RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 2000
EUGENIO SCALFARI
Pensare la vita tra fede e ragione
Nel giro di pochi giorni Repubblica ha pubblicato tre documenti che, pur in forme assai diverse, hanno una radice comune: l'intervista di Massimo Cacciari con Antonio Gnoli sulla trascendenza e la filosofia dell' essere (20 settembre), il dibattito fra il cardinal Ratzinger e Paolo Flores d'Arcais sulla compatibilità tra fede e ragione (22) e l'articolo di Pietro Citati intitolato "E la Bibbia creò l'uomo superbo" (25).
La radice comune può esser definita come il rapporto dell'uomo con l'oltre di sé che tutti e tre i pezzi mettono sotto esame da diverse angolazioni; li ho chiamati documenti perché poco hanno a che fare con normali articoli e interviste di tipo giornalistico: contengono infatti pensieri non improvvisati, non scanditi sull'attualità, infine non occasionali; i concetti, i giudizi che vi sono esposti e le immagini con le quali sono rappresentati promanano da una cultura e da una visione della vita sedimentate nel corso degli anni; ci senti il pensiero che pensa se stesso e cioè il momento più alto dell'attività dell'intelletto.
È degna di nota questa attenzione simultanea su uno stesso tema di persone (e d' un giornale quotidiano) con una biografia culturale così disparata. Due filosofi politicamente impegnati, un sacerdote teologo e massimo responsabile dell'ideologia teologica della Chiesa, uno scrittore che è anche critico letterario e finissimo filologo si pongono domande di natura metafisica in un'epoca in cui si riteneva che i conti con la metafisica fossero stati abbondantemente fatti. Non dirò certo chiusi perché la natura umana è predisposta a superarsi costruendo con la ragione, con la fantasia, con le credenze religiose mondi diversi e oltre-mondi che assicurino sopravvivenza, mantenimento dell'identità, metamorfosi ed eterni ritorni, sicché lo slancio a sorpassare la conoscenza dei fenomeni e a cercare la chiave che apra i recessi dell'universo rinasce in continuazione e mai si arrende; ma si riteneva che fosse stata almeno acquisita l'irricevibilità dei dogmi, quali che fossero, e che la loro circolazione fosse limitata ai credenti di una fede e non anche branditi come mezzi di pressione e manipolazione delle menti per imporre integralismi e fondamentalismi con pesanti effetti sulla legislazione, sul costume e sull'educazione della gioventù.
Ebbene non è così. I paletti che la cultura moderna pensava di aver piantato sul solido terreno della ragione e della critica epistemologica della ragione sono presi d'assalto, rispunta un neo-temporalismo che si sperava - questo sì - sepolto per sempre a maggior vantaggio spirituale della stessa religione e dei suoi pastori; le difese sono deboli ed incerte.
Così il tema torna d'attualità e suscita l'interesse di molti, ma non è questa la causa principale che mobilita l'attenzione.
La causa principale sta nella ricerca del "senso" della vita. I religiosi hanno la loro risposta, i non religiosi ne hanno più d'una, in realtà più negative che positive, definiscono ciò che non siamo sicché il positivo viene fuori più come residuo che come valore.
Ecco perché si ripropone il confronto e viene seguito: la società cerca un senso, gli individui cercano un senso. Lungo questo crinale il discorso è aperto. I tre documenti dai quali abbiamo preso le mosse segnano con chiarezza le dimensioni e la natura del dibattito. Da lì si può cominciare.
Citati pone un tema in qualche modo nuovo e di grande fascino intellettuale: il Dio della Bibbia viene rappresentato come Dio dell'uomo poiché l'uomo è creato magari col fango nella terra ma comunque ad immagine e somiglianza del suo Dio, rappresenta il culmine della creazione ed a lui è riconosciuto il potere di imporre il nome a tutte le altre creature. È immenso questo potere di "nominare" poiché contiene la capacità di usare la parola, quindi il linguaggio e quindi il pensiero articolato. Di qui nasce la superiorità della nostra specie rispetto a tutte le altre e la Bibbia la ribadisce non soltanto nel testo della Genesi ma in tutte le varie parti del Libro.
Di più: il Dio biblico non è tanto il Dio della specie umana ma soprattutto il Dio di Israele, la nazione tra tutte preferita. Siamo dunque in presenza d'un Dio a corto raggio; ha creato sì tutto l'universo, ha separato la terra dalle acque la luce dalla tenebra e ha dato vita ad ogni specie di piante e d'animali ma è il destino dell'uomo che gli preme, il resto, tutto il resto, rappresenta la cornice del quadro sicché mai vedremo una formica in paradiso e un leone all'inferno.
