| Mente e mondo uniti contro il Mito del
Dato | Che fine ha fatto l'empirismo? Siamo a cinquant'anni
da quando Quine ci ha avvertiti che l'esperienza conta
pro o contro un intero corpo di credenze in modo
olistico, che ben poco di sistematico può esser detto
intorno a enunciati particolari, che la distinzione
analitico/sintetico (dogma storico dell'empirismo) deve
essere abbandonata insieme all'idea che la logica e la
matematica abbiano uno statuto privilegiato che le
affranca dagli esiti della scienza empirica.
È poi trascorso un altro quarto di secolo da quando
Davidson ha inteso demolire l'"ultimo" dogma
dell'empirismo, e cioè l'idea stessa di schema
concettuale e la distinzione conseguente tra schema
(ciò che è portato dalla mente nella conoscenza) e
contenuto (ciò che è dato nell'esperienza), negando
inoltre con Wittgenstein che il contenuto mentale
dipenda da oggetti interni di pensiero, mentre è
spiegato soltanto "esternalmente" in un quadro
sistematico in cui intervengono interpretazione
linguistica e azione. Un ulteriore colpo all'empirismo fu
dato anche dal filosofo americano Wifrid Sellars, che
mise in guardia contro il Mito del Dato , e cioè contro
l'idea che la conoscenza possa fondarsi su dati bruti
che la sensazione ci dà e che il linguaggio esprime in
asserti osservativi indubitabili (vedi:
http://www.ditext.com/brandom/brandom.html).
E non solo l'empirismo sembra da tempo alle corde,
ma anche l'epistemologia classica; giacché la
tradizione analitica ci parla oggi di almeno tre modi
diversi di impostare i problemi della conoscenza:
partire da una teoria della mente e usarla per spiegare
le relazioni tra mente e mondo (cioè seguire in qualche
modo Cartesio, Locke, Kant e riconoscere il primato
dell'epistemologia); partire da una metafisica generale
sulla natura della realtà e costruire una teoria del
pensiero e della mente sulla base di quella metafisica
(tutto lo scientismo e il naturalismo moderni); partire da
una teoria del contenuto del pensiero e illuminare con
questa la nostra concezione della mente e del mondo
(un progetto che può essere fatto risalire a Frege, e
che occupa oggi diversi filosofi del linguaggio e della
mente). Questa terza opzione pare al momento
l'antagonista più consistente rispetto a un certo
naturalismo dominante. Ma facciamo dei nomi. Se,
nella filosofia della conoscenza, non si possono dire
tramontate le stelle di Quine e Davidson, o di Strawson
e Dummett (che per molti versi hanno contribuito a
spianare questa terza via), certo è che si sta
imponendo, nel dibattito filosofico non soltanto
anglofono, una generazione più giovane, che ha in
Rorty e Putnam gli interlocutori più presenti, ma che
trova in John McDowell e Robert Brandom (con l'eco
che Habermas dà loro in Europa) i rappresentanti più
interessanti. Un recente simposio tenutosi a Creta ha
visto i due filosofi di grido confrontarsi ancora tra altri
esimi colleghi (Frede, Tye, Flanagan, Conant, Wolters,
eccetera), questa volta sul tema del ruolo
dell'esperienza nella conoscenza. ("Experience &
Knowledge", III Meeting of the Biennal
Athens-Pittsburgh Symposium, Creta, 26-30 ottobre
2000).
I titoli dei rispettivi papers sono assai indicativi.
McDowell (autore di Mente e mondo, Einaudi) ci parla
della plausibilità di un "Empirismo trascendentale";
Brandom risponde: "Nessuna esperienza è
necessaria".
