RASSEGNA STAMPA

16 SETTEMBRE 2000
GIANNI SANTAMARIA
È la democrazia della "polis" lo specchio dell'Europa
Un saggio di Cambiano sul rapporto con la civiltà greca
Un confronto iniziato nel Medioevo
Giuseppe Cambiano, "Polis. Un modello per la cultura europea", Laterza. Pagine 490. Lire 95.000
Sparta e Atene, specchi dell'Europa. Quando alla fine del Medioevo, ricominciarono a circolare i testi della grecità, le città del continente si rivolsero alla "polis" antica non tanto, o non solo, per scrupolo filologico o per ricostruire la storia del passato, quanto per confrontarsi con essa (anzi con esse, dato il pluralismo greco, che trovava riflesso anche nella situazione post-comunale).
Un'Europa di città reali - allo studio delle quali ha dato un fondamentale contributo l'appena scomparso Marino Berengo - accanto alle quali "venne emergendo un'Europa di città del passato, terreno di confronto con il moderno, le quali tornavano a vivere sul piano della memoria dell'immaginazione e del pensiero" sottolinea lo storico della filosofia Giuseppe Cambiano in questa ricostruzione dell'idea di "polis" tra il Quattrocento e il Settecento. Insomma, degli specchi anche deformanti, nei quali il passato veniva piegato alle esigenze del presente. Come nelle orazioni del fiorentino Leonardo Bruni, che tendevano a magnificare la "democratica" Firenze contro il granducato di Milano, visto come prototipo del totalitarismo. Ma le idee dello stesso Bruni difficilmente collimano con l'idea di democrazia che abbiamo noi oggi. Nel presente il termine "polis" è ormai punto di riferimento comune per "evocare l'immagine o l'ideale di una comunità politica, nella quale trova pieno compimento la figura del cittadino libero e attivamente partecipe della vita pubblica e delle decisioni di interesse comune". Tanto che il filosofo Max Horkheimer ha detto che la democrazia non è altro che la "polis" senza gli schiavi. Eppure nell'arco di tempo preso in esame (ricostruito nella sua lunga durata, ma anche negli intrecci trasversali) la discussione sulle caratteristiche della città greca - con il suo lessico della virtù, della partecipazione, del bene pubblico - "non comportava necessariamente opzioni repubblicane; esso poteva esser reso funzionale anche a contesti monarchici". Nella poca fortuna del termine "polis" almeno fino all'Ottocento c'è anche il confronto con lo schiacciante modello romano. Da un lato l'inafferrabilità delle molteplici città Stato greche - come si trovavano nelle pagine di Tucidide, Senofonte, Polibio e come sono state teorizzate da Platone e Aristotele -, dall'altro la fortuna della Roma repubblicana nel continente e soprattutto in Inghilterra (i membri del Parlamento inglese, notava Voltaire, "amavano paragonarsi agli antichi romani", paragone che lui non condivideva, ma che era comunque segno di un'attenzione culturale che il filosofo dei Lumi non vedeva attiva nella sua Francia). Roma però era stata sì "res publica" (corrispondente del termine inglese "commonwealth"), ma anche impero che con le lande europee intratteneva un rapporto di continuità linguistica, istituzionale e di memorie, che la Grecia non aveva. L'opera di Cambiano è anche lo spaccato del lavorio sul lessico politico nei secoli. Un esempio è ancora il fiorentino Bruni, che tralascia la traduzione della "Repubblica" di Platone, contenente elementi non applicabili alla situazione del tempo (ad esempio la comunione dei beni, delle donne e dei figli) per dedicarsi ad Aristotele, dal qual trae l'idea della cittadinanza per censo. Per arrivare alla moderna idea di eguaglianza, la strada era ancora lunga.
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vedi anche
Filosofia (e) politica