Il Nuovo Testamento introduce - a correzione della Legge e in certo senso contro la Legge - il sentimento dell'amore che ha come destinatari il prossimo e i diversi. Cessa così l'identificazione di Dio col popolo d'Israele ma non quella di Dio con la specie umana; essa diventa anzi ancora più stretta nel momento in cui il Figlio si incarna diventando Figlio dell'uomo. Potremo pensare ad un Cristo nero o giallo ma mai ad un Cristo pesce o uccello o montagna. L'incarnazione possiede per i cristiani una forza immensa e misteriosa, una promessa di salvazione e di eternità, ma condanna tutto il resto dell'universo all'indifferenza della divinità rompendo l'unità della natura in favore della superbia dell' uomo.
Da questo punto di vista il capovolgimento di Feuerbach per cui non è Dio a creare l'uomo ma piuttosto l'uomo ad aver creato Dio rappresenta l'inevitabile conclusione di una religione - anzi di tutte le religioni fondate sul monoteismo e sulla trascendenza - antropocentrica che fa del dio la proiezione dell'uomo e dei suoi desideri di potenza e di eternità. In questa visione l'universo è un residuo di mondi, di stelle, di galassie abbandonate a se stesse o votate alla distruzione "quando i tempi verranno" e le anime dei beati non avranno più bisogno né dello spazio né del tempo per godere la loro beatitudine nel cospetto di Dio.
Una simile visione del sacro che ha come momento culminante la distruzione della natura e l'infinita solitudine di un Dio che si rispecchia eternamente immobile nelle anime generate dal suo soffio toglie qualunque senso alla creazione e toglie senso all'esistenza terrena degli individui.
Da questo punto di vista la ricerca di senso rimane del tutto inappagata.
La posizione di Cacciari parte da un'angolazione del tutto diversa e non facilissima da comprendere e cioè dall'autotrascendenza dell' uomo. "L'uomo - egli dice riecheggiando Heidegger - è l'unico ente capace di riflettere sulla differenza tra ente e essere". Ne consegue che l' uomo è predisposto per sua stessa conformazione a oltrepassare se stesso e il sistema entro il quale vive. La sua autotrascendenza è questa ma è per Cacciari una pura illusione. Non è col pensiero dell'oltrepassamento che si può fuoriuscire dal sistema dato (quale che sia il sistema in cui siamo inseriti), non è quello il modo per superare la metafisica.
Cacciari invoca la volontà di decidere come unica strada per affermare la nostra indipendenza esistenziale, ma non mi pare che questa sua tesi lo districhi dall'ipoteca metafisica poiché si dovrebbe allora analizzare da dove promana la volontà e se essa sia un'ancella del pensiero o il prodotto di istinti e pulsioni del corpo come sospettava Schopenhauer.
In realtà il pensatore che ha fatto i conti con la metafisica, con l'oltremondo, con la trascendenza in modo radicale è stato Nietzsche, non a caso servendosi dell'immagine di Dioniso, il dio dei misteri, delle metamorfosi e delle potenze della natura. Anche Nietzsche si è trovato di fronte al problema del nichilismo, della verità assoluta e della necessità di dare un senso alla vita e l'ha risolto nel solo modo possibile, una volta constatata l'impossibilità per l'uomo di arrivare alla verità assoluta: sostituendo cioè la verità con la verosimiglianza, con quello che a lui individuo dal suo particolare angolo di sguardo appare essere fenomenicamente verosimile. Nel momento della conoscenza quella verosimiglianza è soltanto una verità parziale e soggettiva ma nel momento dell'azione e della volontà essa diventa verità assoluta e quindi dà un senso alla vita.
La laicità moderna è interamente fondata su questa distinzione tra verità e verosimiglianza e tra conoscenza e azione volitiva. Qui non c'è più traccia di metafisica (tanto meno di teologia) né di trascendenza, ma c' è la natura e l'immanenza di essa in ciascuna delle forme in cui si articola la sua creativa potenza.
Si può vivere senza la fede? domanda il porporato Ratzinger e la sua risposta è già in quel retorico domandare. Sì, si può vivere senza la fede, risponde il laico e ateo Flores d' Arcais.
Il senso della vita, che per il cardinale è dato dalla fede nel Cristo risorto e salvifico, per Flores consiste nell' impegno a costruire la società storica e nella responsabiltà con cui quell' impegno viene assunto e mantenuto.
Certamente i laici sentono anche in questo modo il senso della vita, concordo con Flores, ma non credo che l'impegno esaurisca il tema del senso. Il senso vero della vita è la vita, in questo noi non siamo dissimili dagli altri esseri viventi, dalla farfalla al leone, dal passero al filo d'erba.
Viviamo la vita dentro alla forma che la natura ci ha dato e la nostra responsabilità sta nel realizzare quella forma fino al limite della morte. Gli altri esseri viventi obbediscono tutti alla stessa legge. La sola differenza sta nel fatto che noi ne siamo coscienti e questa è la tragedia della nostra specie ed è anche la sua legittima superbia e la sua nobiltà.
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