| Pensare la vita tra fede e ragione | Nel giro di pochi giorni Repubblica ha
pubblicato tre documenti che, pur in forme
assai diverse, hanno una radice comune:
l'intervista di Massimo Cacciari con
Antonio Gnoli sulla trascendenza e la
filosofia dell' essere (20 settembre), il
dibattito fra il cardinal Ratzinger e Paolo
Flores d'Arcais sulla compatibilità tra fede
e ragione (22) e l'articolo di Pietro Citati
intitolato "E la Bibbia creò l'uomo
superbo" (25).
La radice comune può esser definita come
il rapporto dell'uomo con l'oltre di sé che
tutti e tre i pezzi mettono sotto esame da
diverse angolazioni; li ho chiamati
documenti perché poco hanno a che fare
con normali articoli e interviste di tipo
giornalistico: contengono infatti pensieri
non improvvisati, non scanditi
sull'attualità, infine non occasionali; i
concetti, i giudizi che vi sono esposti e le
immagini con le quali sono rappresentati
promanano da una cultura e da una visione
della vita sedimentate nel corso degli anni;
ci senti il pensiero che pensa se stesso e
cioè il momento più alto dell'attività
dell'intelletto.
È degna di nota questa attenzione
simultanea su uno stesso tema di persone
(e d' un giornale quotidiano) con una
biografia culturale così disparata.
Due filosofi politicamente impegnati, un
sacerdote teologo e massimo responsabile
dell'ideologia teologica della Chiesa, uno
scrittore che è anche critico letterario e
finissimo filologo si pongono domande di
natura metafisica in un'epoca in cui si
riteneva che i conti con la metafisica
fossero stati abbondantemente fatti. Non
dirò certo chiusi perché la natura umana è
predisposta a superarsi costruendo con la
ragione, con la fantasia, con le credenze
religiose mondi diversi e oltre-mondi che
assicurino sopravvivenza, mantenimento
dell'identità, metamorfosi ed eterni ritorni,
sicché lo slancio a sorpassare la
conoscenza dei fenomeni e a cercare la
chiave che apra i recessi dell'universo
rinasce in continuazione e mai si arrende;
ma si riteneva che fosse stata almeno
acquisita l'irricevibilità dei dogmi, quali
che fossero, e che la loro circolazione
fosse limitata ai credenti di una fede e non
anche branditi come mezzi di pressione e
manipolazione delle menti per imporre
integralismi e fondamentalismi con pesanti
effetti sulla legislazione, sul costume e
sull'educazione della gioventù.
Ebbene non è così. I paletti che la cultura
moderna pensava di aver piantato sul
solido terreno della ragione e della critica
epistemologica della ragione sono presi
d'assalto, rispunta un neo-temporalismo
che si sperava - questo sì - sepolto per
sempre a maggior vantaggio spirituale
della stessa religione e dei suoi pastori; le
difese sono deboli ed incerte.
Così il tema torna d'attualità e suscita
l'interesse di molti, ma non è questa la
causa principale che mobilita l'attenzione.
La causa principale sta nella ricerca del
"senso" della vita. I religiosi hanno la loro
risposta, i non religiosi ne hanno più d'una, in realtà più negative che positive,
definiscono ciò che non siamo sicché il
positivo viene fuori più come residuo che
come valore.
Ecco perché si ripropone il confronto e
viene seguito: la società cerca un senso, gli
individui cercano un senso. Lungo questo
crinale il discorso è aperto. I tre documenti
dai quali abbiamo preso le mosse segnano
con chiarezza le dimensioni e la natura del
dibattito. Da lì si può cominciare.
Citati pone un tema in qualche modo
nuovo e di grande fascino intellettuale: il
Dio della Bibbia viene rappresentato come
Dio dell'uomo poiché l'uomo è creato
magari col fango nella terra ma comunque
ad immagine e somiglianza del suo Dio,
rappresenta il culmine della creazione ed a
lui è riconosciuto il potere di imporre il
nome a tutte le altre creature. È immenso
questo potere di "nominare" poiché
contiene la capacità di usare la parola,
quindi il linguaggio e quindi il pensiero
articolato. Di qui nasce la superiorità della
nostra specie rispetto a tutte le altre e la
Bibbia la ribadisce non soltanto nel testo
della Genesi ma in tutte le varie parti del
Libro.
Di più: il Dio biblico non è tanto il Dio
della specie umana ma soprattutto il Dio di
Israele, la nazione tra tutte preferita. Siamo
dunque in presenza d'un Dio a corto
raggio; ha creato sì tutto l'universo, ha
separato la terra dalle acque la luce dalla
tenebra e ha dato vita ad ogni specie di
piante e d'animali ma è il destino dell'uomo
che gli preme, il resto, tutto il resto,
rappresenta la cornice del quadro sicché
mai vedremo una formica in paradiso e un
leone all'inferno.
