RASSEGNA STAMPA

1 NOVEMBRE 2000
ALBERTO BURGIO
Elie Wiesel, tra disperazione e speranza
Incontriamo Elie Wiesel durante i lavori del Forum su "Informazione, conoscenza, verità", affidato quest'anno dall'Unione Europea a Bologna, "Città europea del cultura del 2000". Wiesel nato nel 1928 a Sighet, sulle colline della Transcarpazia (oggi al confine tra Romania e Ucraina), era un ragazzo quando i nazisti deportarono l'intero villaggio. Finì ad Auschwitz, poi a Buchenwald. Nel '48 François Mauriac lo persuase a raccontare la sua esperienza. Al primo romanzo (La nuit), originariamente in yiddish, sarebbero seguite circa quaranta opere in prosa e in versi, tutte legate da un unico filo conduttore: l'incolmabile vuoto del dopo-Shoah e il ricordo di quella tragedia come paradigma della violenza e della negazione dell'uomo.
Tra i fondatori dello U.S. Holocaust Memorial Council (che ha presieduto sino al '96), nel 1986 ricevette il Nobel per la pace. A Bologna è arrivato anche in qualità di presidente della Académie Universelle des Cultures, organizzazione transnazionale, multietnica e plurireligiosa che si propone di custodire e diffondere i valori della tolleranza e dell'universalismo.
Partiamo da un'affermazione contenuta nel breve testo che ha presentato al convegnobolognese. Lei scrive che dacché si è informati di quanto accade nel mondo, non si è più innocenti: "diventiamo parti in causa". Ma cosa si può fare, concretamente, perché questa partecipazione non diventi corresponsabilità, non si traduca in colpa?
Si deve trasformare l'informazione in conoscenza, la conoscenza in coscienza. Bisogna assumere un'attitudine etica. Una conoscenza astratta conduce inevitabilmente alla negazione dell'essere umano, che è tutto fuorché astratto, salvo che per un dittatore o per un tiranno. La riduzione dell'uomo a un'astrazione ha condotto a tanti crimini, a tanti massacri. Dobbiamo sapere restituire concretezza al nostro sguardo. Dare soddisfazione al bisogno umano di uscire dal silenzio e dalla solitudine. Allora, sapere che l'altro è presente diviene per ciascuno una necessità profonda e permanente.
Lei ha detto, tra l'altro, che tra informazione e conoscenza sussiste un rapporto strumentale, nel senso che l'informazione è il mezzo per raggiungere il fine della conoscenza e per avviare la ricerca della verità.
Sì, almeno dovrebbe essere così. Mi servo dell'informazione, ma aspiro alla conoscenza. Mi servo di nomi, cifre ed eventi per cogliere la sostanza e il senso delle cose. Ma non è un passaggio meccanico. Tra informazione e conoscenza c'è un muro che spesso non sappiamo superare, e allora l'informazione perde significato. D'altra parte, è possibile comunicare la conoscenza senza ricorrere all'informazione e persino in silenzio, come si trasmette un'esperienza atemporale.
Torneremo sul silenzio, tema ricorrente della sua scrittura. Prima vorrei invitarla a considerare il problema della memoria. Qualche anno fa, in un libretto emblematicamente intitolato "Les abus de la mémoire", Tzvetan Todorov metteva in guardia contro il rischio di "erigere un culto della memoria". Dove corre, a suo parere, il confine tra il ricordo e una memoria ossessiva, sacralizzata?
Non ho letto il libro di Todorov e quindi non posso commentarlo. Mi viene da dire che si può fare un culto di qualsiasi cosa... Ad ogni modo, abbiamo il dovere di serbare memoria del passato. Senza memoria non c'è cultura, non c'è civiltà, né umanità. Anni fa scrissi un romanzo, L'oublié. Avevo scoperto che la moglie di un amico era stata colpita dal morbo di Alzheimer. Un giorno mi chiesi: che cosa succede se la storia, se l'umanità stessa, si ammala di Alzheimer? Ne venne fuori uno dei miei romanzi più disperati. L'ho tenuto nel cassetto per molto tempo. Non si ha il diritto di spingere i giovani alla disperazione. Ho deciso di pubblicarlo quando, nel rileggerlo, ho visto una via d'uscita. Che cos'è l'Alzheimer? E' come quando da un libro strappiamo una pagina, poi un'altra e un'altra ancora. Finché non ci sono più pagine e resta soltanto la copertina.
