| In principio fu l'Uomo Qualunque | Spesso si sente qualcuno che rimpiange i tempi della partecipazione politica più o meno di massa. E
qualcun altro che osserva, suppergiù, che negli ultimi anni si è finito con il gettare il bambino insieme
all'acqua sporca: è giusto non credere più nei Fini Ultimi e nei Grandi Valori, si dice, ma qualche ideale
bisogna pure averlo se non si vuole che la politica si riduca a "semplice amministrazione". Incolore. Né
di destra, né di sinistra.
Un ragionamento così semplice, diventato in breve tempo un luogo comune, è forse meno ovvio di
quanto può sembrare. E non solo perché si potrebbe facilmente obiettare a coloro che in questo modo
argomentano che noi tutti saremmo ben felici se al posto della Politica avessimo almeno, qui ed ora in
Italia, una buona amministrazione. Magari! Il fatto è che, con molta probabilità, e molto più radicalmente,
fra la Politica onnipervasiva e finalistica di un tempo e l'avversione e l'indifferenza di oggi ci sta molta più
solidarietà e complicità di quanto a prima vista può sembrare.
Questa tesi originale è sviluppata, con finezza intellettuale e chiarezza stilistica, da un giovane studioso,
Giuseppe Cantarano, in un agile volume pubblicato da Donzelli: L'antipolitica. Viaggio nell'Italia del
Disincanto (Donzelli, Roma 2000, pp.226, lire 18.000), che sarà oggetto di riflessione anche nel
convegno di Arezzo sullo stesso tema, di cui qui accanto forniamo il programma.
Ma in che senso "l'antipolitica è l'esito dell' esasperata politicizzazione della società"? Per dare una
risposta Cantarano offre una radiografia della politica italiana dell'ultimo decennio. Compie una sorta di
slalom fra dichiarazioni e atti di leader più o meno piccoli. E mostra infine la vanità e la monotonia di una
politica che da un lato si presenta come teatrino, ma dall'altro occupa spazi che non sono suoi e fa
sentire la sua cappa soffocante su tutta la vita sociale.
L'operazione è molto suggestiva e a tratti illuminante, ma ha un limite: tutto viene visto dalla parte della
politica, che a mano a mano riempie ogni spazio a disposizione; e non della società che si vede sottratta
gradualmente di ogni sua prerogativa. Tanto che, a un certo punto, è sembrato, negli anni passati, che
anche per compiere operazioni minime occorresse "appartenere" a un partito o "avere un santo in
paradiso". La spoliticizzazione è sicuramente l'esito ultimo di un atto di conquista totale (dove tutto è
politica, la politica non è più niente), ma in un libro sarebbe stato interessante vedere come la società sia
stata poco alla volta spogliata delle sue caratteristiche e come poi, all'apice del processo, le abbia
riconquistate.
Avete mai riflettuto, sollecitati dalla vita pratica, su quanta saggezza c'è in tanti giovani che diffidano della
politica, ma che non sono affatto vuoti e inconsistenti come certuni (fuori dal mondo) credono. Perché
non compiere un "viaggio" che si soffermi un po', come ha fatto ad esempio Antony Giddens in
Inghilterra, sulla "saggezza diffusa" nelle relazioni umane e private di tanti giovani (e non) del tutto
"spoliticizzati" (ma che forse, semplicemente, non hanno fiducia in questi uomini politici e nel loro modo
di rappresentare la politica)? Perché, ad esempio, non considerare la vita che tiene impegnate tante
persone che operano nel mondo culturale, anche non accademico (il Mondo3 di cui parlava Popper)?
Perché non ammettere che persino certa cultura popolare è più "profonda" e politica della
rappresentazione messa in scena ogni giorno dai vari D'Alema, Fini, Berlusconi o Mastella? Al teatrino
romano fa invece riferimento sempre e comunque, purtroppo, il libro di Cantarano. Che a tratti diventa
per forza di cose noioso. Oggi il discorso politico si sposta sempre più al livello della società e del libero
associazionismo. Fatti salvi i pericoli sempre incombenti di conformismo (che si combattono solo con la
lotta ai monopoli e con la promozione di un forte pluralismo), ciò non è un male. Recuperare la profonda
ispirazione antipolitica ( cioè a favore della società civile) del liberalismo significa forse recuperare un
più profondo e anche più antico concetto di politica: quello che la fonda sulla prassi comunicativa. Un
concetto su cui, non va dimenticato, molto ha insistito nei suoi scritti una grande e moderna esaltatrice
dell'arte politica, Hannah Arendt. |