RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2000
FRANCO PRATTICO
INFINITO UN AMBIGUO CONCETTO
L'Universo non ama il buonsenso
Gli strumenti scientifici hanno smentito quel che vediamo o crediamo di vedere rivelandoci meravigliose realtà nuove
Fernando De Felice uno dei maggiori teorici italiani di fisica relativistica ha scritto un piccolo densissimo libro sugli incerti confini del cosmo. Di una cosa oggi la scienza è sicura:che Einstein aveva ben descritto la materia nelle sue equazioni. Il mondo non è come ci appare: gli scienziati hanno confermato quello che dicevano i filosofi
Ma cosa è in realtà ciò che chiamiamo Universo? Ossia, il mondo, il sistema solare, le stelle, lo spazio, la materia, il Tutto? Ha una forma, una struttura, una evoluzione (cioè una storia), obbedisce ovunque e in ogni tempo alle leggi fisiche che oggi conosciamo?
E' davvero, come ci suggerisce la cosmologia moderna, una immensa palla dal diametro di quindici miliardi di anni luce (la luce percorre trecentomila chilometri in un secondo: in un anno vi sono 1.892.160.000 secondi), destinata a espandersi per sempre sotto la spinta di una originale e misteriosa esplosione (il cosiddetto Big Bang) fino a che tutta la materia di cui sono fatte stelle, galassie, pianeti e gli esseri che li popolano non si sarà dispersa in immensi gelidi spazi, oppure una struttura complessa destinata in un lontano futuro a ricompattarsi per ripercorrere all'inverso il cammino che ha portato fino a noi?
Di una cosa la scienza è oggi sicura: che la struttura e la distribuzione della materia nell'universo sono efficacemente descritte dalle dieci equazioni differenziali non lineari che Einstein elaborò nel 1916 e che rappresentano la base della Relatività Generale, in base alle quali viviamo in un continuum spazio-temporale a quattro dimensioni (tre spaziali ed una che rappresenta il tempo) le cui proprietà geometriche sono determinate dalla presenza di materia. Un Universo isotropo, cioè eguale a stesso in qualsiasi direzione ed omogeneo.
Tra i grandi meriti della scienza moderna v'è anche quello di avere confermato alcune delle speculazioni dei filosofi, ossia che il mondo - almeno nell'infinitamente piccolo come nell'infinitamente grande - non è come ci appare.
Di avere cioè fatto giustizia di quella gabbia intellettuale, di quei paraocchi ammantati di saggezza a buon mercato che chiamiamo buonsenso, che altro non è che l'informazione che ci giunge dai nostri sensi, costruiti dall'evoluzione per consentirci di sopravvivere con efficacia nel nostro ambiente e nulla ci dicono sulla realtà del mondo, mentre invece altri ben più potenti "sensi" (gli strumenti scientifici, tecnici e teorici - come le matematiche - di indagine, frutti della mente umana), ci consentono di addentrarci in regioni che sono negate ai nostri sensi, riempiendoci di meraviglia davanti ai panorami che così si svelano e sembrano metterle alla nostra portata.
Se ci limitassimo alle informazioni dei nostri sensi e ci abbandonassimo al "buon senso", dovremmo ignorare le onde elettromagnetiche che ci consentono di comunicare anche a distanza di continenti in tempo reale, o non tenteremmo neppure di volare con artefatti ben più pesanti dell'aria.
Il mondo dell'uomo moderno non ha più nulla a che fare con quello che i sensi (e quindi il "buonsenso") ci presentano.
Figurarsi se a questa rivoluzione (che ha i suoi fondamenti nelle gigantesche costruzioni scientifiche e intellettuali del Novecento, la relatività e la meccanica quantistica) poteva sfuggire l'Universo, la sua immagine, la sua storia, le ipotesi sulla sua origine e il suo futuro, domande che da sempre hanno tormentato l'uomo, portandolo a costruire mitologie, cosmologie, religioni.
Con un logico dubbio: se la parte può comprendere il tutto, tenendo presente che appunto dell'Universo, anche nella nostra piccolezza, siamo, senza alcun dubbio, una parte, in quale misura e fino a quale punto siamo in grado di "possederlo", sia pure solo intellettualmente? E quindi se gli strumenti (osservativi e intellettuali) coi quali lo esploriamo e cerchiamo di comprenderlo siano sufficienti e adeguati.
Un dubbio che tormenta più di ogni altro proprio gli scienziati (fisici, astrofisici, astronomi) che di questo soggetto (l'universo) si occupano: i cosmologi.
In altre parole: se la fisica che conosciamo è lo strumento principale per esplorare la materia, i suoi comportamenti e il Cosmo stesso, chi ci dice che le leggi che abbiamo individuato al nostro livello abbiano valore - per così dire - "universale", nel tempo come nello spazio. Se un giorno si giungerà alla elaborazione di una "nuova fisica" (vale a dire una nuova lettura e interpretazione delle leggi che regolano gli eventi del mondo, e che finora si sono dimostrate tanto efficaci da consentirci il controllo e l'uso di alcune forze fondamentali) probabilmente l'input a questa rivoluzionaria revisione ci giungerà proprio dalla cosmologia.
"La ricchezza e molteplicità dell'Universo osservato - scrive Fernando De Felice, uno dei maggiori teorici italiani di fisica relativistica, docente all'Università di Padova in uno smilzo ma densissimo libro edito da Bruno Mondadori (Gli incerti confini del cosmo. Dai buchi neri alle macchine del tempo, 242 pagine più alcune suggestive foto astronomiche a colori, lire 22.000) - è tale da non precludere la possibilità... di ipotesi interpretative della realtà assai lontane dal senso comune".
E appunto la relatività ci apre le porte su scenari fantasmagorici: basti citare la possibilità di viaggiare nel tempo, sfruttando la curvatura che la gravitazione impone (specie in vicinanza di quelle allucinanti macchine cosmiche che sono i buchi neri, o comunque spostandoci a velocità vicine a quella della luce) allo spazio-tempo, di approdare ad altri universi paralleli al nostro (un "viaggio" sulla cui attendibilità se non fattibilità insiste una parte della fisica quantistica) e così via.
La sorgente - sostiene de Felice - della materia e dell'energia dell'Universo e l'artefice della sua storia è proprio la gravitazione (la più debole delle quattro forze fondamentali che governano l'Universo), che manipola il tessuto spazio temporale in cui siamo ricamati.
C'è più fantasia e sogno nelle grandi imprese scientifiche che in qualsiasi narrazione, producendo - scrive de Felice - "un'immagine che si mostra incerta nella nebbia, a volte sembra indicare la strada maestra, a volte appare elusiva.
Nondimeno questa visione - prosegue lo scienziato, che a volte si scopre poeta - offre ancora un valido appiglio alle nostre certezze, in attesa dell'impatto di nuove verità".
Gli incerti confini è un esile libro, di lettura non facilissima, ma prezioso per chi voglia con un minimo di serietà, approfondire le attuali conoscenze di fisica utilizzate per comprendere l'Universo, un libro che andrebbe letto e meditato proprio da quei cultori delle scienze umane che accusano le scienze "dure" di aridità e meccanicismo, perché è un testo che aiuta il lettore attento e paziente a rendersi conto delle dimenioni e della portata della rivoluzione concettuale compiuta dalla fisica moderna.
I confini del cosmo sono "incerti" perché il reale che percepiamo coi nostri deboli sensi è per definizione contingente, ha le sue radici nei limiti della nostra stessa razionalità, mentre col crescere delle conoscenze si trasforma l'immagine della natura, del mondo e - non ultimi - di noi stessi.
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