RASSEGNA STAMPA

22 OTTOBRE 2000
MAURIZIO FERRARIS
Spirito oggettivo
Gianni Carchia, "L'amore del pensiero", Quodlìbet, Macerata 200 pagg. 158, L. 32.000.
"Con la sua crescente accumulazione di simbolicità e di storia, la tradizione cristiano-borghese si è sviluppata all'insegna dì un'idea dì spirito come forza che deve dischiudere, liberare la lettera (...) Valore ha solo l'individualità che si è espressa, la traccia che si è conservata.
Così le scienze dello spirito sono imprese destinate a edificare edifici funebri alle individualità che si sono espresse. Si dà per scontato che una vita silenziosa e inespressa dello spirito neppure esista; non ha diritto dì esistenza ciò che non ha trovato o non ha voluto trovare una forma specifica di conversazione, ciò che non è entrato nel corteo loquace della storia.
Così Gianni Carchia in un saggio del 1990, che apre il suo ultimo volume, apparso pochi mesi fa, L'amore del pensiero.
Gianni Carchia è morto il 6 marzo del 2000. Era nato a Torino il 2 dicembre 1947, e lì sì era laureato con Gianni Vattimo, Da Torino era passato a Viterbo, a metà degli anni Ottanta, come professore di estetica; poi, nel 1992, era stato chiamato, sempre sulla cattedra di estetica, all'Università di Roma III. Aveva esordito, nel 1979, con Orfismo e tragedia, cui erano seguiti altri libri, da cui hanno imparato non solo i più giovani dì luì (non è scontato), ma anche ì più vecchi (lo è ancora di meno). Estetica ed erotica (1981), La legittimazione dell'arte (1982), Dall'apparenza al mistero (1 983), Il mito in pittura (1987), Retorica del sublime (1990), Arte e Bellezza (1995), La favola dell'essere. Commento al Sofista (1997), L'estetica antica (1999).
Ciò che Carchia ha in mente è la possibilità di valori e di sfere spirituali indipendenti dalla esteriorizzazione e dalla storia. Sempre in
L'amore del pensiero, Carchia ha una definizione esatta: lo spirito è "ciò che si colloca fra il caduco dell'interpretazione e l'atemporalittà della lettera". Quanto dire che c'è qualcosa che resiste e che definisce l'identità dì un oggetto spirituale, che è quello anche senza che nessuno lo interpreti, proprio come gli oggetti ci sono anche quando non li guardiamo, e che c'è viceversa un momento in cui l'abuso dell'interpretazione fa sì che l'oggetto divenga qualcosa di diverso, non sia più quello, per cui l'interpretazione, pretendere di essere vita, è in realtà morte.
In questo modo, formatosi nel, quadro dell'ermeneutica, Carchia ha cercato di corregerne la deriva storicistica. In fin dei conti - questo il suo argomento di fondo - l'ermeneutica si è identificata senza residui con il cattolicesimo, per il quale tutto il valore dello spirito consiste nel dar vita alla lettera che altrimenti, è come se non ci fosse. Da una parte, così, tutta la vita viene santificata ma dall'altra tutto lo spirito viene ridotto a vita. Sembra un facile circolo dialettico, eppure lo sì constata tutti i giorni, oggi si fa benissimo a sostenere che fra duecento ami, o forse anche prima il Papa chiederà perdono ai gay così come lo ha chiesto a Giordano Bruno e a Galileo. Però, presa dall'altra parte, una concezione del genere significa che non è nient'altro che una vita un po'
fanée, e quindi verosimilmente un po' noiosa, propria come l'oltretomba sognato dalle figlie del Gattopardo, "completo di tutto, di magistratura, cuochi e conventi".
inizio pagina
vedi anche
Estetica