![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 OTTOBRE 2000 |
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| Julio Cabrera, «Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film», Bruno Mondadori, Milano 2000, pagg. 334, L.38.000. |
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Il titolo dell'edizione originale in spagnolo di Da Aristotele a Spielberg suona così: Cinema: cent'anni di filosofia. Nel cinema insomma, suggerisce Julio Cabrera, fin dall'inizio della sua storia, è presente un elemento intrinsecamente speculativo. E questo vale indipendentemente dal fatto che un film tratti direttamente un tema o un problema filosofico. Anzi, più questo rimane nascosto, meglio è. Né la qualità filosofica del cinema dipende necessariamente dalla sua grandezza. Persino certe produzioni di serie B o di serie C non riescono a contenere la tendenza naturale del cinema a esprimere con forza concetti, ragionamenti, idee. Le quali, al contrario di quanto accade spesso nella tradizione scritta, si mostrano in tutta la loro concretezza ed espressività. Con il cinema, soprattutto con il grande cinema, si realizza spesso il miracolo di unire l'efficacia argomentativa, basata su una logica stringente, alla capacità di far sentire un problema sulla propria pelle, indipendentemente dal fatto che si condivida o meno la prospettiva che viene proposta. Nelle immagini, ragione e comprensione trovano una sintesi. E se già per l'Aristotele della Poetica «è fonte di piacere guardare le immagini perché coloro che le contemplano imparano e ragionano su ogni punto», con le immagini in movimento, e con le mille possibilità espressive che esse offrono, questo effetto viene moltiplicato all'infinito. Ogni tema affrontato dal cinema acquisisce una profondità filosofica, anche di tipo argomentativo, che il ragionamento scritto raramente riesce a conferirgli. Anche il rapporto tra universale e particolare acquista una dimensione nuova. Il cinema ci mostra sempre storie particolari, nelle quali lo spettatore si riflette e si immedesima, che però, per la loro esemplarità, si presentano come rappresentanti di verità universali, che hanno anche il vantaggio di essere sempre rivedibili e magari di entrare in collisione con altre verità, ugualmente forti e plausibili, che emergono da altri film. Entro la cornice di queste idee Cabrera offre nel suo libro un percorso che, a partire dalla teoria delle idee platoniche fino al problema wittgensteiniano dei «limiti del linguaggio», affronta i temi cruciali della nostra tradizione filosofica. Un secolo di cinema e duemilacinquecento anni di filosofia scorrono in parallelo, anche se non sempre le cose filano del tutto lisce. Per esempio, presentare la dottrina delle idee di Platone - e i suoi limiti - attraverso due film sul Vietnam (Il Cacciatore e Tornando a casa) ponendosi la domanda se esista, al di là delle esperienze particolari, un'idea generale di che cos'è la guerra è un po' una forzatura. E non è l'unica del volume. Anche porsi il problema se sia «possibile ritrarre la realtà "in quanto tale"» attraverso il neorealismo di Ladri di biciclette non è un'idea originalissima. Tuttavia, anche nei casi meno riusciti, il libro è ricco di buone analisi filosofiche e di ottime presentazioni dei film: è solo la combinazione delle due che a volte non funziona come dovrebbe. Casi felici sono la presentazione del soprannaturale di San Tommaso attraverso Rosemary's Baby di Polanski, con l'acuta osservazione secondo cui il soprannaturale nel cinema, è espresso con più efficacia nella sua forma negativa, e quasi mai in quella positiva che rimanda a una divinità. «Esiste anche una Provvidenza Diabolica?». Nel caso di questo film sicuramente, risponde Cabrera, visto che essa emerge prepotentemente nonostante le dichiarate intenzioni contrarie del regista. Anche l'analisi di Lo Squalo e di Jurassic Park di Spielberg alla luce del rapporto dell'uomo con la natura nei presocratici e nel suo «violentatore» Francesco Bacone è piuttosto interessante. E così il dubbio cartesiano presentato con Blow Up di Antonioni, La finestra sul cortile di Hitchcock e lo splendido Istantanee di Jocelyn Moorhouse-, il rapporto tra teoria e prassi affrontato attraverso Il mio piede sinistro di Sheridan e L'attimo fuggente di Weir; l'hegeliana irruzione della temporalità del pensiero affrontata attraverso Paris, Texas di Wenders, Turista per caso di Kasdan e Hiroshima mon amour di Resnais, il valore della vita con Viridiana di Bunuel (lo Schopenhauer del cinema) e La vita è meravigliosa dì Capra. Proseguendo nella letture potrete poi scoprire che cosa può avere a che fare Marx con Costa Gavras e Oliver Stone, Nietzsche con Clint Eastwood, Heidegger con Zabriskie Point, Sartre con Thelma e Luise e, dulcis in fundo, Wittgenstein con John Ford (vale a dire: «Ciò che non può essere detto un film di cowboy può benissimo riuscire a mostrarlo»). Ma il capitolo più riuscito è forse quello in cui si affronta la critica da parte di Locke del concetto dì «sostanza» e da parte di Hume di quello di «causalità». E' attraverso una splendida analisi di Pulp Fiction (e in parte anche di Le iene) di Tarantino che Cabrera ci mostra quanto l'idea di Hume secondo cui la «causalità», cioè il succedersi degli eventi secondo un rigoroso succedersi di cause ed effetti, sia qualcosa di assai più duttile di quanto siamo portati a credere. E che niente meglio del cinema ci fa toccare con mano, senza troppe spiegazioni, questa sorprendente verità. |