
BRUNO ACCARINO
La società è chiamata a corte
A Fisciano, un convegno dedicato a Helmuth Plessner. Qui anticipiamo la relazione di Bruno Accarino
" Adottato" come auctor dalla scuola di Joachim Ritter e segnatamente da Odo Marquard, canonicamente menzionato nelle ricostruzioni del concetto di sfera pubblica, a cominciare da quella di Habermas, qua e là valorizzato dalla sociologia di indirizzo fenomenologico o da quella di ambito etno-antropologico, precocemente utilizzato da Merleau-Ponty, anche se stranamente assente in quella filosofia francese che si avvia, tra gli anni '20 e '30, a una stagione felice anche sotto il segno di Husserl, convocato in frangenti filosoficamente decisivi da un pensatore della statura di Hans Blumenberg, ritornato attualite dopo la dissoluzione della Rdt e la riunificazione delle due Germanie nel 1989, Plessner conosce solo da qualche decennio un'attenzione monografica e mirata. Non da ultimo, oggi Plessner è ben presente a chiunque si ponga il compito di ricostruire i fondamenti classici delle figure del gioco e del rischio, della maschera e del ruolo, e analizzi le funzioni dell'immaginazione, della finzionalità e del "come se", anche in direzione di un'antropologia letteraria depositaria di forti interessi metaforologici. Il destino di Plessner è stato peraltro coinvolto e assorbito in quello dell'antropologia filosofica tedesca dalla brillantezza e dal provocatorio conservatorismo di Arnold Gehlen, a sua volta affiancato da altre biografie cupamente filonaziste.
Sulla ricezione di Plessner ha forse pesato anche il fatidico apprezzamento della sua opera, nel 1932, da parte di Carl Schmitt. Vorrei mostrare invece come, nella polemica anti-comunitaria di Limiti della comunità (1924), Plessner mobiliti già, autonomamente, due apparati concettuali: quello, largamente premoderno e ispirato alla prudenza, dello "Stato di corte", e quello, compiutamente novecentesco, riconducibile al nesso tra comunità e guerra.
La corte - non a caso è stato richiamato il nome del gesuita Baltasar Gracián e quello del suo traduttore tedesco Arthur Schopenhauer, mentre lo stesso Plessner indica una pista preziosa chiamando in gioco La Rochefoucauld - è una delle forme fondamentali della patogenesi della sfera pubblica moderna. Dall'analisi delle forme della comunicazione di corte emerge una dinamica di socializzazione, e di costituzione della sfera pubblica, che non può essere ricondotta a una piattaforma contrattuale e che perciò non è sottoponibile a uno schema razionalistico. Se di contratto si può parlare, si tratta non di un contratto originario, fondato sulla trasparenza di soggetti morali razionali, ma di contratti di volta in volta irripetibili, legati al potenziale di minaccia dei partecipanti e alle loro strategie di autodifesa e autoaffermazione. Limiti della comunità significa, quando entra in gioco la corte, limiti della razionalità.
L'esigenza di una morfologia della corte è evidente nella trattazione dell'aura, del cerimoniale, del prestigio, del tatto, della diplomazia: si tratta di mettere a punto una fenomenologia delle forme rituali e anche irrituali - non trasgressive ma certo contingenti - in cui è conservata quella distanza "societaria" che è sinonimo di civiltà. Ci si avvicina al cuore dell'aura, dell'indefinibile o dell'ineffabile (del je ne sai quoi) quanto più ci si allontana dalle forme ritualizzate e sacralizzate di comportamento, quanto più si va da simboli permanenti a quella terra incognita o terra nullius che vede l'intervento del tatto. La cui dimensione esplorativa e rischiosa, opaca e aperta, cioè non dotata di confini, è preclusa all'etica comunitaria perché si fonda sulla levità e sulla grazia (come Plessner propone nella scia di Schiller e del Kleist di Sul teatro di marionette), sulla prontezza di riflessi di fronte all'impreveduto e sull'accettazione serena, da parte del singolo, della propria vulnerabilità. La corte trasmette a Plessner il senso della rivalità, dell'inimicizia, dei giochi di potere non appariscenti ed extra-istituzionali, delle tensioni gerarchiche (di qui l'attenzione riservata a una figura apparentemente obsoleta come l'onore o anche una figura premoderna non meno giuridica che morale come la fedeltà). Ciò che mina i fondamenti teorici della comunità non è la guerra o l'ostilità diretta - cioè l'antitesi di una razionalità collettiva che pretende di fare dell'amore il legame sociale per eccellenza - ma un sistema di agonalità dietro il quale operano determinanti antropologiche. La "lotta" è anzitutto accesso a una sfera pubblica che non è nella natura delle cose, ma scopo a un tempo primo e ultimo della convivenza: al di là di essa non ci sono mondi totalmente altri. Più che in vista del telos della pace, la vita pubblica è organizzata in vista di stazioni di raggiunta non-belligeranza.
La tesi di fondo di Plessner è che il modello comunitario non possiede la chiave concettuale del confine: il quale introduce alla sfera dell'inautenticità, se è possibile intendere questo termine senza conferirgli una connotazione assiologicamente negativa.
