RASSEGNA STAMPA

16 NOVEMBRE 2000
GIANNI VATTIMO
L'immorale come lo vedo io
Aatomia di una moda
Dal nuovo numero di "Reset" anticipiamo parte del saggio di Gianni Vattimo.
Per chi pensa la politica come un impegno fondamentalmente etico, cioè non finalizzato a scopi "economici", nel senso crociano di interessi "particolari", ma come promozione di valori che si sentono universalizzabili e che riguardano specificamente i meccanismi della vita associata, il cinismo può essere solo un atteggiamento che talvolta si ritiene di dover assumere proprio per la promozione di questi valori. È sempre solo un mezzo, eventualmente, nel senso del machiavellismo popolare, quello per cui il principe ha addirittura il dovere di "sporcarsi" moralmente se ne va del bene dello Stato (cioè, dovremmo pensare però noi democratici, del bene dei cittadini). Se non è pensato in questi termini limitati, nella misura in cui può essere richiesto per far bene il proprio lavoro di politico moralmente motivato, il cinismo non è un comportamento politico, non ha diritto di essere considerato tale.
Si deve dunque discutere di cinismo in due sensi: quando è o sembra un comportamento necessario in certe situazioni per realizzare gli scopi di una politica eticamente motivata; o quando dilaga come atteggiamento eticamente riprovevole che si mette fuori dalla politica propriamente detta.
Nel primo senso, chiamerei cinismo la decisione di mettere da parte interessi legittimi di singoli o gruppi in nome di uno scopo che sia moralmente giustificabile come più alto e più importante. Comandare un esercito in una guerra difficilmente si può senza una certa dose di cinismo: anche il nazista che entra in casa tua per violentare tua sorella, uccidere te, deportare i tuoi bambini ha un'umanità che non puoi rispettare fino in fondo se devi difenderti. Un certo cinismo è richiesto spesso nel comportamento morale, per essere capaci di fare scelte che non siano in contraddizione con i valori guida a cui si vuole essere fedeli, o anche solo con l'esigenza di autoconservazione.
Chiameremo davvero cinismo quello di chi non può non scegliere, violando anche diritti, aspettative, tenerezza per l'umano?
Possiamo non chiamarlo così, ma dobbiamo aver presente che questa è come un'ombra permanente della nostra condotta morale che, sul piano politico - date le dimensioni di massa che le scelte spesso devono prendere, come nel caso dell'ordinare un bombardamento - corre il rischio di indurre una abitudine che fatalmente precipita nel disumano, nella pura ricerca del proprio interesse immediato.
È questo debordare del cinismo che scandalizza di più in certe situazioni storiche. La polemica contro il buonismo, che è diventata di moda nella politica e nella cultura italiana degli ultimi tempi, è un sintomo di questo tipo. Mi ha impressionato, già anni fa, una trasmissione televisiva in cui Giuliano Ferrara discuteva con un gruppo di giovani, sostenendo alla fine che i depistaggi, i compromessi, le vere e proprie menzogne che costellano la storia delle stragi impunite nel nostro paese non devono scandalizzarci (spero, temo, di riferire correttamente il suo pensiero) perché questo è anche (o soprattutto) la politica come arte del governo.
Imparare da Machiavelli, insomma, e non continuare a credersi, spesso ipocritamente, anime belle solo perché non ci siamo mai trovati a dover prendere decisioni di questo genere. Ferrara è comunque un esplicito sostenitore di questa concezione machiavellica della politica, di cui il suo giornalismo è una espressione spesso esemplare: politica come gioco di potere, e quindi anche come intrigo, e il giornalismo come scoop che svela retroscena e, sul piano dei commenti, coltiva un realismo disincantato nella visione della vita...
Non so fino a che punto anche persone che stanno su posizioni opposte, politicamente, a quelle di Ferrara, non condividano questo cinismo programmatico: che è conforme a tante simpatie "filosofiche" di certa sinistra già rivoluzionaria e ora delusa, dunque amante di Carl Schmitt e del suo "realismo". Ora però si tratta di un realismo sommamente irrealistico, perché è misurato sulla politica come la si faceva ai tempi del Congresso di Vienna, ai tempi dei governi assoluti e degli arcana imperii.
In un mondo, almeno in linea di principio, democratico, conta una certa immagine etica della politica che non può essere sempre solo immagine, deve corrispondere a qualcosa, se no non funziona .
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