| Gus diZerega, "Persuasion, Power and Polity. A Theory of Democratic Self Organization", Ics (www.icspress.com), Oakland 2000, pagg. 374, $ 32,50. | Frutto del lavoro di anni di ricerche (in parte già proposte in testi che il lettore italiano ha potuto leggere su "Federalismo & Libertà" ed "élites"), il recente e corposo volume di Gus diZerega è destinato a suscitare non poche discussioni, offrendosi all'attenzione degli scienziati della politica, degli epistemologi e dei filosofi politici. Persuasion, Power and Polity è infatti un'opera decisamente particolare sia per concezione che per stile di scrittura, in cui l'autore risale ad Aristotele con l'obiettivo di offrire una riformulazione della democrazia, delineare l'ordine politico quale sistema di autorganizzazione e riaffermare la centralità delle logiche pattizie del federalismo.(inteso quale teoria dei contratti tra comunità indipendenti).
E' interessante notare come diZerega individui i propri principali referenti non solo in Aristotele, ma anche nei framers americani (Madison e Jefferson, in particolare). Per fare questo, da un lato egli è indotto ad avvicinare questi due universi culturali tanto remoti: contestando l'idea che gli odierni teorici repubblicani delle "virtù civiche" possano essere i soli legittimi eredi del pensiero politico aristotelico. Dall'altro lato, però, egli sottrae i protagonisti della Rivoluzione americana a ogni interpretazione di stampo liberal ed utilitarista, rilevando anche la netta distanza che li separa da Machiavelli e dalla sua esaltazione della forza quale fulcro della vita politica.
Secondo lo studioso americano, al contrario, in Aristotele e nella tradizione che da lui prende le mosse è necessario riconoscere la visione di una politica come processo di persuasione e pratica di compromessi, il cui obiettivo fondamentale va riconosciuto nella volontà di minimizzare la violenza. Ed è questa medesima saggezza democratica che egli rinviene nel repubblicanesimo jeffersoniano. Per tali ragioni, quindi, il libro presenta pure una dura critica della democrazia maggioritaria di Robert Dahl, a cui è consacrata una delle parli più interessante del testo.
Al centro del libro, a ogni modo, vi è l'idea che si debba guardare alla democrazia come a un sistema autopoietico, per usare il linguaggio di Luhmann (al quale peraltro lo studioso americano non fa mai riferimento). Al pari del mercato e della scienza, anche la politica democratica è in grado di elaborare propri meccanismi di orientamento ed equilibrio; in questo senso "essa è un sottosistema all'interno del più ampio sistema di autorganizzazione, ma segue gli stessi principi di base del sistema che l'abbraccia" (pagina 202). La ricorrente immagine hayekiana dell'ordine spontaneo, che si sviluppa in assenza di comandi e gerarchie, è in tal senso quanto mai espressiva delle più profonde convinzioni dell'autore.
Nell'interpretazione di Hayek offerta da diZerega, d'altra parte. l'autore di Law, Legislation and Liberty non va collocato tra i maggiori protagonisti dell'individualismo metodologico (assieme a Weber, Mises e Popper), ma al contrario si deve guardare a lui come a uno dei massimi teorici dei sistemi, dal momento che egli "non condivide l'individualismo metodologico che caratterizza la maggior parte del lavoro della scuola austriaca e, in generale, dell'economia". Le analisi hayekiane sugli ordini complessi che possono emergere grazie a scambi e interazioni (nel mercato, nella morale o nel linguaggio) vengono quindi utilizzate da diZerega per enfatizzare gli elementi anti-individualisti di tale esperienza intellettuale. Lo studioso americano, in tal modo, sembra identificare individualismo metodologico e meccanicismo, opponendo la concezione moderna della politica - a suo dire modellata sulla fisica - all'originaria visione sociale di Aristotele, che aveva in mente un dinamismo di matrice biologica e individuava nella causa finale il vero motore delle relazioni personali.
Su queste premesse metodologiche il volume cerca di offrire risposta a questioni di fondamentale gravità, che rinviano all'esigenza di salvaguardare, al tempo stesso, la libertà individuale e la complessità della vita associata. Fin dalle prime pagine, in effetti, diZerega dichiara di volere rigettare ogni forma di coercizione (sulle tracce di Robert LeFevre e, più in generale, della tradizione libertaria americana); il punto di approdo della sua ricerca teorica, però, è una rivisitazione municipalista, "dialogica" e federalista dell'ordine politico democratico. E certo appare molto difficile comprendere come una simile teoria, basata su comunità politiche che comunque ricorrono alla costrizione, possa soddisfare gli autori libertari e quindi assolvere a uno degli obiettivi che il libro si proponeva.
Sul piano della teoria politica, a ogni modo, la traccia forse maggiormente originale va proprio riconosciuta nella terza e conclusiva parte del volume, nella quale diZerega individua nella logica del federalismo una soluzione - più interessante sul piano pratico che convincente su quello teorico - per uscire da questo genere di difficoltà.
Egli prospetta, infatti, una democrazia a tal punto "locale" e "competitive" da rendere massimamente ragionevole, conveniente e praticabile quella strada fatta di compromessi, mediazioni e dibattiti in virtù della quale (nella generosa elaborazione dello studioso californiano) la moderna democrazia può perdere almeno in parte i propri caratteri più illiberali e intraprendere la strada di un'effettiva minimizzazione del ricorso all'uso della forza. |