RASSEGNA STAMPA

19 NOVEMBRE 2000
ALESSANDRO PAGNINI
Mente e mondo uniti contro il Mito del Dato
John McDowell e Robert Brandom. Pro e oltre l'empirismo riprendendo la grande lezione di Wkilfrid Sellars
Che fine ha fatto l'empirismo? Siamo a cinquant'anni da quando Quine ci ha avvertiti che l'esperienza conta pro o contro un intero corpo di credenze in modo olistico, che ben poco di sistematico può esser detto intorno a enunciati particolari, che la distinzione analitico/sintetico (dogma storico dell'empirismo) deve essere abbandonata insieme all'idea che la logica e la matematica abbiano uno statuto privilegiato che le affranca dagli esiti della scienza empirica.
È poi trascorso un altro quarto di secolo da quando Davidson ha inteso demolire l'"ultimo" dogma dell'empirismo, e cioè l'idea stessa di schema concettuale e la distinzione conseguente tra schema (ciò che è portato dalla mente nella conoscenza) e contenuto (ciò che è dato nell'esperienza), negando inoltre con Wittgenstein che il contenuto mentale dipenda da oggetti interni di pensiero, mentre è spiegato soltanto "esternalmente" in un quadro sistematico in cui intervengono interpretazione linguistica e azione. Un ulteriore colpo all'empirismo fu dato anche dal filosofo americano Wifrid Sellars, che mise in guardia contro il Mito del Dato , e cioè contro l'idea che la conoscenza possa fondarsi su dati bruti che la sensazione ci dà e che il linguaggio esprime in asserti osservativi indubitabili (vedi: http://www.ditext.com/brandom/brandom.html).
E non solo l'empirismo sembra da tempo alle corde, ma anche l'epistemologia classica; giacché la tradizione analitica ci parla oggi di almeno tre modi diversi di impostare i problemi della conoscenza: partire da una teoria della mente e usarla per spiegare le relazioni tra mente e mondo (cioè seguire in qualche modo Cartesio, Locke, Kant e riconoscere il primato dell'epistemologia); partire da una metafisica generale sulla natura della realtà e costruire una teoria del pensiero e della mente sulla base di quella metafisica (tutto lo scientismo e il naturalismo moderni); partire da una teoria del contenuto del pensiero e illuminare con questa la nostra concezione della mente e del mondo (un progetto che può essere fatto risalire a Frege, e che occupa oggi diversi filosofi del linguaggio e della mente). Questa terza opzione pare al momento l'antagonista più consistente rispetto a un certo naturalismo dominante. Ma facciamo dei nomi. Se, nella filosofia della conoscenza, non si possono dire tramontate le stelle di Quine e Davidson, o di Strawson e Dummett (che per molti versi hanno contribuito a spianare questa terza via), certo è che si sta imponendo, nel dibattito filosofico non soltanto anglofono, una generazione più giovane, che ha in Rorty e Putnam gli interlocutori più presenti, ma che trova in John McDowell e Robert Brandom (con l'eco che Habermas dà loro in Europa) i rappresentanti più interessanti. Un recente simposio tenutosi a Creta ha visto i due filosofi di grido confrontarsi ancora tra altri esimi colleghi (Frede, Tye, Flanagan, Conant, Wolters, eccetera), questa volta sul tema del ruolo dell'esperienza nella conoscenza. ("Experience & Knowledge", III Meeting of the Biennal Athens-Pittsburgh Symposium, Creta, 26-30 ottobre 2000).
I titoli dei rispettivi papers sono assai indicativi.
McDowell (autore di Mente e mondo, Einaudi) ci parla della plausibilità di un "Empirismo trascendentale"; Brandom risponde: "Nessuna esperienza è necessaria".
