I valori del laico? Sono
"penultimi"Etica e secolarizzazione: su "Reset" una provocazione di Bodei Serve una nuova idea di società, dopo la fine del marxismo.
Replicano Maffettone, Marramao e Veca |
| Perché ci risulta così facile levare gli scudi non appena
all'orizzonte s'affaccia anche solo un sospetto di potenziale
razzismo o di critica al sistema democratico vigente (vedi la
penosa conclusione della vicenda Haider in sede europea) mentre
è così tormentata e difficile la decisione di mettere al bando la
clonazione, l'indebita sperimentazione genetica, la difesa, in tutte
le fasi e le situazioni, della dignità umana e della vita? E non sono
gli unici ambiti dove la cultura e le società dell'Occidente
scoprono al proprio interno conflitti etici che sembrano dividere
nettamente tra loro le compagini politiche ovvero contrapporre la
cultura liberal-laicista alla visione etica della Chiesa.
Come da tempo si dice, l'unico ideale che il laicismo e la sinistra
sembrano aver ereditato dopo la caduta delle ideologie e dei
regimi totalitari è la tolleranza (leggi: democrazia). Ma la
tolleranza, che sembra più una precondizione che un valore, può
bastare per ridare un'anima forte e volitiva alla cultura
progressista? Le regole della democrazia che valore hanno se non
sono incarnate in una scala di valori e contenuti, più complessa
della generica libertà individuale o collettiva? La domanda è
raccolta dal filosofo Remo Bodei che lancia il dibattito
sull'ultimo numero della rivista "Reset", diretta da Giancarlo
Bosetti, in un dossier intitolato appunto "Politica senza fede, dove
si va?". In sintesi, che cosa ha messo alle strette sinistra e laici
dopo la caduta del comunismo? Intanto, dice Bodei, la fine "della
missione salvifica della politica". Si è infranto il sogno
messianico marxista e ora si sgretolano pure le illusioni
dell'individualismo libertario. È caduta anche l'irregimentazione
delle coscienze tipica dei regimi. Ma un tiranno più subdolo si è
ormai insediato, il Grande Fratello che domina i media. È lui -
argomenta Bodei - che occupa le coscienze oggi. La tivù è in tutte
le case, quindi la nuova "serra della politica" è diventata quella
domestica. Lì bisogna agire imparando a comunicare meglio.
Tanto più che anche il soggetto "famiglia" deve confrontarsi con
delle imitazioni che gli contendono il ruolo nella società: allude
Bodei alle "famiglie artificiali" create dalla nuova genetica e dalla
fecondazione assistita che mischia ovuli e spermatozoi come sui
banchi del supermercato. Cambiano i legami basati sul sangue, ma
sono mutati nel frattempo anche quelli determinati dal suolo: oggi
i flussi migratori rendono più instabili la stessa idea di confine e le
identità. Sul piano politico occorre, continua Bodei, "individuare
il peculiare intreccio, in Italia, tra libertà e autorità": il rischio
della sinistra oggi è di farsi prendere la mano dal nuovo ruolo
governativo che ha rivestito in questi ultimi anni, diventando
infine "burocratica e penitenziale", in pratica, lontana dai
cittadini. La buona amministrazione, insomma, deve andare
d'accordo con la giustizia. A ciò certo non spinge l'evoluzione
della società attuale dominata da un cinismo della competizione e
della privatizzazione, che si riassume nel detto "ognuno per sé e
Dio per tutti". Bisogna, sostiene Bodei, occuparsi di più della
"gestione delle attese frustrate". Questa società a parole promette
successo per tutti, ma poi ad assaporarne il gusto sono pochi, ai
più non resta che la frustrazione e la delusione. Che cosa possono
fare e dire lo Stato e la politica a questa considerevole massa di
individui? Per ultimo, Bodei affronta la questione dei valori. Non
abbiamo, dice, "il vantaggio di cui gode la religione" che
promette la pienezza nell'aldilà. Noi laici, continua, ci riferiamo a
"valori penultimi", che non per questo sarebbero meno
importanti, poiché sono i criteri su cui organizzare la società e la
convivenza su questa terra.
Il sasso lanciato da Bodei è raccolto prontamente da tre
intellettuali laici: Sebastiano Maffettone, Giacomo Marramao e
Salvatore Veca. Maffettone riprende la questione dei "valori
penultimi" e nota che chi ha conosciuto direttamente la disfatta
delle ideologie (la fine dei "metaracconti", cioè dei grandi sistemi
filosofico-politici, come sottolineò quasi vent'anni fa Lyotard
annunciando la nostra "condizione postmoderna"), non riesce a
credere "che vi sia ancora posto per i valori". Riallacciandosi alle
idee di Girard sulla violenza primitiva e il sacro, Maffettone nota
che nella società attuale è venuto meno il senso del sacrificio e
quindi si chiede: "È possibile una politica senza sacrificio?". Per
ridare peso al politico secondo Maffettone occorre "riconciliare
liberalismo e metafisica" fino a scrivere il decalogo di una nuova
"metafisica pubblica", unica chance tra tecnicismo e nichilismo.
Il filosofo Giacomo Marramao crede a sua volta che la crisi della
politica nasca dal fatto che la gente la considera ormai
"eccessivamente tecnico-procedurale". In poche parole, un
esercizio freddo di gestione dell'esistente. Ma in realtà, spiega,
"Polis e technai nascono insieme. Ed è questa l'eredità che,
attraverso lo snodo fondamentale dello Stato moderno, giunge
fino a noi". Il "pauroso deficit di legittimazione" che Marramao
attribuisce al politico nelle società occidentali si può risolvere
soltanto nella complementare fusione dell'"universalismo" e della
"differenza", misurando cioè i valori nella realtà.
Salvatore Veca ripropone la sua convinzione che la "politica non
sia fine ma mezzo", e in quest'ottica anche i "valori ultimi"
trovano una chiarificazione nel fatto che ""ultimi" risultano
semplicemente quei fini o valori che ciascuno sceglie di assumere
come tali". Al sospetto di relativismo, cui si espone questa idea,
aveva anticipatamente dato risposta Bodei dicendo che "la
democrazia non è relativistica, perché ha un punto non
relativistico: la coesistenza e comparabilità di tutti i nostri valori,
così da evitare la guerra civile tra chi pretende di avere valori
assoluti". Veca si spiega con l'esempio della segnaletica stradale,
criterio proscrittivo che non obbliga l'automobilista a prendere
una e una sola strada, ma gli pone dei limiti validi per chiunque
entro i quali si può svolgere una libera circolazione. Insomma, la
convivenza deve darsi poche e comuni regole condivise da tutti, il
resto fa parte delle libere opzioni (in cui rientrano anche quelle dei
diversi "valori ultimi"). Insomma, ancora una volta la tolleranza e
la democrazia da mezzo sembrano diventare l'unico vero e
proponibile fine dell'etica laica. |