RASSEGNA STAMPA

2 NOVEMBRE 2000
DARIO ANTISERI
L'angoscia, una dimensione dell'anima che aiuta a vivere meglio
Dopo i fallimenti del Novecento nel costruire certezze, ritorna attuale la figura di Kierkegaard. E l'editore Marietti avvia una nuova traduzione italiana delle sue opere
"Credere è imboccare quella via dove i cartelli indicano: indietro"
Ai nostri giorni non è più possibile nascondere i fallimenti di quella ragione che ha preteso costruire assoluti terrestri contro l'assoluto trascendente. E più forte di prima, in un universo della contingenza e della disperazione, riemerge, irreprimibile, la "grande domanda". Sta proprio qui una ragione profonda del ritorno di Kierkegaard. E ben fa l'editore Marietti 1820 ad iniziare una nuova traduzione delle opere in italiano, affidandola ad Alessandro Cortese (è appena giunto in libreria Due discorsi edificanti del maggio 1843 ). Un ritorno, dicevamo, dopo il crollo degli assoluti terrestri. Contro quell'assoluto terrestre che era l'hegelismo, contro "l'orrenda solennità degli speculanti" Kierkegaard sbandierò "lo scherzo dell'ironia". Hegel "pretende di spiegare la storia" e nel suo sistema filosofico fa diventare il Cristianesimo un momento dello sviluppo dello spirito umano, un momento passato, ormai irrilevante. Per Hegel è la filosofia che conta e non la fede. Ecco, allora, che scardinare il sistema hegeliano significa portare la fede cristiana in primo piano, come offerta di senso che non potrà lasciare indifferente il Singolo. E, difatti, l'angoscia - intesa come coscienza della mancanza di senso assoluto - è un tratto antropologico. Essa caratterizza l'esistenza autentica. E forma, giacché "distrugge tutte le finitezze scoprendo le loro illusioni".
È in questo modo - afferma Kierkegaard - che "Dio che vuole essere amato, discende con l'aiuto dell'inquietudine in caccia dell'uomo". In un passo del Diario Kierkegaard annota: "È una cosa eccellente, l'unica necessaria e chiarificante, questa che dice Lutero: "Tutta la dottrina (della Redenzione, e in fondo tutto il Cristianesimo) deve essere messa in rapporto alla lotta della coscienza angosciata. Elimina la coscienza angosciata, e tu puoi anche chiudere tutte le chiese e farne della sale da ballo". La coscienza angosciata capisce il Cristianesimo, come un animale affamato; se gli metti davanti una pietra e un pezzo di pane, capisce che l'uno è da mangiare e l'altra no". E allora: "coll'aiuto della fede l'angoscia educa l'individuo a riposare nella Provvidenza". È in questo senso che comprendiamo il perché "appena la psicologia ha finito di studiare l'angoscia, questa va consegnata alla dogmatica". Angoscia e disperazione, dunque, come via alla fede. Verrebbe la voglia di dire: cristiani perché, prima di tutto, relativisti. Ancora dal Diario : "Solo chi ha provato la disperazione capisce in fondo la Redenzione, perché ne sente il bisogno (...) col credere io mi difendo dalla disperazione".
E nella Meditazioni da Berlino : "Provvidenza e Redenzione sono categorie della disperazione". La fede è dono a parte Dei e scelta a parte hominis ed è sempre un "salto". E' la fede che "fa vedere in un fatto storico qualcosa di eterno". Il cavaliere della fede "non dispone in tutto e per tutto che di se stesso in un isolamento assoluto". E se l'ateismo è difficile, anche la fede non è facile. "Credere - dice Kierkegaard - è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro! Dunque, la via è stretta (e questo appartiene già alla fede). La via è buia; anzi, non è soltanto buia è di un buio pesto ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l'oscurità (...) proprio perché gli indicatori significano la direzione inversa". Fu il buon ladrone, ad avviso di Kierkegaard, l'uomo che ha avuto più fede nella storia del Nuovo Testamento. E tutto questo ci dice che "la teologia scientifica è incredula, manca di franchezza davanti a Dio, è in malafede di fronte alla Sacra Scrittura". Su l'"Osservatore Romano" del 27 ottobre 1996, il cardinale Joseph Ratzinger in un articolo dal titolo La fede e la teologia ai giorni nostri , afferma: "Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Praeambula fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi, che procedono su questa medesima strada otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche". Il ritorno di Ratzinger a Barth non è simultaneamente un ritorno anche a Kierkegaard?
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Filosofia e Religione