RASSEGNA STAMPA

6 OTTOBRE 2000
MAURIZIO CECCHETTI
I valori del laico? Sono "penultimi"
Etica e secolarizzazione: su "Reset" una provocazione di Bodei
Serve una nuova idea di società, dopo la fine del marxismo. Replicano Maffettone, Marramao e Veca
Perché ci risulta così facile levare gli scudi non appena all'orizzonte s'affaccia anche solo un sospetto di potenziale razzismo o di critica al sistema democratico vigente (vedi la penosa conclusione della vicenda Haider in sede europea) mentre è così tormentata e difficile la decisione di mettere al bando la clonazione, l'indebita sperimentazione genetica, la difesa, in tutte le fasi e le situazioni, della dignità umana e della vita? E non sono gli unici ambiti dove la cultura e le società dell'Occidente scoprono al proprio interno conflitti etici che sembrano dividere nettamente tra loro le compagini politiche ovvero contrapporre la cultura liberal-laicista alla visione etica della Chiesa. Come da tempo si dice, l'unico ideale che il laicismo e la sinistra sembrano aver ereditato dopo la caduta delle ideologie e dei regimi totalitari è la tolleranza (leggi: democrazia). Ma la tolleranza, che sembra più una precondizione che un valore, può bastare per ridare un'anima forte e volitiva alla cultura progressista? Le regole della democrazia che valore hanno se non sono incarnate in una scala di valori e contenuti, più complessa della generica libertà individuale o collettiva? La domanda è raccolta dal filosofo Remo Bodei che lancia il dibattito sull'ultimo numero della rivista "Reset", diretta da Giancarlo Bosetti, in un dossier intitolato appunto "Politica senza fede, dove si va?". In sintesi, che cosa ha messo alle strette sinistra e laici dopo la caduta del comunismo? Intanto, dice Bodei, la fine "della missione salvifica della politica". Si è infranto il sogno messianico marxista e ora si sgretolano pure le illusioni dell'individualismo libertario. È caduta anche l'irregimentazione delle coscienze tipica dei regimi. Ma un tiranno più subdolo si è ormai insediato, il Grande Fratello che domina i media. È lui - argomenta Bodei - che occupa le coscienze oggi. La tivù è in tutte le case, quindi la nuova "serra della politica" è diventata quella domestica. Lì bisogna agire imparando a comunicare meglio.
Tanto più che anche il soggetto "famiglia" deve confrontarsi con delle imitazioni che gli contendono il ruolo nella società: allude Bodei alle "famiglie artificiali" create dalla nuova genetica e dalla fecondazione assistita che mischia ovuli e spermatozoi come sui banchi del supermercato. Cambiano i legami basati sul sangue, ma sono mutati nel frattempo anche quelli determinati dal suolo: oggi i flussi migratori rendono più instabili la stessa idea di confine e le identità. Sul piano politico occorre, continua Bodei, "individuare il peculiare intreccio, in Italia, tra libertà e autorità": il rischio della sinistra oggi è di farsi prendere la mano dal nuovo ruolo governativo che ha rivestito in questi ultimi anni, diventando infine "burocratica e penitenziale", in pratica, lontana dai cittadini. La buona amministrazione, insomma, deve andare d'accordo con la giustizia. A ciò certo non spinge l'evoluzione della società attuale dominata da un cinismo della competizione e della privatizzazione, che si riassume nel detto "ognuno per sé e Dio per tutti". Bisogna, sostiene Bodei, occuparsi di più della "gestione delle attese frustrate". Questa società a parole promette successo per tutti, ma poi ad assaporarne il gusto sono pochi, ai più non resta che la frustrazione e la delusione. Che cosa possono fare e dire lo Stato e la politica a questa considerevole massa di individui? Per ultimo, Bodei affronta la questione dei valori. Non abbiamo, dice, "il vantaggio di cui gode la religione" che promette la pienezza nell'aldilà. Noi laici, continua, ci riferiamo a "valori penultimi", che non per questo sarebbero meno importanti, poiché sono i criteri su cui organizzare la società e la convivenza su questa terra. Il sasso lanciato da Bodei è raccolto prontamente da tre intellettuali laici: Sebastiano Maffettone, Giacomo Marramao e Salvatore Veca. Maffettone riprende la questione dei "valori penultimi" e nota che chi ha conosciuto direttamente la disfatta delle ideologie (la fine dei "metaracconti", cioè dei grandi sistemi filosofico-politici, come sottolineò quasi vent'anni fa Lyotard annunciando la nostra "condizione postmoderna"), non riesce a credere "che vi sia ancora posto per i valori". Riallacciandosi alle idee di Girard sulla violenza primitiva e il sacro, Maffettone nota che nella società attuale è venuto meno il senso del sacrificio e quindi si chiede: "È possibile una politica senza sacrificio?". Per ridare peso al politico secondo Maffettone occorre "riconciliare liberalismo e metafisica" fino a scrivere il decalogo di una nuova "metafisica pubblica", unica chance tra tecnicismo e nichilismo. Il filosofo Giacomo Marramao crede a sua volta che la crisi della politica nasca dal fatto che la gente la considera ormai "eccessivamente tecnico-procedurale". In poche parole, un esercizio freddo di gestione dell'esistente. Ma in realtà, spiega, "Polis e technai nascono insieme. Ed è questa l'eredità che, attraverso lo snodo fondamentale dello Stato moderno, giunge fino a noi". Il "pauroso deficit di legittimazione" che Marramao attribuisce al politico nelle società occidentali si può risolvere soltanto nella complementare fusione dell'"universalismo" e della "differenza", misurando cioè i valori nella realtà. Salvatore Veca ripropone la sua convinzione che la "politica non sia fine ma mezzo", e in quest'ottica anche i "valori ultimi" trovano una chiarificazione nel fatto che ""ultimi" risultano semplicemente quei fini o valori che ciascuno sceglie di assumere come tali". Al sospetto di relativismo, cui si espone questa idea, aveva anticipatamente dato risposta Bodei dicendo che "la democrazia non è relativistica, perché ha un punto non relativistico: la coesistenza e comparabilità di tutti i nostri valori, così da evitare la guerra civile tra chi pretende di avere valori assoluti". Veca si spiega con l'esempio della segnaletica stradale, criterio proscrittivo che non obbliga l'automobilista a prendere una e una sola strada, ma gli pone dei limiti validi per chiunque entro i quali si può svolgere una libera circolazione. Insomma, la convivenza deve darsi poche e comuni regole condivise da tutti, il resto fa parte delle libere opzioni (in cui rientrano anche quelle dei diversi "valori ultimi"). Insomma, ancora una volta la tolleranza e la democrazia da mezzo sembrano diventare l'unico vero e proponibile fine dell'etica laica.
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vedi anche
Filosofia (e) politica