Nelle ultime settimane un dibattito alto sul
senso della vita, "fra fede e ragione" (per
riprendere il titolo di un articolo denso e
tormentato di Eugenio Scalfari su queste
pagine), si è intrecciato con una
"controffensiva laica" di fronte alla
minaccia di un risorgente integralismo
cattolico.
Il dialogo fra credenti e non credenti si è
riaperto da tempo (penso al volumetto di
qualche mese fa di Arrigo Levi, Dialoghi
sulla fede) in termini nuovi e positivi. La
condizione perché esso si sviluppi è che da
una parte e dall'altra non ci si senta e non
ci si presenti come possessori, ma come
ricercatori, di verità. Anche il credente è
sempre in ricerca: la fede è per lui dono e
ricerca insieme, il dubbio è la condizione
della ricerca. Ha scritto Ernesto Buonaiuti
che di fronte alla verità siamo tutti "eterni
accattoni".
Cito Buonaiuti per ricordare, per inciso,
che nel clima dell'anno giubilare, in cui la
Chiesa ha solennemente chiesto perdono,
per bocca del Papa, per le infedeltà al
Vangelo, sarebbe stato bello un
ripensamento critico e penitenziale sulle
tante vittime dell'antimodernismo di inizio
secolo.
Un dialogo dunque fecondo e aperto a
suggestivi sviluppi.
La polemica sull'integralismo cattolico ha
assunto invece toni diversi, più aspri, e
rischia di lacerare quel che è rimasto di
tessuto eticocivile nel nostro paese. Non
sarò certo io a negare i segni di un ritorno a
posizioni integralistiche che investono in
particolare alcuni settori del cattolicesimo
italiano. Ma discuto il modo in cui
contrastarle: ritengo che la risposta laica
sia spesso culturamente debole e
politicamente controproducente.
Mi sembra sbagliato cogliere ed esasperare
i segni di un rinascente integralismo
ignorando i segni opposti. Nel recente
incontro di Lisbona promosso dalla
Comunità di Sant'Egidio, dopo il gelo
determinato dalla beatificazione di Pio IX
congiuntamente a quella di Giovanni
XXIII, è stato riproposto con forza non
solo il dialogo ecumenico fra le chiese
cristiane ma un fecondo rapporto con il
mondo ebraico. Un autorevole cardinale ha
drasticamente ridimensionato il noto
documento di Ratzinger che tante
polemiche ha suscitato.
Il rischio, in una parola, è quello di restare
prigionieri polemicamente di un
integralismo, che dopo il Concilio vaticano
II non ha più legittime radici nel
cattolicesimo.
Mi sembra francamente eccessivo giudicare
- come fa Massimo Salvadori in un
articolo su Repubblica del 22 settembre -
le sciocche sortite antirisorgimentali dei
giovani di C.L. riuniti a Rimini per una
"ultima ondata di revisionismo storico". Si
tratta piuttosto di una trovata destinata a
far notizia sull'incontro, di una posizione
che non ha radici e che non alcun seguito
fra i cattolici e sulla quale non vale la pena
di aprire alcuna discussione culturale. Il
"piissimo Sturzo", non clericale, che
giustamente Salvadori rimpiange al termine
del suo articolo - ecco un altro motivo di
pentimento per la Chiesa che all'esilio lo
spinse - ha segnato in maniera
irreversibile la più matura cultura di
ispirazione cattolica.
È più che condivisibile l'appello in difesa
del Risorgimento e della Costituzione
repubblicana che Galante Garrone lancia
dalle colonne della Stampa del 27
settembre: ma i giovani di C.L. sono ben
poca cosa nella schiera di chi ha
contribuito e contribuisce al logoramento
dei valori fondanti del nostro vivere civile.
Ha ragione allora Sandro Viola quando
invita a non dare eccessivo rilievo a certe
manifestazioni di cattolicesimo
integralista. Ma ha meno ragione quando si
riferisce anche a manifestazioni come
quella dei due milioni di giovani convenuti
a Roma per il giubileo: l'equivoco è quello
di scambiare una rinascita di spirito
religioso di cui si avvertono i segni con
una minaccia alla laicità dello Stato. Al
contrario forti esperienze religiose
rafforzano il tessuto etico del paese sulla
base di una autentica laicità.
La laicità: ecco la parola magica e ambigua
al centro della polemica.
Concordo con Paolo Flores d'Arcais
quando, in polemica con il cardinal Biffi,
rifiuta l'idea che alla possibile minaccia
dell'integralismo islamico ai diritti civili,
specialmente della donna, si possa far
fronte privilegiando, in contrasto con i
medesimi diritti civili, gli immigrati di fede
cattolica. Ma non concordo con
l'immagine di uno Stato portatore di una
sua ideologia laica fondata sul binomio
"ragioneeresia".
Dovrebbe esser chiaro ormai che lo Stato
non è laico perché portatore di una sua
ideologia, ma perché non ne porta e non ne
impone alcuna. Vi è una esemplare
sentenza in questo senso della Corte
costituzionae (la n. 203 del 1989) che ha
affermato: "Il principio di laicità ... implica non indifferenza dello Stato di
fronte alle religioni, ma garanzia dello
Stato per la salvaguardia della libertà di
religione, in regime di pluralismo culturale
e religioso"; e più avanti: "L'attitudine
laica dello Statocomunità, risponde non a
postulati ideologizzati ed astratti di
estraneità, ostilità o confessione dello
Statopersona o dei suoi gruppi dirigenti,
rispetto alla religione o a un particolare
credo, ma si pone a servizio di concrete
istanze della coscienza civile e religiosa dei
cittadini".
Ecco: una laicità così intesa, è la base per
una controffensiva forte ed efficace ad ogni
spinta integralistica.
È evidente il rilievo politico del tema per
un paese avviato ormai sulla strada del
bipolarismo.
Di fronte all'uso strumentale ed
elettoralistico del voto cattolico che
caratterizza, non da ora, la destra italiana,
una "controffensiva laica" è
controproducente. Né basta all'Ulivo il
richiamo alla riserva di coscienza. Non si
può lasciare che elementi di diversità nel
centrosinistra emergano solo in Parlamento
quando affronta temi di particolare
rilevanza etica: occorre che il confronto si
sviluppi sul terreno culturale suo proprio
sulla base appunto di un corretto principio
di laicità. |