Il laico Scalfari inquieto
davanti al senso della vita | In un articolo del fondatore di "Repubblica" una
cultura che resta scettica, ma torna a porsi il problema della verità |
| "Fede e ragione": tale è il titolo di un intervento di Eugenio
Scalfari su La Repubblica di ieri, che sembra alludere
all'enciclica di pari nome, di cui tra poco ricorrerà il secondo
anniversario. Si stabilisce comunque con essa una obiettiva
affinità per i problemi cui Scalfari si dedica: la questione della
verità, quella del senso. Fatto un cenno alquanto di maniera a
un supposto neo-temporalismo dei cristiani, Scalfari individua
il motivo del vivido interesse che mobilita l'attenzione di tanti:
"La causa principale sta nella ricerca del senso della vita. La
società cerca un senso, gli individui cercano un senso: lungo
questo crinale il discorso è aperto". Ora, anche se la risposta
della cultura laica attuale e di Scalfari rimane sostanzialmente
scettica, non è cambiamento da poco verificare che essa si mette
in discussione, abbandonando almeno in parte l'atteggiamento
in cui soggetto alla critica era soltanto l'interlocutore, in genere
la fede trascendente.
Cercare un senso significa cercare qualcosa per cui valga la
pena di vivere, qualcosa che appartenga al versante della verità
stabile e non all'opinione, al mito, alla favola. Quando meno ce
lo aspettavamo, fa imperioso ritorno la questione del senso e
dell'identità: sapere chi si è, perché si vive e per qualche scopo.
Vivere senza poter rispondere alle domande sul perché e sul
fine, è la totale mancanza di senso, dunque buia disperazione e
suicidio dello spirito. Riconoscendo che la ricerca di verità è
primaria, si compie una rivoluzione con la quale si relativizza, o
forse si congeda l'assunto di chi ha innalzato la bandiera della
libertà. Il primato della libertà è ancora proclamato a parole,
ma è un fuoco spento e la stessa cultura che lo tiene
stancamente in piedi non gli crede più.
Qualcosa cambia in profondità nei soggetti, quando
percepiscono che l'elogio dell'individuo libero, che però rimane
all'oscuro per quanto riguarda il perché, il senso, lo scopo, è un
elogio ipocrita e venato di segnali di morte. Non mi si
fraintenda: non sto sostenendo l'irrilevanza della libertà, ma
l'insufficienza e la non-originarietà del suo problema, rispetto a
quello del senso. La pretesa di venire a capo del non senso, solo
con la libertà, magari appoggiandosi alla potenza della tecnica
ma facendo economia della verità, riposa su pericolose
illusioni.
In quanto animale metafisico, l'uomo non avrà mai finito di
porsi domande di natura metafisica, anche "in un'epoca in cui
si riteneva che i conti con la metafisica fossero stati
abbondantemente fatti". Ed infatti il bisogno metafisico erompe
con vigore insospettato nelle fogge più varie nel cuore della
tecnopoli contemporanea. Riferendosi ad Heidegger, viene
nuovamente da Scalfari evocata la domanda sulla differenza tra
l'ente e l'essere, rilevante ma lungi dall'essere la più importante.
Ben più che sull'essere e sull'ente, l'uomo si interroga sull'essere
e sul nulla (sì, il nihil absolutum), problema massimo che
insieme a quello del divenire dà lo strappo al pensiero e alla
metafisica. Sia detto senza cattiveria: su questi grandiosi
problemi, c'è poco da imparare da Heidegger, se non forse la
sapiente retorica con cui li occulta.
Diverso è forse il caso di Nietzsche che - scrive Scalfari - ha
risolto il problema del senso nel solo modo possibile, una volta
verificata l'impossibilità dell'uomo di pervenire alla verità:
"Sostituendo cioè la verità con la verosimiglianza... la laicità
moderna è interamente fondata su questa distinzione tra verità e
verosimiglianza". Parole acute, che riportano al problema del
senso, fanno intravvedere il dramma contenuto
nell'accontentarsi della verosimiglianza, sembrano stringere
alleanza tra pensiero laico e verità al massimo probabile.
Nel noto brano 125 della Gaia Scienza Nietzsche attraverso
l'uomo folle che si presenta al mattino sulla piazza del mercato,
parla della morte di Dio e ancor più del fatto che noi lo abbiamo
ucciso. Tra le due metafore: morte di Dio e assassinio di Dio, la
più terribile è la seconda e significa: cercare di sopprimere il
senso della verità. Una tale operazione ha avuto successo per un
certo tempo, nel quale non poca cultura contemporanea ha
accantonato la domanda sulla verità, togliendo sè stessa e
l'uomo, raggiungendo però il successo quanto mai aleatorio.
Si può vivere senza fede, non si può vivere senza verità: la
verosimiglianza non ci basta. Forse Scalfari concorderebbe,
nonostante la sua conclusione scettica: "Il senso vero della vita
è la vita", immanenza dunque senza trascendenza. |