La malattia, un tempo anche per vivere| Come affrontare il male? Oggi la scienza pensa solo a ridurre il dolore e il
paziente resta passivo, privo
di risorse interiori. Eppure questo viaggio si può compiere nella sua pienezza. Lo spiega il
teologo Giuseppe Angelini |
| La lievitazione del potere dell'uomo sulla malattia in virtù del grandioso sviluppo della medicina. La
simultanea e correlativa lievitazione del potere della malattia sull'uomo. E le conseguenze. La necessità di
dare un senso all'infermità per ripristinare la capacità di vivere il tempo di malattia come tempo di vita.
Sono, in sintesi, i temi del saggio La malattia, un tempo per volere di Giuseppe Angelini, toscano di
Livorno, 60 anni, preside e insegnante di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale,
pastore della parrocchia milanese di San Sempliciano. Il libro (Vita e Pensiero, 242 pagine, 30.000 lire)
nasce dalla valutazione del teologo morale e del parroco, dice l'autore: "La consuetudine con le persone
malate produce l'evidenza di una sorta di paralisi o comunque di una grande povertà di risorse per vivere
la loro esperienza". E d'altra parte "la Teologia poco si è soffermata sul tema della malattia, anche alla
luce dei cambiamenti, della forte dinamica di rapida trasformazione della sua pratica nella civiltà
contemporanea".
Lo sviluppo macroscopico delle risorse cliniche, del sapere scientifico, provoca una dipendenza
crescente del malato dall'apparato sanitario, e quindi l'esperienza personale ne rimane mortificata,
sottolinea Angelini. "Il paziente si affida, pregiudizialmente, all'apparato tecnico e perde di vista una
certezza innegabile: e cioè, che l'infermità lo costringe a rivedere pensieri, progetti, modi di sentire e di
vivere i rapporti sociali". Tutto questo resta come rimosso e segreto nella sua coscienza. "La malattia è
vissuta, inizialmente, come un tempo che deve passare: si aspetta che passi. Se non dovesse passare,
può accadere, spesso accade, l'ammalato non ha alcuna risorsa per vivere la propria infermità: per fare
del tempo di malattia un tempo di vita; di protagonismo suo".
Questo spiega anche il titolo del suo saggio, avverte il teologo: "Si delegano, per un verso, le speranze di
rimuovere le affezioni alle risorse chirurgiche, farmacologiche, e così via. E per un altro verso si sviluppa
contemporaneamente, nel contesto sociale, un'attenzione umanistica nei confronti del malato. Ma nel
segno riduttivo di sollevarlo dalla pena, non di aiutarlo a vivere il tempo della sofferenza come un tempo
nel quale c'è una verità da apprendere e c'è una verità sulla quale egli stesso deve registrare il proprio
progetto di vita".
Il problema è ancora più urgente in questi ultimissimi anni: da quando, attraverso le medicine, alcune
malattie si cronicizzano, e la cronicizzazione rende meno sicura la distinzione tra tempo della salute e
tempo della malattia. "Vi sono malanni dovuti anche ad agenti esterni: una frattura, un'infezione, un
trauma, che si risolvono con relativa facilità e rapidità", ricorda Angelini. Rimangono le affezioni
degenerative, che sono l'indice della vecchiaia: "In questi casi è necessario riconoscere che non sono
un accidente eventuale, ma un tempo prevedibile dell'esistenza. La vita non è per sempre e deve essere
vissuta con la consapevolezza che non si può fermarla all'infinito. Il progetto, dice Gesù nel Vangelo, di
salvare la propria vita è destinato al fallimento sicuro. L'unica possibilità di non perderla è di trovare il
modo di dedicarla a una causa che consenta di non pentirsi. La necessità di non cercare di trattenerla e
di dedicarla è resa più evidente dall'esperienza della malattia".
Per realizzare questo messaggio il paziente ha bisogno di dialogo, immagini, modelli, opportunità di
confronto, "di risorse simboliche", che nella società contemporanea sono diventate sempre più
improbabili e rare, afferma il parroco e teologo. "Sono per esempio la preghiera, il rito. Oppure la
disponibilità di una sapienza relativa alla malattia che permetta, a chi è infermo, di comunicare, sapendo
che l'altro, in qualche modo, può essere partecipe della sua esperienza. Ma se i discorsi diventano
esclusivamente di tipo medicale, il malato non ha risorse simboliche per esprimere il suo vissuto".
L'autore ha citato Gesù ed è naturale chiedere quanto sia presente la verità del Vangelo in questo volume
corposo e denso. "Il sottotitolo, "Saggio di filosofia morale", non è scelto a caso", risponde. "La mia
riflessione muove dalla coscienza di credente. E tuttavia non ho voluto affrontare il tema immediatamente
in un'ottica cristiana. Mi è parso indispensabile, anche per la valorizzazione del messaggio evangelico,
tentare di portare prima alla luce la complessità e la densità antropologica del vissuto di malattia. I primi
due capitoli sono dedicati alla recensione delle caratteristiche che la pratica dell'infermità ha nel nostro
tempo. I capitoli successivi alla recensione degli approcci, chiamiamoli così, umanistici, o filantropici, al
tema della malattia, presenti nella cultura contemporanea: approcci che a me sembrano "patetici",
perché mirano a sollevare il malato dal patimento e non a rafforzarlo nelle sue risorse morali in modo che
possa vivere la malattia come un tempo di vita e non come un tempo perso". Anche per quanto attiene
segnatamente all'utilizzo della tradizione biblica, aggiunge, "mi soffermo più sulla preghiera dei Salmi
che sul Vangelo; in essi il riferimento allo spessore antropologico della malattia è più trasparente".
Il messaggio che Angelini vuole rivolgere alla persona singola, e anzitutto a chi si è già visibilmente
cimentato con l'infermità, è questo: La tua malattia non è cosa di cui possano occuparsi gli altri: è cosa
di cui devi occuparti tu. E puoi occupartene soltanto affrontando un processo di conversione del disegno
complessivo della tua esistenza. "Ma c'è anche un messaggio più macroscopico rivolto alla cultura
complessiva della società del nostro tempo: il compito che qui segnalo è anche delle istituzioni e delle
grandi agenzie culturali. Certo è una missione della Chiesa in particolare, ma anche della istituzione
medica, che il medico, singolarmente, non può eludere: riconoscere il malato nella sua soggettività e non
accedere alla frantumazione, alla scotomizzazione dell'infermità, per cui la malattia è una serie di sintomi
e di disfunzioni a cui porre rimedio e mai un'esperienza di libertà. Naturalmente il medico non potrà
assumere il compito del maestro di spirito, e tuttavia deve tenere presente, nel rapporto col malato, che il
malato è un soggetto che sta vivendo un'esperienza, non semplicemente un organismo che ha bisogno di
farmaci".
A proposito dell'approccio univocamente consolatorio, "o addirittura anestetico", nei confronti della
malattia, il teologo vuole infine segnalare una preoccupazione: "Gli indirizzi di pensiero che producono
una critica del potere medicale indicano, come alternativa, un'altra forma di medicina: quella psicologica,
la psicosomatica specialmente; un approccio al vissuto di malattia che sfugge ancora una volta
l'interrogativo sul senso della mia esperienza, e semplicemente mira a contenere, a diminuire, a
rimediare, a sollevare la pena. "L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, è stata la maledizione che
fino a oggi è dilagata su tutta l'umanità", sentenzia icasticamente Friedrich Nietzsche. E súbito aggiunge,
riconoscendo il merito storico del Cristianesimo: "L'ideale ascetico offrì a essa un senso"", conclude
Giuseppe Angelini. |