McDowell segue Sellars nel criticare l'empirismo tradizionale, per il quale vi sono fatti conosciuti non inferenzialmente, senza che siano presupposte altre conoscenze di stati di cose o di verità generali, e che costituiscono l'ultimo "tribunale" per tutti i giudizi conoscitivi sul mondo. McDowell, come Sellars, ritiene che l'input dei sensi possa causare ma non giustificare le credenze empiriche, perché ogni giustificazione pertiene al rango di quello che Sellars aveva chiamato "lo spazio logico delle ragioni"; uno spazio tutto concettuale e normativo, che non obbedisce alle leggi che operano nel mondo naturale. Per McDowell l'esperienza presuppone conoscenza, è già di per sé concettuale, e noi impariamo ad avere esperienze percettive soltanto quando disponiamo di un linguaggio (dunque, l'esperienza percettiva non è cosa condivisa dagli animali). Ma questo non lo porta a rinunciare anche a un fondazionalismo moderato, se con esso si intende che certi rapporti osservativi servano come base su cui formare altre credenze empiriche; sempreché si ricordi che vi è una doppia dipendenza, delle proposizioni empiriche da rapporti osservativi e di questi da quelle (nel senso già ricordato che, senza conoscenze fattuali e generali di un certo tipo, non si hanno rapporti osservativi). Per McDowell le esperienze percettive hanno lo stesso contenuto dei giudizi percettivi, anche se tale contenuto resta in attesa di un'assunzione responsabile, di un giudizio formulato su di esso, per il quale McDowell chiama in causa in prima persona il soggetto conoscente e la sua autorità consapevole. Il contenuto dell'esperienza percettiva è il fatto percepito, e i fatti sono "pensieri veri" (come avrebbe detto Frege), pensieri non in senso psicologico ma nel senso semantico dei contenuti che sono pensati o, meglio, pensabili.
Brandom condivide l'idea che non vi possa essere giustificazione se non riferendosi a qualcosa di concettuale, ed è anche disposto a concedere che le percezioni possano essere considerate, nella giustificazione, come ragioni in qualche senso ultime, come "giustificatori non giustificati"; ma ritiene che il contenuto dei giudizi empirici venga dato inferenzialmente, che dipenda dal modo "sociale" in cui i membri di una comunità hanno appreso a rispondere agli stimoli ambientali. Un soggetto conoscente ha acquisito una disposizione alla risposta affidabile agli stimoli esterni compatibilmente con la sua fisiologia, ma deve anche essere capace di articolare concettualmente quelle risposte; e cioè deve essere in grado di rispondere a cose rosse non come un pappagallo addestrato o come un sensore, ma sapendo che cosa consegue inferenzialmente al fatto che una cosa è rossa (e cioè, per esempio, che è colorata, che è estesa nello spazio, eccetera).
Dunque, per Brandom, i resoconti percettivi non sono di per sé dotati di contenuto, e assumono il ruolo di evincere disposizioni alla risposta cui sarà l'articolazione inferenziale a dare un contenuto.
Un'assunzione piena, da parte di Brandom, di una prospettiva esternalista (alla Davidson e alla Rorty), affidabilista, che delega alla terza persona la responsabilità del giudizio, e che in fondo ritiene la postulazione da parte di McDowell di esperienze percettive come intermediarie tra io e mondo (anche se non nel senso classico del "velo delle Idee") come superflua.
La partita è in corso, e si gioca tra sottili esegesi dei testi di Sellars, più o meno implicite assunzioni fregeane, generici (e poco filologici) richiami a Kant, professioni assai problematiche di hegelismo, dosaggi sofisticati di pragmatismo, dichiarazioni di fede wittgensteiniana (soprattutto da parte di McDowell) nella volontà "terapeutica" non tanto di dirci cos'è il contenuto quanto di persuaderci ad abbandonare vecchie agende filosofiche che hanno fatto perder tempo con la dicotomia forma/contenuto.
Il problema forse è che la tradizione che ci si vuol mettere alle spalle, il paradigma che si vuol sovvertire e che si liquida con l'etichetta di empirismo classico da una parte e di cartesianesimo dall'altra, non è mai seriamente analizzato. Non una parola su Schlick, né su Helmholtz, né sui neokantiani, né su Husserl (eppure si parla di intenzionalità!); e poco anche su Heidegger, nonostante che molte prospettive, come quelle sintetizzate dal motto di McDowell che l'esperienza è "apertura al mondo", sembrerebbero preludere a una considerazione della lettura non epistemologica di Kant da parte di Heidegger (il che avrebbe forse portato anche a una più sottile comprensione delle molte affinità tra la valorizzazione della facoltà dell'immaginazione kantiana in Heidegger e in Sellars); e neppure attenzione alle possibili implicazioni aristoteliche di una sovversione del primato dell'epistemologia (vedi a proposito Form and Matter, curato da D.S. Oderberg,Blackwell 1999, dove si trovano interessanti provocazioni aristoteliche a McDowell). E allora, se l'empirismo è morto, sarebbe meglio saperlo in modo che non restino fantasmi "continentali" a turbare i sonni dei "terapeuti-analitici".
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