| Guardare le lumache per capire l'uomo | Quest'anno l'Accademia di Stoccolma ha voluto premiare
con ben tre premi Nobel per la Medicina le Neuroscienze,
quell'affascinante campo di ricerche che ha per obiettivo la
comprensione del funzionamento del sistema nervoso e
soprattutto del cervello. I prossimi decenni saranno
certamente i decenni del cervello, questo oggetto mirabile e
misterioso di cui andiamo tanto orgogliosi e che rappresenta
l'unico strumento, animato o inanimato, capace di studiare se
stesso. Sono state premiate ricerche sempre più vicine ai
nostri interessi più autentici. Lo svedese Arvid Carlsson, ad
esempio, ha scoperto a suo tempo che molte cellule del
cervello si parlano, e parlano al resto del corpo, scambiandosi
delle "bustine" o "pacchetti" contenenti dosi prefissate di una
sostanza chimica chiamata dopamina. Difficile immaginare una
sostanza che giochi un ruolo più importante nella nostra vita. Il
tono dell'umore, la vita affettiva e sessuale, nonché l'intensità
delle nostre diverse motivazioni, dipendono direttamente o
indirettamente dalla distribuzione e dalla diffusione di queste
dosi di dopamina all'interno del nostro cervello. Il morbo di
Parkinson, per dirne una, è causato direttamente
dall'insufficiente produzione di dopamina da parte di certi
gruppi di neuroni e il trattamento oggi più diffuso di questa
malattia è proprio centrato sul tentativo di ovviare
chimicamente a questa insufficienza. Ma il discorso va molto
più lontano. La depressione e molti altri dei più seri problemi
della mente passano per la trasmissione della dopamina e per
la sua regolazione. L'americano Paul Greengard ha dato
contributi fondamentali alla comprensione dei meccanismi
cellulari che stanno alla base di questa continua
"conversazione" fra le cellule nervose. Questa funzione
essenziale per la nostra vita avviene tramite un serrato
scambio di "bustine" di varie sostanze chimiche, tra le quali
anche la dopamina, fra una cellula nervosa e l'altra. Greengard
ha mostrato che queste bustine rappresentano in realtà il
contenuto di microvescicole che al momento opportuno si
vanno formando all'estremità di una cellula e che vengono
inglobate dalla cellula destinataria, che su questa base
corregge e riorienta il suo comportamento.
Forse ancora più parlanti e più vicini a noi sono i risultati del
lavoro di Eric Kandel, il terzo premiato. Questo ricercatore
simpatico ed estroverso decise qualche anno fa di dedicarsi allo
studio dei meccanismi cellulari e molecolari della memoria e
del condizionamento. La sua mossa vincente è stata quella di
scegliere per questi studi un organismo molto semplice,
l'ormai celebre Aplysia, una lumaca marina con un
comportamento elementare e un sistema nervoso fatto di
poche grandi cellule nervose. Questa lumaca reagisce
spontaneamente in un certo modo a uno stimolo fastidioso, ma
è anche "educabile". Se lo stimolo viene ripetuto spesso e
senza conseguenze negative, l'animale "si abitua" e reagisce
sempre meno vistosamente. Se lo stimolo gli giunge invece
per un certo numero di volte associato a un'altra sensazione
estremamente fastidiosa, la reazione viene accentuata:
l'animale è divenuto cioè ipersensibile a quel dato stimolo.
Tutto questo richiede da parte della nostra lumaca almeno un
po' di memoria: memoria di eventi positivi e memoria di eventi
negativi, insomma un embrione della nostra vita affettiva e
della nostra esperienza cognitiva e interiore. E' stato grazie a
questo animale che si è individuata con chiarezza la distinzione
fra una memoria a breve termine e una memoria a lungo
termine. Mentre stiamo componendo un numero telefonico o
eseguendo un'operazione aritmetica con il riporto, noi teniamo
temporaneamente a mente alcune nozioni, che possono essere
numeri, parole o immagini. Questi microricordi vivono per
qualche attimo conservati nella cosiddetta memoria a breve
termine. Poi vengono cancellati. E' il conforto dell'oblio che ci
evita di perire schiacciati dal ricordo di una massa enorme di
eventi effimeri. Alcuni di questi microricordi si conquistano
però il diritto a permanere nel tempo e passano alla cosiddetta
memoria a lungo termine, dove possono durare mesi e anni. La
nostra memoria è fatta di questi ricordi a lungo termine, più
una coorte di microricordi che vi danzano intorno. Kandel ha
mostrato che tutto ciò si può studiare scientificamente e ci ha
fatto vedere che cosa è necessario perché un ricordo passi dal
compartimento a breve termine a quello a lungo termine. La
grandiosità di questo studio e, in definitiva, il fascino della
biologia di oggi risiedono nel fatto che le stesse sostanze che
permettono alla lumaca di avere dei "ricordi" di lunga durata
sono le stesse che operano nel moscerino e nel topo, quindi
presumibilmente nell'uomo. Noi dimentichiamo o ricordiamo
utilizzando gli stessi meccanismi. Molti di questi meccanismi
sono alla base del nostro modo di essere, quando le cose
vanno bene e, ancora di più, quando le cose non vanno troppo
bene.
La distanza fra uno studio del genere e una comprensione
approfondita della nostra psiche è ancora enorme, ma va di
giorno in giorno assottigliandosi, anche grazie alla pazienza e
all'ingegno di certi studiosi che sembrano persi per sempre
dietro lo studio di creature curiose, remote e talvolta esotiche.
La ricerca di base, e quindi la vera scienza, ha questo di bello:
si sa da dove parte ma non si può proprio sapere dove arriverà. |