È la democrazia della "polis"
lo specchio dell'Europa Un saggio di Cambiano sul rapporto con la civiltà
greca Un confronto iniziato nel Medioevo |
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| Giuseppe Cambiano, "Polis. Un modello
per la cultura europea", Laterza. Pagine 490. Lire 95.000 | Sparta e Atene, specchi dell'Europa. Quando alla fine del
Medioevo, ricominciarono a circolare i testi della grecità, le città
del continente si rivolsero alla "polis" antica non tanto, o non
solo, per scrupolo filologico o per ricostruire la storia del passato,
quanto per confrontarsi con essa (anzi con esse, dato il pluralismo
greco, che trovava riflesso anche nella situazione post-comunale).
Un'Europa di città reali - allo studio delle quali ha dato un
fondamentale contributo l'appena scomparso Marino Berengo -
accanto alle quali "venne emergendo un'Europa di città del
passato, terreno di confronto con il moderno, le quali tornavano a
vivere sul piano della memoria dell'immaginazione e del
pensiero" sottolinea lo storico della filosofia Giuseppe Cambiano
in questa ricostruzione dell'idea di "polis" tra il Quattrocento e il
Settecento.
Insomma, degli specchi anche deformanti, nei quali il passato
veniva piegato alle esigenze del presente. Come nelle orazioni del
fiorentino Leonardo Bruni, che tendevano a magnificare la
"democratica" Firenze contro il granducato di Milano, visto come
prototipo del totalitarismo. Ma le idee dello stesso Bruni
difficilmente collimano con l'idea di democrazia che abbiamo noi
oggi.
Nel presente il termine "polis" è ormai punto di riferimento
comune per "evocare l'immagine o l'ideale di una comunità
politica, nella quale trova pieno compimento la figura del
cittadino libero e attivamente partecipe della vita pubblica e delle
decisioni di interesse comune". Tanto che il filosofo Max
Horkheimer ha detto che la democrazia non è altro che la "polis"
senza gli schiavi. Eppure nell'arco di tempo preso in esame
(ricostruito nella sua lunga durata, ma anche negli intrecci
trasversali) la discussione sulle caratteristiche della città greca -
con il suo lessico della virtù, della partecipazione, del bene
pubblico - "non comportava necessariamente opzioni
repubblicane; esso poteva esser reso funzionale anche a contesti
monarchici".
Nella poca fortuna del termine "polis" almeno fino all'Ottocento
c'è anche il confronto con lo schiacciante modello romano. Da un
lato l'inafferrabilità delle molteplici città Stato greche - come si
trovavano nelle pagine di Tucidide, Senofonte, Polibio e come
sono state teorizzate da Platone e Aristotele -, dall'altro la fortuna
della Roma repubblicana nel continente e soprattutto in Inghilterra
(i membri del Parlamento inglese, notava Voltaire, "amavano
paragonarsi agli antichi romani", paragone che lui non
condivideva, ma che era comunque segno di un'attenzione
culturale che il filosofo dei Lumi non vedeva attiva nella sua
Francia). Roma però era stata sì "res publica" (corrispondente del
termine inglese "commonwealth"), ma anche impero che con le
lande europee intratteneva un rapporto di continuità linguistica,
istituzionale e di memorie, che la Grecia non aveva.
L'opera di Cambiano è anche lo spaccato del lavorio sul lessico
politico nei secoli. Un esempio è ancora il fiorentino Bruni, che
tralascia la traduzione della "Repubblica" di Platone, contenente
elementi non applicabili alla situazione del tempo (ad esempio la
comunione dei beni, delle donne e dei figli) per dedicarsi ad
Aristotele, dal qual trae l'idea della cittadinanza per censo. Per
arrivare alla moderna idea di eguaglianza, la strada era ancora
lunga. |