RASSEGNA STAMPA

1 NOVEMBRE 2000
LUCIANA SICA
Il "j'accuse" di Mario Trevi
Un libro polemico dello studioso
Il concetto del "Sé" è tra i più esposti a oscillazioni e a slittamenti di significato, e per uno studioso dell'autorità di Mario Trevi - grande vecchio dello junghismo italiano - è anche decisamente tra i più sospetti. "Non vorrei apparire polemico - si affretta a precisare Trevi - ma spesso il "Sé" viene dato come un elemento originario e fondante, con il rischio di trascurare l'esperienza che via via si accumula nella vita umana... Spesso, in certo junghismo deteriore che tende a prendere le forme di una religiosità neopagana, il "Sé" assume lo stesso peso metafisico, e perciò non controllabile, dell'anima platonicocristiana. Al contrario, il "Sé" non è un'entità e neppure ha una consistenza ontologica...".
Mario Trevi - per prestigio, per temperamento e anche per età (ha settantasei anni) - è il personaggio più estraneo a certe diatribe - quasi sempre, peraltro, di così scarso interesse - che a volte investono le scuole psicoanalitiche.
E' la passione intellettuale che lo induce a pensare e a scrivere in totale libertà, fuori da ogni spirito di squadra. Ma certamente, anche questo suo ultimo lavoro che firma con il più giovane collega Marco Innamorati (Bollati Boringhieri, pagg. 192, lire 35.000), suona come un "j'accuse" piuttosto severo per i neojunghiani, gli epigoni di un pensiero per molti versi datato e controverso, disordinato e asistematico, contraddittorio e pieno di aporie. Fascinosissimo, chi può negarlo?
Del libro di Trevi, un qualche intento almeno implicitamente polemico, s'intuisce già dal titolo: Riprendere Jung può essere infatti letto nella doppia accezione di ripensare o anche di rimproverare. Quello che, del maestro zurighese, non convince affatto Trevi è la caduta nell'illusione di una psicologia perennis, di una "psiche oggettiva", valida e identica per tutti. A entusiasmarlo è invece lo Jung empirico, critico, ermeneutico, probabilista: "E' questa la parte più promettente, davvero attuale, del suo pensiero... Gli junghiani tendono però a trascurarla, o almeno non ci fanno i conti abbastanza, con atteggiamenti acritici, se non proprio fideistici...".
E poi, una certa enfasi per l'inconscio collettivo, per gli archetipi, quelle enigmatiche immagini originarie espresse principalmente nei miti e nelle fiabe...
Mario Trevi le trova senz'altro suggestive per gli studiosi, ma nient'affatto per i clinici: "Anche Freud suppone la presenza di "fantasmi originari" filogeneticamente trasmessi, ma troppo spesso Jung e ancor più gli junghiani tendono a confondere archetipi con stereotipi, o stabiliscono analogie fallaci tra miti appartenenti a culture diverse... Magari avrò lavorato male, ma in tanti anni non ho mai sentito la necessità d'introdurre nella clinica i concetti di archetipo o d'inconscio collettivo".
Visto dall'esterno, il mondo psicoanalitico - anche quello junghiano - sembra fatto ormai di poche personalità di spicco, spesso poco assimilabili tra loro. E' evidente - per dire - quanto un Trevi sia sideralmente distante da un intellettuale come Hillman - di cui è appena uscito da Adelphi l'ultimo saggio su La forza del carattere (un titolo apparentemente bizzarro per una riflessione al solito brillante, questa volta sulla vecchiaia). Ma Trevi non sembra particolarmente affascinato da certa letteratura zeppa di amplificazioni mitologiche, che trova un po' astratta e vagamente filosofica. E più precisamente, nel caso di Hillman, "la sua insistenza sulla "depatologizzazione" porta alla perdita dell'interesse clinico: in questo modo, è il dolore mentale che viene colpevolmente trascurato".
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Il mondo dell'uomo