McDowell segue Sellars nel criticare l'empirismo
tradizionale, per il quale vi sono fatti conosciuti non
inferenzialmente, senza che siano presupposte altre
conoscenze di stati di cose o di verità generali, e che
costituiscono l'ultimo "tribunale" per tutti i giudizi
conoscitivi sul mondo. McDowell, come Sellars, ritiene
che l'input dei sensi possa causare ma non giustificare
le credenze empiriche, perché ogni giustificazione
pertiene al rango di quello che Sellars aveva chiamato
"lo spazio logico delle ragioni"; uno spazio tutto
concettuale e normativo, che non obbedisce alle leggi
che operano nel mondo naturale. Per McDowell
l'esperienza presuppone conoscenza, è già di per sé
concettuale, e noi impariamo ad avere esperienze
percettive soltanto quando disponiamo di un linguaggio
(dunque, l'esperienza percettiva non è cosa condivisa
dagli animali). Ma questo non lo porta a rinunciare
anche a un fondazionalismo moderato, se con esso si
intende che certi rapporti osservativi servano come
base su cui formare altre credenze empiriche;
sempreché si ricordi che vi è una doppia dipendenza,
delle proposizioni empiriche da rapporti osservativi e di
questi da quelle (nel senso già ricordato che, senza
conoscenze fattuali e generali di un certo tipo, non si
hanno rapporti osservativi). Per McDowell le
esperienze percettive hanno lo stesso contenuto dei
giudizi percettivi, anche se tale contenuto resta in
attesa di un'assunzione responsabile, di un giudizio
formulato su di esso, per il quale McDowell chiama in
causa in prima persona il soggetto conoscente e la
sua autorità consapevole. Il contenuto dell'esperienza
percettiva è il fatto percepito, e i fatti sono "pensieri
veri" (come avrebbe detto Frege), pensieri non in
senso psicologico ma nel senso semantico dei
contenuti che sono pensati o, meglio, pensabili.
Brandom condivide l'idea che non vi possa essere
giustificazione se non riferendosi a qualcosa di
concettuale, ed è anche disposto a concedere che le
percezioni possano essere considerate, nella
giustificazione, come ragioni in qualche senso ultime,
come "giustificatori non giustificati"; ma ritiene che il
contenuto dei giudizi empirici venga dato
inferenzialmente, che dipenda dal modo "sociale" in
cui i membri di una comunità hanno appreso a
rispondere agli stimoli ambientali. Un soggetto
conoscente ha acquisito una disposizione alla risposta
affidabile agli stimoli esterni compatibilmente con la
sua fisiologia, ma deve anche essere capace di
articolare concettualmente quelle risposte; e cioè deve
essere in grado di rispondere a cose rosse non come
un pappagallo addestrato o come un sensore, ma
sapendo che cosa consegue inferenzialmente al fatto
che una cosa è rossa (e cioè, per esempio, che è
colorata, che è estesa nello spazio, eccetera).
Dunque, per Brandom, i resoconti percettivi non sono
di per sé dotati di contenuto, e assumono il ruolo di
evincere disposizioni alla risposta cui sarà
l'articolazione inferenziale a dare un contenuto.
Un'assunzione piena, da parte di Brandom, di una
prospettiva esternalista (alla Davidson e alla Rorty),
affidabilista, che delega alla terza persona la
responsabilità del giudizio, e che in fondo ritiene la
postulazione da parte di McDowell di esperienze
percettive come intermediarie tra io e mondo (anche
se non nel senso classico del "velo delle Idee") come
superflua.
La partita è in corso, e si gioca tra sottili esegesi dei
testi di Sellars, più o meno implicite assunzioni
fregeane, generici (e poco filologici) richiami a Kant,
professioni assai problematiche di hegelismo, dosaggi
sofisticati di pragmatismo, dichiarazioni di fede
wittgensteiniana (soprattutto da parte di McDowell)
nella volontà "terapeutica" non tanto di dirci cos'è il
contenuto quanto di persuaderci ad abbandonare
vecchie agende filosofiche che hanno fatto perder
tempo con la dicotomia forma/contenuto.
Il problema forse è che la tradizione che ci si vuol
mettere alle spalle, il paradigma che si vuol sovvertire e
che si liquida con l'etichetta di empirismo classico da
una parte e di cartesianesimo dall'altra, non è mai
seriamente analizzato. Non una parola su Schlick, né
su Helmholtz, né sui neokantiani, né su Husserl
(eppure si parla di intenzionalità!); e poco anche su
Heidegger, nonostante che molte prospettive, come
quelle sintetizzate dal motto di McDowell che
l'esperienza è "apertura al mondo", sembrerebbero
preludere a una considerazione della lettura non
epistemologica di Kant da parte di Heidegger (il che
avrebbe forse portato anche a una più sottile
comprensione delle molte affinità tra la valorizzazione
della facoltà dell'immaginazione kantiana in Heidegger
e in Sellars); e neppure attenzione alle possibili
implicazioni aristoteliche di una sovversione del
primato dell'epistemologia (vedi a proposito Form and
Matter, curato da D.S. Oderberg,Blackwell 1999, dove
si trovano interessanti provocazioni aristoteliche a
McDowell). E allora, se l'empirismo è morto, sarebbe
meglio saperlo in modo che non restino fantasmi
"continentali" a turbare i sonni dei "terapeuti-analitici". |