Ciò che talvolta si rimprovera a Plessner - il confine è pensato come luogo di una scena, anzi di un dramma in senso proprio o di una messa in scena, e viceversa non c'è scena che non sia rappresentazione di un confine - è invece oggetto di ripetute conferme negli studi odierni. Il testo plessneriano presenta molte metafore polemologiche: l'"armatura" di cui deve dotarsi l'individuo, la sfera pubblica quasi come theatrum belli, i tanti uomini che "si sono dissanguati sui campi di battaglia dell'inanità", la spada che si abbassa, perché non c'è più nulla su cui trionfare, quando ci si trova di fronte a una sofferenza ultima, "l'attacco a sorpresa da parte delle pulsioni", l'uomo che "rafforza le inibizioni con le quali si barrica nei confronti dell'esterno". Anche le "superfici di attrito" interpersonali vanno rubricate come metafore di un pólemos che ha come posta in gioco territori psico-fisici. Queste metafore alludono a quelle dottrine proto-moderne della prudenza che vedono nell'incontro di due capi un duellum non necessariamente cruento, ma strutturato come confronto che si realizza sul terreno del cerimoniale (come guerre en forme), parte costitutiva del quale sono il repertorio gestuale del corpo, gli abiti e i movimenti nello spazio. Il cerimoniale che si svolge tra detentori di potere è una tecnica estetica per segnare rapporti di potere o confini tra persone, o tra territori rappresentati da persone, e per collocarli in modo visibile nello spazio. Nel cerimoniale gli spazi di potere sono dati come territori fisici dei protagonisti. La sfera pubblica plessneriana, strutturata secondo un principio generale di agonalità, è bellicosa perché si organizza come ostensione reciproca di un confine ma è tendenzialmente pacifica perché interpreta il confine come ciò che per eccellenza è oggetto di trattativa e negoziazione. Se le pagine di Plessner lasciano trasparire momenti estetizzanti, è perché sono interne a quella drammaturgia del pólemos che conferisce a quest'ultimo venature estetiche anche nei suoi momenti distruttivi e sanguinosi.
Ecco perché la nostalgia per una diplomazia interpersonale non meno che interstatuale fa balenare più di una volta, in Plessner, l'idea (diventata poi) molto schmittiana della "recinzione della guerra": nell'epoca che va dalla fine delle guerre napoleoniche all'inizio della prima guerra mondiale, aveva trovato riconoscimento universale l'idea della guerra limitata; la guerra, ridotta nello spazio e nel tempo, nel dispendio di denaro, di uomini e di materiale, così come nelle finalità, doveva rimanere un mezzo che interveniva dopo che fossero state esauriti tutti i metodi pacifico-diplomatici. Fin qui Plessner. Ma questa non è altro che la differenza classica tra jus ad bellum e jus in bello. Mentre però Schmitt tematizza l'ingabbiamento della guerra solo dopo aver valorizzato l'immagine amico-nemico, Plessner scopre la limitazione della guerra prima di incontrare pienamente quella immagine. Si può sospettare che Plessner abbia sopravvalutato la tenuta del "low intensity conflict", come direbbe un teorico dei giochi e in particolare un teorico dei wargames, e sottovalutato le potenzialità di uno sconfinamento della guerra. Ma non si può non vedere come la radicalità esistenziale del nemico non sia per lui un punto di partenza.
Mentre nel dibattito contemporaneo il comunitarismo può lamentare una carenza di contestualizzazione e di concrezione, nell'argomentazione di Plessner si individuano le difficoltà del modello comunitario ad accedere a livelli concreti e complessi di agire sociale. Mentre il comunitarismo americano odierno si attesta su una linea neoaristotelica e anti-hobbesiana, Plessner mobilita strumenti aristotelici contro il principio comunitario. Poiché la prudenza è linguaggio, anche nella forma del tacere, l'estraneità dell'ethos comunitario ai paradigmi della prudenza interrompe ogni flusso tra comunità e comunicazione, sia quando si appella all'intransigenza di una intenzionalità incorrotta, sia quando punta sull'ambizione di quotidianizzare l'eccezionalità dell'amore.
Insomma, la comunità, che dovrebbe sprigionare momenti comunicativi, si disegna come apoteosi dell'immunità. L'ingresso nella sfera pubblica, viceversa, è l'accesso all'ibridazione, all'intreccio del proprio e dell'altrui: non ha nulla di esonerante o di anestetico. Se c'è una proposta immunologica, essa viene dalla comunità. Poiché però l'autochiusura profilattica della comunità implica la rimozione del conflitto e dell'inimicizia, implica anche una mancata riflessione sulle possibilità della loro limitazione. Immunitas non è più il contrario di communitas, ma uno dei suoi presupposti indispensabili. Una magna therapia sterilisans - così si legge in un saggio di Plessner - non è però possibile. Un disegno di sterilizzazione terapeutica preventiva fallisce nell'identificazione del male e ne cancella solo burocraticamente la presenza, sopravvalutando i propri strumenti di neutralizzazione della contingenza: mentre l'"igiene psichica" che si affaccia alla fine del testo, essendo associata al tatto, opera in attrito con il male, con il dolore e con la delusione delle aspettative, in una dimensione pubblica solcata da conflitti e da quel veicolo di contagio che è la negoziazione dell'identità.
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