Il Nuovo Testamento introduce - a
correzione della Legge e in certo senso
contro la Legge - il sentimento dell'amore
che ha come destinatari il prossimo e i
diversi. Cessa così l'identificazione di Dio
col popolo d'Israele ma non quella di Dio
con la specie umana; essa diventa anzi
ancora più stretta nel momento in cui il
Figlio si incarna diventando Figlio dell'uomo. Potremo pensare ad un Cristo nero
o giallo ma mai ad un Cristo pesce o
uccello o montagna. L'incarnazione
possiede per i cristiani una forza immensa
e misteriosa, una promessa di salvazione e
di eternità, ma condanna tutto il resto
dell'universo all'indifferenza della divinità
rompendo l'unità della natura in favore
della superbia dell' uomo.
Da questo punto di vista il capovolgimento
di Feuerbach per cui non è Dio a creare
l'uomo ma piuttosto l'uomo ad aver creato
Dio rappresenta l'inevitabile conclusione di
una religione - anzi di tutte le religioni
fondate sul monoteismo e sulla
trascendenza - antropocentrica che fa del
dio la proiezione dell'uomo e dei suoi
desideri di potenza e di eternità. In questa
visione l'universo è un residuo di mondi, di
stelle, di galassie abbandonate a se stesse o
votate alla distruzione "quando i tempi
verranno" e le anime dei beati non avranno
più bisogno né dello spazio né del tempo
per godere la loro beatitudine nel cospetto
di Dio.
Una simile visione del sacro che ha come
momento culminante la distruzione della
natura e l'infinita solitudine di un Dio che
si rispecchia eternamente immobile nelle
anime generate dal suo soffio toglie
qualunque senso alla creazione e toglie
senso all'esistenza terrena degli individui.
Da questo punto di vista la ricerca di senso
rimane del tutto inappagata.
La posizione di Cacciari parte da
un'angolazione del tutto diversa e non
facilissima da comprendere e cioè
dall'autotrascendenza dell' uomo. "L'uomo
- egli dice riecheggiando Heidegger - è
l'unico ente capace di riflettere sulla
differenza tra ente e essere". Ne consegue
che l' uomo è predisposto per sua stessa
conformazione a oltrepassare se stesso e il
sistema entro il quale vive. La sua
autotrascendenza è questa ma è per
Cacciari una pura illusione. Non è col
pensiero dell'oltrepassamento che si può
fuoriuscire dal sistema dato (quale che sia
il sistema in cui siamo inseriti), non è
quello il modo per superare la metafisica.
Cacciari invoca la volontà di decidere
come unica strada per affermare la nostra
indipendenza esistenziale, ma non mi pare
che questa sua tesi lo districhi dall'ipoteca
metafisica poiché si dovrebbe allora
analizzare da dove promana la volontà e se
essa sia un'ancella del pensiero o il
prodotto di istinti e pulsioni del corpo
come sospettava Schopenhauer.
In realtà il pensatore che ha fatto i conti
con la metafisica, con l'oltremondo, con la
trascendenza in modo radicale è stato
Nietzsche, non a caso servendosi
dell'immagine di Dioniso, il dio dei
misteri, delle metamorfosi e delle potenze
della natura. Anche Nietzsche si è trovato
di fronte al problema del nichilismo, della
verità assoluta e della necessità di dare un
senso alla vita e l'ha risolto nel solo modo
possibile, una volta constatata
l'impossibilità per l'uomo di arrivare alla
verità assoluta: sostituendo cioè la verità
con la verosimiglianza, con quello che a lui
individuo dal suo particolare angolo di
sguardo appare essere fenomenicamente
verosimile. Nel momento della conoscenza
quella verosimiglianza è soltanto una
verità parziale e soggettiva ma nel
momento dell'azione e della volontà essa
diventa verità assoluta e quindi dà un senso
alla vita.
La laicità moderna è interamente fondata
su questa distinzione tra verità e
verosimiglianza e tra conoscenza e azione
volitiva. Qui non c'è più traccia di
metafisica (tanto meno di teologia) né di
trascendenza, ma c' è la natura e
l'immanenza di essa in ciascuna delle
forme in cui si articola la sua creativa
potenza.
Si può vivere senza la fede? domanda il
porporato Ratzinger e la sua risposta è già
in quel retorico domandare. Sì, si può
vivere senza la fede, risponde il laico e ateo
Flores d' Arcais.
Il senso della vita, che per il cardinale è
dato dalla fede nel Cristo risorto e
salvifico, per Flores consiste nell' impegno
a costruire la società storica e nella
responsabiltà con cui quell' impegno viene
assunto e mantenuto.
Certamente i laici sentono anche in questo
modo il senso della vita, concordo con
Flores, ma non credo che l'impegno
esaurisca il tema del senso. Il senso vero
della vita è la vita, in questo noi non siamo
dissimili dagli altri esseri viventi, dalla
farfalla al leone, dal passero al filo d'erba.
Viviamo la vita dentro alla forma che la
natura ci ha dato e la nostra responsabilità
sta nel realizzare quella forma fino al
limite della morte. Gli altri esseri viventi
obbediscono tutti alla stessa legge. La sola
differenza sta nel fatto che noi ne siamo
coscienti e questa è la tragedia della nostra
specie ed è anche la sua legittima superbia
e la sua nobiltà. |