L'angoscia, una dimensione dell'anima che
aiuta a vivere meglioDopo i fallimenti del Novecento nel costruire
certezze, ritorna attuale la figura di Kierkegaard. E
l'editore Marietti avvia una nuova traduzione italiana
delle sue opere "Credere è imboccare quella via dove i cartelli indicano: indietro" |
| Ai nostri giorni non è più possibile nascondere i fallimenti
di quella ragione che ha preteso costruire assoluti terrestri
contro l'assoluto trascendente. E più forte di prima, in un
universo della contingenza e della disperazione, riemerge,
irreprimibile, la "grande domanda". Sta proprio qui una
ragione profonda del ritorno di Kierkegaard. E ben fa l'editore
Marietti 1820 ad iniziare una nuova traduzione delle opere in
italiano, affidandola ad Alessandro Cortese (è appena giunto in
libreria Due discorsi edificanti del maggio 1843 ). Un ritorno,
dicevamo, dopo il crollo degli assoluti terrestri. Contro
quell'assoluto terrestre che era l'hegelismo, contro "l'orrenda
solennità degli speculanti" Kierkegaard sbandierò "lo scherzo
dell'ironia". Hegel "pretende di spiegare la storia" e nel suo
sistema filosofico fa diventare il Cristianesimo un momento dello
sviluppo dello spirito umano, un momento passato, ormai
irrilevante.
Per Hegel è la filosofia che conta e non la fede. Ecco, allora, che
scardinare il sistema hegeliano significa portare la fede cristiana in
primo piano, come offerta di senso che non potrà lasciare
indifferente il Singolo. E, difatti, l'angoscia - intesa come
coscienza della mancanza di senso assoluto - è un tratto
antropologico. Essa caratterizza l'esistenza autentica. E forma,
giacché "distrugge tutte le finitezze scoprendo le loro illusioni".
È in questo modo - afferma Kierkegaard - che "Dio che vuole
essere amato, discende con l'aiuto dell'inquietudine in caccia
dell'uomo".
In un passo del Diario Kierkegaard annota: "È una cosa
eccellente, l'unica necessaria e chiarificante, questa che dice
Lutero: "Tutta la dottrina (della Redenzione, e in fondo tutto il
Cristianesimo) deve essere messa in rapporto alla lotta della
coscienza angosciata. Elimina la coscienza angosciata, e tu puoi
anche chiudere tutte le chiese e farne della sale da ballo". La
coscienza angosciata capisce il Cristianesimo, come un animale
affamato; se gli metti davanti una pietra e un pezzo di pane,
capisce che l'uno è da mangiare e l'altra no". E allora: "coll'aiuto
della fede l'angoscia educa l'individuo a riposare nella
Provvidenza". È in questo senso che comprendiamo il perché
"appena la psicologia ha finito di studiare l'angoscia, questa va
consegnata alla dogmatica". Angoscia e disperazione, dunque,
come via alla fede. Verrebbe la voglia di dire: cristiani perché,
prima di tutto, relativisti. Ancora dal Diario : "Solo chi ha
provato la disperazione capisce in fondo la Redenzione, perché ne
sente il bisogno (...) col credere io mi difendo dalla disperazione".
E nella Meditazioni da Berlino : "Provvidenza e Redenzione sono
categorie della disperazione". La fede è dono a parte Dei e scelta a
parte hominis ed è sempre un "salto". E' la fede che "fa vedere in
un fatto storico qualcosa di eterno". Il cavaliere della fede "non
dispone in tutto e per tutto che di se stesso in un isolamento
assoluto". E se l'ateismo è difficile, anche la fede non è facile.
"Credere - dice Kierkegaard - è propriamente andare per quella
via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro,
indietro! Dunque, la via è stretta (e questo appartiene già alla
fede). La via è buia; anzi, non è soltanto buia è di un buio pesto
ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e
aumentare l'oscurità (...) proprio perché gli indicatori significano
la direzione inversa". Fu il buon ladrone, ad avviso di
Kierkegaard, l'uomo che ha avuto più fede nella storia del Nuovo
Testamento. E tutto questo ci dice che "la teologia scientifica è
incredula, manca di franchezza davanti a Dio, è in malafede di
fronte alla Sacra Scrittura". Su l'"Osservatore Romano" del 27
ottobre 1996, il cardinale Joseph Ratzinger in un articolo dal
titolo La fede e la teologia ai giorni nostri , afferma: "Ritengo che
il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler
ricostruire i Praeambula fidei con una ragione del tutto
indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale;
tutti gli altri tentativi, che procedono su questa medesima strada
otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto aveva
ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento
della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si
fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche".
Il ritorno di Ratzinger a Barth non è simultaneamente un ritorno
anche a Kierkegaard? |