L'uomo è come vittima di un cancro dell'identità. Che cos'è l'opposto di questa malattia?
La memoria. Ricordare impone una dimensione etica. Per questo è un rimedio contro il male, uno scudo contro la crudeltà.
Dunque si ha il dovere di serbare memoria. Si deve anche parlare, o si può ricordare in silenzio? C'è un diritto al silenzio?
Sono sempre stato molto tentato dal silenzio. Ma ho voluto resistere a questa tentazione. Ho scelto di parlare e ho continuato a volerlo, senza cadere nella routine. Nel '45 si sarebbe potuto, forse si sarebbe dovuto fare spazio a un silenzio puro e purificante, capace di messaggio e di presagio. Un tale silenzio avrebbe avuto effetti straordinari sull'umanità e sulla storia. Ma oggi, come testimoniare l'orrore dello sterminio se non attraverso la parola? E d'altra parte: dove trovare le parole? Sono sempre in lotta con me stesso. Mi rendo conto di non trovare le parole per dire quello che abbiamo vissuto. Sento che non ho mai la parola giusta, che non può mai essere la parola giusta. Si è trattato - per noi che abbiamo fatto esperienza diretta dello sterminio - di un evento che sfida e oltrepassa il linguaggio.
Questa era la tragedia di Primo Levi. In "Le cinquième fils" (1983) lei tematizza il desiderio delle nuove generazioni di conoscere le sofferenze dei padri. Levi racconta invece dell'indifferenza di chi non ha conosciuto il Lager. E nel suo ultimo libro "I sommersi e i salvati", arriva a parlare di "incomunicabilità", per quanto dichiari di non amare questo termine.
Primo era un amico. Eravamo nella stessa baracca ad Auschwitz e lo abbiamo ricordato insieme ancora pochi giorni prima della sua morte. Ho scoperto che in quella che possiamo chiamare la "società delle vittime", l'"umanità delle vittime", il frammento sociale che ha registrato il maggior numero di suicidi è di gran lunga quello degli scrittori. Posseggo una documentazione impressionante di questo fatto e credo di averne individuato la ragione. Gli scrittori non hanno che parole. Soltanto parole. Quando si rendono conto che le parole di cui dispongono non sono quelle che avrebbero voluto trovare per dire quello che si deve dire, quando si accorgono che queste parole semplicemente non esistono, che fare allora? Ecco che la morte sembra la sola via di scampo.
Oggi lei sostiene che non si può invocare alcuna censura nei confronti di chi nega la verità storica del genocidio nazista. Non c'è dunque modo di fermare l'infamia del negazionismo?
In Francia il negazionismo è un reato punito con il carcere. Quando negli Stati Uniti si pose il problema, venne insediata una Commissione presidenziale di cui ero presidente. Riunii i migliori giuristi e formulai proprio questa domanda: è possibile impedire la diffusione di menzogne sulla Shoah? La risposta fu negativa. Questa gente falsifica la storia e incita all'odio, ma non è perseguibile. Per gli americani la libertà d'espressione è talmente essenziale che non ne concepiscono limitazioni. Ora Internet ha ulteriormente aggravato la situazione. I negazionisti hanno siti in tutti i paesi e affermano cose mostruose. Procurano danni devastanti, ma purtroppo non c'è niente da fare. Non resta che confidare nei progressi della coscienza.
Cambiamo argomento. Un suo romanzo, "Il mendicante di Gerusalemme" (1968), è ambientato in Israele durante la guerra dei Sei giorni. Poi è venuta la guerra del Kippur. Quindi è stata la volta del Libano e di Sabra e Shatila, della minaccia dei razzi iracheni, dell'Intifada palestinese. Dopo la morte di Rabin, la pace sembra un miraggio; e la guerra un destino per la Palestina e il Medio Oriente. Come vive questa tragedia infinita?
