| La nuova Porta Pia dei laici | Riscoprire e riargomentare pubblicamente la laicità
dello Stato - ecco il compito di oggi. Il
revisionismo storico clericale che sta provocando
(finalmente) la reazione degli storici professionali,
è soltanto uno degli aspetti della sfida. La nostra
Porta Pia oggi è la riaffermazione della democrazia
come spazio pubblico in cui tutti i cittadini,
credenti e non credenti, si scambiano i loro
argomenti e seguono procedure decisionali senza
imposizione d'autorità.
Ma la posta in gioco oggi più impegnativa non è
soltanto la rivendicazione di una identità nazionale
storica, sottratta alle manipolazioni. Stanno
emergendo problemi che erano letteralmente
inconcepibili quando si sono create le nostre
culture. Pensiamo a tutte le questioni di bioetica
che toccano la definizione stessa di "persona
umana", di dove e di quando si forma, con tutte le
conseguenze etiche e giuridiche che ne derivano.
Per i laici è un campo da esplorare, per i cattolici
un luogo in cui ribadire certezze già acquisite. Ma
che succede quando nello spazio pubblico, nel
quale conta soltanto la forza degli argomenti, i
cattolici definiscono la "natura umana" (dal
comportamento sessuale alle tecniche
biogenetiche) con ragioni che traggono la loro
forza da argomenti che non sono recepibili dai
laici?
Quando dal piano dei discorsi si passa a quello
delle procedure e delle decisioni, che tipo di
difficoltà sorge per la democrazia? In questo
quadro va collocata la presenza influente della
gerarchia ecclesiastica nel sistema della
comunicazione pubblica. Il punto non è che la
Chiesa ha il diritto e il dovere di esporre nel modo
più efficace le sue certezze, e che quindi facendo
così non esercita alcuna "interferenza indebita". Il
punto è che nella comunicazione pubblica italiana
non esiste una cultura laica che, con altrettanta
autorevolezza e competenza, sappia esporre le
proprie tesi.
Non si tratta semplicemente di par condicio, che i
telegiornali praticano lottizzando le dichiarazioni
di una parte e dell'altra. E' un problema di sostegno
ed efficacia comunicativa, che riserva alle
dichiarazioni ecclesiali una complessiva deferenza
e alle posizioni laiche (che ovviamente sono spesso
incerte e divise) il ruolo di contraddittorio. E' come
se sulle grandi questioni della morale, della
famiglia o della bioetica ci sia un'istanza
competente per definizione, il magistero
ecclesiastico appunto, mentre ai laici è riservato il
ruolo di riserva o di contraddizione.
O di replicanti critici. Qualcosa di simile è
accaduto anche a proposito delle recenti
affermazioni del cardinale Biffi sul pericolo che
l'immigrazione islamica rappresenta per l'identità
italiana. L'uomo di Chiesa non solo non mostra
alcuna fiducia che le regole della democrazia si
impongano - in forza della loro bontà - anche ad
appartenenti a culture diverse (come
fortunatamente sta avvenendo, sia pure con fatica,
in altre democrazie europee). Ma sembra invitare a
ritagliare le regole democratiche su una identità
italiana (presuntivamente nazional-religiosa) come
se questa non avesse nulla imparato sulla laicità
dello Stato democratico.
Un ultimo esempio riguarda il tema difficile della
clonazione. E' pura diffamazione affermare che la
cultura cattolica sia incondizionatamente schierata
per la vita umana mentre la cultura laica sarebbe
quantomeno tentennante. Per quest'ultima si tratta
invece di ricercare più a fondo. In questo senso va
letto, con i suoi limiti, il parere del Parlamento
europeo che si è espresso di stretta misura contro
ogni operazione di clonazione sotto qualsiasi
forma.
Il card. Ruini ha espressamente lodato questa
decisione presentandola come se fosse vincolante
anche per l'Italia. Perché invece ha ignorato nel
contempo il parere dello stesso Parlamento
europeo sul riconoscimento legale della
convivenza delle coppie di fatto e omosessuali? Le
procedure democratiche valgono e non valgono, a
seconda delle opportunità o dei postulati del
magistero ecclesiastico? |