RASSEGNA STAMPA

7 NOVEMBRE 2000
MARINA CORRADI
Chi ha paura della Nera Signora
In un saggio del vescovo Maggiolini le domande sulla morte "censurate" dalla nostra società
"Si preferiscono le meditazioni che non sfiorano neppure gli argomenti che potrebbero mettere i brividi. Le considerazioni sulla volontà salvifica universale. Sulla misericordia di Dio. Sul perdono che Cristo offre 70 volte sette. Quasi che i regali di Dio ci piombassero addosso come tegole da un tetto, e non domandassero una libertà che si apra a rispondere". La morte, la paura della morte, la salvezza e l'inferno, e il mistero di quella libertà per cui ogni uomo può scegliere anche il male. Non sermoni rasserenanti, ma domande spigolose e brusche attorno a quella "cosa" di cui sempre meno, fra persone beneducate, si parla.
Domande che però tanti si fanno in silenzio; come stretti fra una congiura di silenzi, quello della distrazione edonista, e quello di una religiosità buonista che tende a rimuovere ogni pensiero inquieto. La santa paura, s'intitola il saggio appena pubblicato da Mondadori a firma di monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como. La santa paura è quella che per secoli ha accompagnato il pensiero della morte. E che condizionava la vita, nella prospettiva di un giorno del giudizio vissuto con timore. Mentre, osserva Maggiolini, nella concezione dell'oggi la salvezza finale sembra qualcosa che ci viene buttato addosso senza nemmeno interpellarci. Ma "una consolazione elargita senza paura antecedente finisce per essere scipita e insignificante. Quale sollievo si può dare a un ridanciano un po' tonto, che non avverte minimamente la vertigine del proprio destino?". Distratti di fronte alla vertigine. Quella della propria morte, prima di tutto. "Devo faticosamente ammettere - scrive il vescovo di Como - di provare una stretta di pavidità e di smarrimento, quando sono messo a confronto con il mio morire". Perché, nella più grande fede personale, rimane comunque quello iato del passaggio, quell'istante in cui perfino Cristo ha provato sgomento.
Paura della morte. Maggiolini esprime un dissenso alla stessa cultura cristiana contemporanea: "Perché si è cancellato dalla liturgia quasi ogni segno di lutto e di mestizia, ogni richiamo alla serietà del giudizio di Dio, ogni allusione alla vigilanza e all'apprensione nell'istante del morire e del dopo? Non era anche un atto di fiducia nel Signore il ricordarmi che, cercandomi, si è seduto stanco, si è lasciato inchiodare alla Croce per redimermi? Perché si sono aboliti i paramenti neri e si esige dai credenti di cantare l'alleluia durante i riti funebri? Perché si pretende un clima di gioia che sembra lambire l'incoscienza?". Nella liturgia un tentativo di rimozione del lutto e della paura, suggerisce Maggiolini. E, parallela, una convinzione anche troppo facile di una salvezza "dovuta" a tutti. Chi osa più parlare di Inferno? La meditazione del vescovo tocca le domande che non siamo abituati più a farci: "Sono in tanti quelli che si dannano? L'eventualità di un Inferno popolato mi fa scoppiare le tempie, mi fa rullare il cuore... Così come non mi capacito di accettare di essere redento e beato allorché sapessi che una sola persona, soprattutto una persona cara, fosse dannata. Come potrebbe una madre gioire quando il figlio fosse all'Inferno?". E poco valgono le consolazioni di una vulgata buonista che ci avvolge. La presunzione della salvezza di gruppo e assicurata si scontra ogni giorno con le cronache dei giornali. Che ne sarà del torturatore dei Balcani, del pedofilo assassino di bambini? Il mistero dell'Inferno, scrive Maggiolini, non sta nella collera di Dio, ma nella nostra libertà, in noi capaci di dire di no. Una vertigine che generalmente l'uomo moderno si risparmia.
Ridanciani e annoiati, sbadigliamo guardando altrove. Questo libro ci richiama a un'inquietudine seria. Come faceva col figlio la madre di questo vescovo, ogni domenica al cimitero, recitando "in anticipo" un requiem davanti a quel loculo vuoto, che un giorno l'avrebbe accolta.
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Filosofia e Religione