Molto male. Ma è una storia che ha lunghe radici. Quando ho scritto il Mendicante ero a Gerusalemme, facevo il corrispondente di alcune testate presso l'Onu. Ricordo che tre settimane prima del conflitto, Shukayri, il predecessore di Arafat a capo dell'Olp, diceva apertamente, nei corridoi e nelle sedi ufficiali, che la guerra imminente avrebbe risolto il problema. Nel senso che sarebbe stata la fine di Israele. I Paesi arabi sostenevano la stessa cosa. Pensai che Israele si ritrovava ancora una volta sprofondato nella sua solitudine. In tutto il mondo, persino i capi di Stato civili, uomini colti e amici preparavano l'orazione funebre, piangendo sul destino di Israele. Io stesso mi ero convinto che per Israele fosse scoccata l'ultima ora. Invece, inaspettatamente, Israele vinse la guerra. Ero lì durante i combattimenti. Scrissi il libro come in estasi. Ma giunto alla fine - chi lo legge se ne può rendere conto - mi assalirono i dubbi. A un tratto mi avvidi di quanto stava accadendo. Mi ritrovavo a passeggiare per le strade della vecchia Gerusalemme. Strade che amo, muri che amo. Bisogna tenere presente che dal 1948 andare a Gerusalemme era vietato a qualsiasi ebreo, di qualunque nazionalità. Ebbene, all'improvviso mi trovo là. Incontro dei bambini arabi, che mi guardano. Sanno solo che sono ebreo. E hanno paura. Questo fatto mi sconvolge. Mi sconvolge rendermi conto di incutere paura a dei bambini. In quel momento diventa impellente scrivere dell'ambiguità della vittoria. Per un verso vincere era necessario, direi inevitabile. D'altra parte, vincere significava questa intollerabile paura, questa rinnovata sofferenza.
Anche questa guerra in corso non accenna a concludersi. Che giudizio dà lei, uomo di pace, della politica del governo israeliano, della colonizzazione dei territori, della mancata applicazione delle risoluzioni dell'Onu, della repressione armata dell'Intifada?
Non sono un politico, osservo questa vicenda da un punto di vista filosofico. E chiedo: quali alternative sono possibili? Se sono vicino alla disperazione, è perché mi rendo conto che i miei amici in Israele - i militanti pacifisti - sono ancora più disperati di me. Assistendo alla scena di quel bambino palestinese che muore sotto l'occhio delle telecamere, mi sono sentito lacerato. Non si deve dire "ma", si deve dire "e". Da una parte c'è quel bambino, dall'altra ci sono i giovani dell'Intifada, portatori di un odio inesorabile. Se i miei amici in Isarele sono disperati, è perché hanno scoperto la portata di questo odio.
In Europa sono molti a giudicare severamente le scelte della "leadership" israeliana. Questo la preoccupa? Ritiene che la recrudescenza dell'antisemitismo possa derivare anche dalla condotta del governo Barak?
Non conosco più da vicino la realtà europea. Posso solo raccontarle quanto mi è accaduto in Francia di recente. France 2 non ha fatto che trasmettere quella scena del bambino che muore. L'ha trasmessa e ritrasmessa infinite volte, anche al rallentatore. E' naturale che questo diffonda determinati sentimenti. Dunque, ero a Parigi e ho preso un taxi. Il tassista mi ha aggredito. "Voi ebrei" - proprio così: non ha detto "voi israeliani" - "voi ebrei uccidete i bambini. Esistete per questo!" Ho risposto: "ma che ne pensa del linciaggio dei soldati israeliani?". "A questo punto hanno fatto bene", dice. Dall'inizio degli scontri ci sono stati più di duecento episodi di antisemitismo in Europa, oltre la metà dei quali in Francia. Bisogna augurarsi che chi dà le notizie sui giornali o in televisione sappia quel che fa. Dobbiamo sapere guardare avanti, dobbiamo capire che siamo responsabili dinanzi alla storia. Non si ha il diritto di fomentare le crisi, di affilare i coltelli. Bisogna calmare gli animi. Basta con questa violenza, con questo odio atroce. Basta vedere ogni giorno giovani vite spezzate.
