RASSEGNA STAMPA

29 SETTEMBRE 2000
G. ENRICO RUSCONI
La nuova Porta Pia dei laici
Riscoprire e riargomentare pubblicamente la laicità dello Stato - ecco il compito di oggi. Il revisionismo storico clericale che sta provocando (finalmente) la reazione degli storici professionali, è soltanto uno degli aspetti della sfida. La nostra Porta Pia oggi è la riaffermazione della democrazia come spazio pubblico in cui tutti i cittadini, credenti e non credenti, si scambiano i loro argomenti e seguono procedure decisionali senza imposizione d'autorità. Ma la posta in gioco oggi più impegnativa non è soltanto la rivendicazione di una identità nazionale storica, sottratta alle manipolazioni. Stanno emergendo problemi che erano letteralmente inconcepibili quando si sono create le nostre culture. Pensiamo a tutte le questioni di bioetica che toccano la definizione stessa di "persona umana", di dove e di quando si forma, con tutte le conseguenze etiche e giuridiche che ne derivano.
Per i laici è un campo da esplorare, per i cattolici un luogo in cui ribadire certezze già acquisite. Ma che succede quando nello spazio pubblico, nel quale conta soltanto la forza degli argomenti, i cattolici definiscono la "natura umana" (dal comportamento sessuale alle tecniche biogenetiche) con ragioni che traggono la loro forza da argomenti che non sono recepibili dai laici?
Quando dal piano dei discorsi si passa a quello delle procedure e delle decisioni, che tipo di difficoltà sorge per la democrazia? In questo quadro va collocata la presenza influente della gerarchia ecclesiastica nel sistema della comunicazione pubblica. Il punto non è che la Chiesa ha il diritto e il dovere di esporre nel modo più efficace le sue certezze, e che quindi facendo così non esercita alcuna "interferenza indebita". Il punto è che nella comunicazione pubblica italiana non esiste una cultura laica che, con altrettanta autorevolezza e competenza, sappia esporre le proprie tesi. Non si tratta semplicemente di par condicio, che i telegiornali praticano lottizzando le dichiarazioni di una parte e dell'altra. E' un problema di sostegno ed efficacia comunicativa, che riserva alle dichiarazioni ecclesiali una complessiva deferenza e alle posizioni laiche (che ovviamente sono spesso incerte e divise) il ruolo di contraddittorio. E' come se sulle grandi questioni della morale, della famiglia o della bioetica ci sia un'istanza competente per definizione, il magistero ecclesiastico appunto, mentre ai laici è riservato il ruolo di riserva o di contraddizione. O di replicanti critici. Qualcosa di simile è accaduto anche a proposito delle recenti affermazioni del cardinale Biffi sul pericolo che l'immigrazione islamica rappresenta per l'identità italiana. L'uomo di Chiesa non solo non mostra alcuna fiducia che le regole della democrazia si impongano - in forza della loro bontà - anche ad appartenenti a culture diverse (come fortunatamente sta avvenendo, sia pure con fatica, in altre democrazie europee). Ma sembra invitare a ritagliare le regole democratiche su una identità italiana (presuntivamente nazional-religiosa) come se questa non avesse nulla imparato sulla laicità dello Stato democratico. Un ultimo esempio riguarda il tema difficile della clonazione. E' pura diffamazione affermare che la cultura cattolica sia incondizionatamente schierata per la vita umana mentre la cultura laica sarebbe quantomeno tentennante. Per quest'ultima si tratta invece di ricercare più a fondo. In questo senso va letto, con i suoi limiti, il parere del Parlamento europeo che si è espresso di stretta misura contro ogni operazione di clonazione sotto qualsiasi forma. Il card. Ruini ha espressamente lodato questa decisione presentandola come se fosse vincolante anche per l'Italia. Perché invece ha ignorato nel contempo il parere dello stesso Parlamento europeo sul riconoscimento legale della convivenza delle coppie di fatto e omosessuali? Le procedure democratiche valgono e non valgono, a seconda delle opportunità o dei postulati del magistero ecclesiastico?
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