Chi ha paura della Nera
Signora| In un saggio del vescovo Maggiolini le domande sulla morte
"censurate" dalla nostra società |
| "Si preferiscono le meditazioni che non sfiorano neppure gli
argomenti che potrebbero mettere i brividi. Le considerazioni
sulla volontà salvifica universale. Sulla misericordia di Dio. Sul
perdono che Cristo offre 70 volte sette. Quasi che i regali di Dio
ci piombassero addosso come tegole da un tetto, e non
domandassero una libertà che si apra a rispondere". La morte, la
paura della morte, la salvezza e l'inferno, e il mistero di quella
libertà per cui ogni uomo può scegliere anche il male. Non
sermoni rasserenanti, ma domande spigolose e brusche attorno a
quella "cosa" di cui sempre meno, fra persone beneducate, si parla.
Domande che però tanti si fanno in silenzio; come stretti fra una
congiura di silenzi, quello della distrazione edonista, e quello di
una religiosità buonista che tende a rimuovere ogni pensiero
inquieto. La santa paura, s'intitola il saggio appena pubblicato da
Mondadori a firma di monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo
di Como. La santa paura è quella che per secoli ha accompagnato
il pensiero della morte. E che condizionava la vita, nella
prospettiva di un giorno del giudizio vissuto con timore. Mentre,
osserva Maggiolini, nella concezione dell'oggi la salvezza finale
sembra qualcosa che ci viene buttato addosso senza nemmeno
interpellarci. Ma "una consolazione elargita senza paura
antecedente finisce per essere scipita e insignificante. Quale
sollievo si può dare a un ridanciano un po' tonto, che non avverte
minimamente la vertigine del proprio destino?".
Distratti di fronte alla vertigine. Quella della propria morte, prima
di tutto. "Devo faticosamente ammettere - scrive il vescovo di
Como - di provare una stretta di pavidità e di smarrimento,
quando sono messo a confronto con il mio morire". Perché, nella
più grande fede personale, rimane comunque quello iato del
passaggio, quell'istante in cui perfino Cristo ha provato sgomento.
Paura della morte. Maggiolini esprime un dissenso alla stessa
cultura cristiana contemporanea: "Perché si è cancellato dalla
liturgia quasi ogni segno di lutto e di mestizia, ogni richiamo alla
serietà del giudizio di Dio, ogni allusione alla vigilanza e
all'apprensione nell'istante del morire e del dopo? Non era anche
un atto di fiducia nel Signore il ricordarmi che, cercandomi, si è
seduto stanco, si è lasciato inchiodare alla Croce per redimermi?
Perché si sono aboliti i paramenti neri e si esige dai credenti di
cantare l'alleluia durante i riti funebri? Perché si pretende un clima
di gioia che sembra lambire l'incoscienza?".
Nella liturgia un tentativo di rimozione del lutto e della paura,
suggerisce Maggiolini. E, parallela, una convinzione anche troppo
facile di una salvezza "dovuta" a tutti. Chi osa più parlare di
Inferno? La meditazione del vescovo tocca le domande che non
siamo abituati più a farci: "Sono in tanti quelli che si dannano?
L'eventualità di un Inferno popolato mi fa scoppiare le tempie, mi
fa rullare il cuore... Così come non mi capacito di accettare di
essere redento e beato allorché sapessi che una sola persona,
soprattutto una persona cara, fosse dannata. Come potrebbe una
madre gioire quando il figlio fosse all'Inferno?". E poco valgono
le consolazioni di una vulgata buonista che ci avvolge. La
presunzione della salvezza di gruppo e assicurata si scontra ogni
giorno con le cronache dei giornali. Che ne sarà del torturatore dei
Balcani, del pedofilo assassino di bambini? Il mistero dell'Inferno,
scrive Maggiolini, non sta nella collera di Dio, ma nella nostra
libertà, in noi capaci di dire di no.
Una vertigine che generalmente l'uomo moderno si risparmia.
Ridanciani e annoiati, sbadigliamo guardando altrove. Questo
libro ci richiama a un'inquietudine seria. Come faceva col figlio la
madre di questo vescovo, ogni domenica al cimitero, recitando "in
anticipo" un requiem davanti a quel loculo vuoto, che un giorno
l'avrebbe accolta. |