Nel suo discorso è un continuo oscillare tra speranza e disperazione. Ricordo che una delle sue "Cinque figure bibliche" (1981) - "Geremia" - termina con queste parole: "da più di tremila anni" noi ebrei "ripetiamo la stessa storia, la storia di un profeta solitario che avrebbe dato tutto, compresa la vita, per poter raccontare una storia diversa, una storia di gioia e di fervore, piuttosto che di dolore e di angoscia". Da quando scriveva queste parole sono passati venti anni...
Aspetto ancora di potere raccontare una storia diversa. Vede, mi capita spesso di provare angoscia, molto raramente delusione. Oggi, per la prima volta dopo moltissimi anni, sono deluso. Se Barak o Arafat mi chiedessero cosa si può fare, non saprei come rispondere. Debbo ammettere di provare un forte risentimento nei confronti di Arafat, nel quale prima riponevo grande fiducia. Ero un grande amico di Rabin e ho creduto nella loro comune ricerca di pace. Ero a Washington per la cerimonia della stretta di mano. Arafat ha ottenuto da Barak concessioni che nessun altro primo ministro gli aveva offerto e mai più gli offrirà. In Israele, quando si sono conosciuti i dettagli di queste proposte, la vedova di Rabin ha dichiarato che il cadavere del marito si rivoltava nella tomba a causa di queste concessioni. E Arafat che fa? Rifiuta. E dire che si era così vicini alla pace, così vicini! Non voglio giudicare. Non sono un giudice, sono un testimone. Per questo dico: bisogna sapere aspettare, attendere pazientemente che le ferite si rimarginino. E intanto cercare di costruire la pace. Se fossimo stati in tempo, avrei voluto che a questo convegno fossero invitati un insegnante israeliano e uno palestinese, un ragazzo palestinese e uno israeliano. Ma forse oggi è troppo tardi.
Isaiah Berlin ha scritto: "Ricordo il XX secolo soltanto come il più terribile della storia occidentale".
Prima di lui l'aveva detto Hannah Arendt. E' senza dubbio vero. E' stato il secolo più violento. Certo, violento è stato anche il secolo delle crociate. L'Inquisizione era fatta di violenza. Ma il XX secolo, che chiamiamo "civile" ha superato tutte queste violenze. Due guerre mondiali, tante guerre civili, conflitti piccoli e grandi, guerre religiose ed etniche. E di assolutamente nuovo c'è stato quel vero e proprio laboratorio del male che sono state la camere a gas. E' stato un secolo maledetto. Ma ripeto: la speranza non può, non deve morire. Quando sono stato in Sudafrica, nel 1975, ho sperato che l'apartheid finisse, ed è finita. In Russia è caduto un regime oppressivo. E chi avrebbe mai pensato, nel 1945, che anche gli ebrei avrebbero finalmente avuto uno Stato?
Nel libro ricordato poc'anzi, Primo Levi scrive che il nocciolo di quanto ha inteso dire è che ciò che è avvenuto può accadere di nuovo. Condivide questa idea?
No, non la condivido. Penso che la Shoah sia una tragedia unica, una catastrofe irripetibile, purché non se ne disperda il ricordo. L'oblìo sarebbe una tragedia grande quanto la stessa Shoah. Credo che la memoria del genocidio impedirà il ripetersi di tragedie analoghe. Certo, ci sono state altre violenze atroci: in Cambogia, in Bosnia. Ma sbagliano quanti hanno evocato Auschwitz. Credo che Milosevic e Karadjic siano dei criminali di guerra. Ma né l'uno né l'altro intendevano sterminare i musulmani in quanto tali.
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